Cosa racconta NAZA
Il discusso documentario sullo sterminio palestinese nella Striscia di Gaza esce oggi al cinema in decine di paesi
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Lunedì in decine di paesi è uscito al cinema NAZA, il documentario che descrive il sistema automatizzato con cui negli ultimi tre anni l’esercito israeliano ha ucciso decine di migliaia di civili palestinesi nella Striscia di Gaza. È un film entrato nel dibattito pubblico internazionale da settimane, perché ha vinto il Premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, e per la reazione violenta che ha suscitato in Israele.
Il governo ha detto che considererà la revoca della cittadinanza per i registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, che hanno ricevuto minacce di morte da gruppi di estrema destra. I cinema israeliani si sono rifiutati di proiettare NAZA, che però sarà disponibile gratuitamente da novembre sul sito del Guardian, che l’ha prodotto. «Il nostro obiettivo è che gli israeliani lo vedano», hanno detto Abraham e Szor, entrambi co-autori anche di No Other Land, il documentario sulle violenze dei coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania che vinse l’Oscar nel 2025.
In NAZA vengono intervistati 24 tra soldati e membri dell’intelligence israeliana, che raccontano in forma anonima la normalizzazione dei massacri che Israele ha compiuto nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023, quando Hamas uccise 1.200 persone, perlopiù civili, in territorio israeliano. Descrivono il clima di vendetta e di odio in Israele, le tecnologie usate per colpire gli obiettivi e i metodi per disumanizzare le vittime.
NAZA è infatti un’espressione coniata dall’esercito israeliano che deriva dalle parole ebraiche nezek agavi, ossia “danno collaterale”. I NAZA sono i palestinesi civili che l’esercito israeliano ritiene accettabile uccidere per eliminare un determinato membro di Hamas, in base alla sua rilevanza. È un calcolo premeditato che compie prima di ogni attacco, e che non corrisponde necessariamente ai civili che vengono poi effettivamente uccisi: a volte sono di più, a volte meno. L’esercito ha negato la sua esistenza.
Alcune fonti anonime del film sono le stesse usate negli ultimi anni in diverse inchieste firmate da Abraham, che è un giornalista, sulla rivista israelo-palestinese +972 Magazine. I volti sono oscurati, la voce è doppiata e la calligrafia che si vede sui fogli su cui scrivono per mostrare quello che raccontano è resa irriconoscibile. Il fatto che le testimonianze su cui si basa il documentario siano anonime è stata una delle critiche principali da parte del governo israeliano, che ha chiesto allo Shin Bet, i servizi segreti interni, di indagare su chi siano state le fonti.
Gli intervistati raccontano il sistema di osservazione sistematica della Striscia da parte dell’esercito israeliano. In decenni di controllo Israele ha mappato ogni edificio, piano e appartamento. Dicono di essere in grado di ascoltare ogni telefonata, leggere ogni messaggio, entrare in ogni casa degli abitanti palestinesi di Gaza. Chiunque abbia un telefono è tracciato, raccontano: «Ti senti come Dio, ascolti tutto quello che dicono».
Nel film viene raccontato come il sistema di intelligenza artificiale Lavender si allerti quando identifica nelle conversazioni dei palestinesi alcune parole chiave, o quando incrocia dati che aumentano il sospetto che qualcuno degli osservati faccia parte di Hamas. Per finire nella lista degli obiettivi basta poco, dicono, il controllo umano è minimo e il margine di errore è del 15 per cento. Uno degli intervistati sostiene sia meglio così: «Meglio l’AI di un israeliano la cui famiglia è stata uccisa la settimana prima da Hamas».

Rachel Szor e Yuval Abraham il 10 settembre alla mostra del Cinema di Venezia (Stefania D’Alessandro/WireImage)
Una volta identificato l’obiettivo da eliminare, vengono calcolate le conseguenze di un bombardamento: con un software è possibile stimare quanti civili sono presenti su quel piano, in quel palazzo o in quel quartiere. Quanti sono stati evacuati, quanti sono rimasti. Gli intervistati raccontano di come sia stata autorizzata la distruzione sistematica degli edifici, di intere famiglie, e di come gli ordini di evacuazione siano usati come giustificazione: se i civili non si sono spostati come gli era stato ordinato, allora «tanti auguri a loro».
Alcuni parlano del sistema come di una catena di montaggio, altri lo descrivono come un «videogioco», un «divertimento malato», un meccanismo «perfettamente logico». La maggior parte ne parla con rimorso o vergogna. Una minoranza di chi parla sembra indifferente o lo rivendica. «Se lo meritavano», dice uno. Un altro parla dei civili uccisi mentre erano in fila per il cibo come di «insetti».
I soldati raccontano che l’uso del termine NAZA è stato fondamentale per rendere il sistema efficace. In questo modo i palestinesi non sembrano più persone, ma punteggi. All’interno del sistema non c’è spazio per gli scrupoli morali: «ti devi fidare», dice di aver ricevuto come risposta chi ha provato a sollevarli. «Credo ancora che i nazisti siano il male, ma mi chiedo allora cosa sono io», dice un altro intervistato.
In una scena in cui mostra l’immagine di una pubblicità fuori dalla cineteca di Tel Aviv, il film fa riferimento a Shoah, il documentario di Claude Lanzmann del 1985 che raccontò lo sterminio degli ebrei attraverso interviste (anche) ai nazisti che lo resero possibile. Abraham ha detto ad Haaretz che lo scopo non è fare un paragone, ma riflettere sul modo in cui l’Olocausto viene usato dalla politica e nella società israeliana per giustificare la guerra.
Le interviste sono intervallate da inquadrature sui palazzi di Tel Aviv, a meno di 80 chilometri da Gaza. Attraverso i vetri si vedono le persone a casa propria mentre fanno yoga, parlano al telefono, guardano la televisione, per sottolineare il contrasto tra la gravità dei crimini raccontati e la reazione tiepida che hanno suscitato in gran parte della società israeliana.
Le immagini del primo ministro Benjamin Netanyahu sugli schermi dei televisori nelle case suggeriscono in parte come sia stato possibile. Una fonte di intelligence del «dipartimento di Bibi» (il soprannome di Netanyahu), quello più politico e che prende ordini diretti dal primo ministro, dice che il loro ruolo era giustificare in ogni modo la guerra, ostacolare in ogni modo la pace, e far sì che nel frattempo la vita in Israele procedesse nel modo più normale possibile.



