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  • Domenica 27 settembre 2026

La “neutralità flessibile” della Svizzera rimarrà così com’è

Il referendum che proponeva di irrigidirla, per evitare operazioni come le sanzioni alla Russia, è stato respinto

Un cartellone elettorale con scritto «No alla guerra, sì alla neutralità» a Epagny, vicino a Friburgo, il 25 settembre (EPA/JEAN-CHRISTOPHE BOTT)
Un cartellone elettorale con scritto «No alla guerra, sì alla neutralità» a Epagny, vicino a Friburgo, il 25 settembre (EPA/JEAN-CHRISTOPHE BOTT)
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Domenica in Svizzera un referendum ha respinto la proposta di modificare l’accezione storica della neutralità del paese, per renderla più rigida e meno “flessibile”, come prevede la Costituzione. Continuerà quindi a essere un principio a cui si può derogare in caso di questioni morali e di principio che lo richiedono, come successo per le sanzioni per l’invasione dell’Ucraina. I “No” all’irrigidimento della neutralità sono stati circa il 70%.

A proporre il referendum, e quindi favorevole a rendere più vincolante l’approccio diplomatico della neutralità, era stato il partito euroscettico e nazionalista Unione Democratica di Centro (UDC), che aveva vinto le ultime elezioni e aveva proposto anche il referendum per limitare la popolazione a 10 milioni di persone bocciato a giugno.

La proposta era definire perenne la neutralità e vietare alla Svizzera sia di aderire ad alleanze militari come la NATO, salvo in caso d’invasione, sia di imporre sanzioni a paesi in guerra, con l’eccezione di quelle autorizzate dalle Nazioni Unite. L’ultimo punto era stato un po’ il centro del dibattito e spiega perché, nella campagna referendaria, i promotori abbiano usato lo slogan «No alla guerra».

Nel 2022 infatti, dopo alcuni tentennamenti, la Svizzera si era unita alle sanzioni dell’Unione Europea alla Russia per l’invasione dell’Ucraina. Secondo l’UDC e l’area politica che sostiene il referendum, era stato un precedente pericoloso e uno scostamento dalla neutralità autentica, da non ripetere. La neutralità svizzera è prevista dalla la Costituzione dal 1848 ed è riconosciuta a livello internazionale almeno dall’età napoleonica, quando alle altre potenze europee faceva comodo uno stato “cuscinetto” tra loro.

Soldati svizzeri durante un'esercitazione coi droni, a Elm, il 18 maggio

Soldati svizzeri durante un’esercitazione coi droni a Elm, il 18 maggio (EPA/GIAN EHRENZELLER)

«Abbiamo danneggiato la neutralità con quelle sanzioni europee. Ora la Russia pensa che siamo parte della guerra», aveva detto il leader dell’UDC, l’85enne Christoph Blocher, che negli anni si è opposto persino all’ingresso della Svizzera nelle Nazioni Unite, avvenuto solo nel 2002.

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Il criterio di limitare le sanzioni a quelle delle Nazioni Unite, indicato nella proposta di modifica della Costituzione, era molto restrittivo: le sanzioni vengono emesse dal Consiglio di Sicurezza, che annovera Russia, Stati Uniti e Cina tra i cinque membri permanenti e con potere di veto. Se il referendum fosse passato, insomma, sarebbe stato inverosimile per la Svizzera aderire a sanzioni internazionali.

Prima che la Svizzera aderisse alle sanzioni, le contrattazioni per due terzi delle sue vendite di petrolio all’estero avvenivano a Ginevra (poi si sono spostate a Dubai e Mosca). Le sanzioni hanno comportato anche il congelamento di beni per 7,4 miliardi di euro a persone e aziende russe, anche se si tratta solo di una piccola parte dei 213 miliardi di beni russi stimati in Svizzera prima della guerra.

Ad agosto tra l’altro c’è stato un inconsueto intervento di Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo, sulla Neue Zürcher Zeitung, uno dei principali giornali svizzeri. Zakharova ha sostenuto la retorica dell’UDC scrivendo che «da un punto di vista legale la “neutralità flessibile” significa una totale assenza di neutralità».

Una bandiera svizzera fuori dal palazzo della Commissione Europea a Bruxelles durante un incontro negoziale di marzo 2026

Una bandiera svizzera fuori dal palazzo della Commissione europea a Bruxelles durante un incontro negoziale di marzo 2026 (EPA/OLIVIER MATTHYS)

«La neutralità viene sempre applicata con un certo grado di flessibilità», aveva risposto il ministro degli Esteri svizzero Ignazio Cassis, secondo cui «neutralità non significa indifferenza». Il ministro e lo schieramento contrario al referendum avevano citato episodi negativi del passato nazionale: per esempio quando, in nome della neutralità, la Svizzera non partecipò alle sanzioni al Sudafrica che praticava l’apartheid.

Secondo i contrari al referendum, irrigidire la neutralità avrebbe dato anche meno strumenti negoziali al governo in un contesto internazionale sempre meno basato sul diritto. La Svizzera se n’è accorta quando aveva cercato di farsi ridurre gli elevatissimi dazi statunitensi con la diplomazia convenzionale, e ci era riuscita solo quando aveva giocato secondo le regole del presidente Donald Trump, tra le altre cose lusingandolo con regalìe.

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