E l’indotto dell’ex ILVA di Taranto?
Le persone a cui l'acciaieria dà lavoro indirettamente sono quasi quante i suoi dipendenti: rischiano il licenziamento pure loro
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Alle Acciaierie d’Italia di Taranto, come si chiama ora l’ex ILVA, i lavoratori dell’indotto entrano da un ingresso secondario, che si trova all’estremità nord-orientale della fabbrica, a circa 5 chilometri da quello principale (è enorme, l’ex ILVA). L’ingresso principale, la cosiddetta Portineria A, è invece riservato agli operai assunti direttamente, agli impiegati e agli addetti alla logistica, cioè quelli che ricevono, smistano e immagazzinano le merci che arrivano.
Ogni mattina da quell’ingresso secondario passano alcune migliaia di lavoratori: addetti alla manutenzione degli impianti, dipendenti di ditte delle pulizie, cuochi e camerieri delle mense aziendali, autisti del servizio di trasporti interno, personale delle società di vigilanza e dipendenti delle decine di aziende che hanno lavori in appalto. Molti di loro sono «cartellinanti», cioè lavoratori a termine con un badge d’ingresso temporaneo. «Se le acciaierie chiuderanno l’area a caldo entro la fine di ottobre, come previsto, saranno i primi a perdere il lavoro e non avranno nessuna tutela, già ora molte aziende prevedendo la chiusura li stanno convocando per dirgli che non rinnoveranno i contratti», spiega Patrizio Di Pietro, sindacalista della FIOM CGIL.

L’ingresso secondario per i lavoratori dell’indotto alle Acciaierie d’Italia di Taranto (Angelo Mastrandrea/il Post)
Vicino all’ingresso c’è un bar-chiosco dove i lavoratori dell’indotto si fermano a fare colazione. Il principale argomento di discussione è la loro sorte se la fabbrica dovesse chiudere. Hanno assistito al lento declino degli ultimi anni e non nutrono particolari speranze. Nel 2025 hanno prodotto 1,8 milioni di tonnellate di acciaio, molte meno che in passato: quindici anni fa, sotto la gestione della famiglia Riva che acquistò la fabbrica dallo Stato, ne producevano 10 milioni.
«Sapevamo tutti che si sarebbe arrivati a questo punto, hanno avuto quindici anni di tempo per chiudere gli altiforni e comprare i forni elettrici e non lo hanno fatto», dice Ignazio De Giorgio, operaio e coordinatore delle Rappresentanze Sindacali Unitarie nella fabbrica. «Il governo si sta solo proteggendo dietro le sentenze per non assumersi la responsabilità della chiusura».
C’è anche un piccolo mercato, con un camioncino che vende la frutta, un pescivendolo e alcune bancarelle che espongono occhialini da saldatore, zainetti, t-shirt e pantaloncini. Dura non più di un’ora e mezza, tra le 5:30 e le 7 del mattino: quando l’ultimo lavoratore è entrato, gli ambulanti vanno via. «Sono l’indotto dell’indotto: se le acciaierie chiudono, vanno a casa pure loro», dice ancora il sindacalista Di Pietro.
Oltre i tornelli c’è l’altoforno 2, l’unico ancora acceso, e poco più a ovest c’è il reparto delle lavorazioni a freddo. È l’unica area della fabbrica in cui ancora si lavora, ma non si sa per quanto tempo.
Il 9 luglio la Corte d’Appello di Milano ne ha decretato la chiusura perché nelle torri Cowper, che in sintesi sono impianti per recuperare il calore prodotto dagli altiforni, ci sono 2mila tonnellate di amianto e perché le emissioni di polveri sottili della fabbrica superano la soglia di sicurezza stabilita dall’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Le acciaierie hanno presentato un ricorso alla Corte di Cassazione, che si pronuncerà il 20 ottobre. Se sarà rigettato, la produzione di acciaio dovrà fermarsi.
Nella migliore delle ipotesi, la fabbrica importerà i semilavorati d’acciaio per fare a freddo i prodotti finiti, ma i legali delle Acciaierie d’Italia hanno scritto nel ricorso in Cassazione che lo stop dell’area a caldo provocherà una «distruzione produttiva» e l’impianto sarà costretto a chiudere del tutto.

Il palazzo che ospita gli uffici amministrativi delle Acciaierie d’Italia a Taranto (Angelo Mastrandrea/il Post)
Le acciaierie di Taranto sono il più grande stabilimento siderurgico italiano. Si estendono su 15 chilometri quadrati e hanno 8 parchi minerari, 200 chilometri di ferrovia interna per trasportare materie prime, semilavorati e rotoli di lamiera, 190 chilometri di nastri trasportatori, 50 chilometri di strade e 6 moli portuali. Ci lavorano 8mila dipendenti diretti e quasi altrettanti dell’indotto: almeno 5mila, se si guarda alle imprese rappresentate dall’AIGI, da Confindustria e da Confapi, ma molti di più se si aggiungono i dipendenti delle numerose aziende in subappalto non iscritte a nessuna associazione di categoria e i «cartellinanti». Ci sono poi i lavoratori che hanno ditte individuali o la partita IVA, come ad esempio molti camionisti che trasportano le merci.
L’indotto è un settore vario, perché le acciaierie hanno esternalizzato molte attività. Giovanni Lippolis, un operaio che lavora alla manutenzione delle linee ferroviarie, racconta per esempio che nelle officine interne lavora un migliaio di persone, e altrettante arrivano da imprese esterne specializzate nella meccanica ferroviaria.
A inizio settembre l’AIGI, la principale organizzazione di rappresentanza dell’indotto, ha inviato ai sindacati le lettere di 28 aziende iscritte che annunciano l’avvio della procedura di licenziamento per 2.500 operai. I lavoratori hanno scioperato, bloccato le strade e il ponte girevole che porta alla parte vecchia di Taranto, e il governo Meloni ha promesso un decreto per garantire ammortizzatori sociali «in deroga» anche a chi non è dipendente diretto della fabbrica. Vuol dire che chi ha un contratto a tempo indeterminato per un’azienda in appalto riceverà un assegno di cassa integrazione che arriverà al massimo all’80 per cento dello stipendio, con un tetto massimo mensile di circa 1.400 euro lordi. Tutti gli altri che perderanno il lavoro non riceveranno nulla.
Per ora le imprese hanno sospeso i licenziamenti fino alla sentenza della Cassazione, ma sembrano non credere alla possibilità che l’area a caldo possa rimanere aperta a lungo.
«Non abbiamo ancora ricevuto nessuna comunicazione formale, ma ci hanno fatto capire che è una questione di tempo», dice Vincenzo Bottiglione, un operaio che lavora come carpentiere per una ditta che fa la manutenzione dei cavi elettrici in tutte le acciaierie. L’impresa per cui lavora ha 20 dipendenti distaccati nell’ex ILVA che probabilmente finiranno in cassa integrazione, «anche se l’azienda ha anche altri committenti e potrebbe ricollocarci».
Anche Acciaierie d’Italia sembra non credere alla possibilità di continuare a produrre. È l’azienda di proprietà pubblica che ha rilevato gli stabilimenti dell’ex ILVA nel 2021, gestendoli in regime di amministrazione straordinaria. Alla metà di settembre ha cominciato a spegnere l’ultimo altoforno. Sta riducendo gradualmente la carica di minerale ferroso e non ne sta acquistando altro.
«Ormai non arriva più nulla e i magazzini sono vuoti, tra un po’ non ci sarà più niente da bruciare», spiega l’operaio De Giorgio. Lo spegnimento è una procedura lenta e graduale, che dura circa un mese. Sintetizzando al massimo, l’altoforno funziona come un enorme camino: non aggiungendo più materiali da ardere, pian piano il forno si spegne e si raffredda. Una volta spento, per riavviarlo ci sarebbe bisogno di una procedura ancora più lunga e complessa.



