Che ne sarà della Ducati
Il sospetto che Volkswagen voglia venderla per fare cassa sta facendo agitare la politica e l'imprenditoria italiane
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Lunedì un gruppo di politici e industriali, tra cui il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, ha visitato la fabbrica della Ducati, una delle più note aziende italiane produttrici di motociclette, sul cui destino c’è molta preoccupazione. Dal 2012 Ducati è di proprietà di Audi, che a sua volta rientra in Volkswagen, il gruppo automobilistico tedesco che sta attraversando una profonda crisi ed è diventato il simbolo del declino del settore europeo dell’auto.
Il timore è che l’azienda italiana di Borgo Panigale, nella periferia di Bologna, finisca per rientrare nel severo piano di riduzione dei costi avviato dalla dirigenza di Volkswagen e che sia venduta per fare cassa.
Urso ha detto che il governo sta cercando di capire se effettivamente Volkswagen voglia vendere, quando, in che modo, e a chi. E che se dovesse essere davvero venduta sarebbe meglio farla tornare di proprietà italiana. Il presidente di Confindustria Orsini ha detto che, insieme alla politica, l’industria farà «tutto ciò che serve per poter dare una mano a mantenere l’occupazione di duemila persone». È un modo per suggerire la costituzione di un gruppo di aziende pronto a comprarla, una “cordata”, come si dice in gergo: è quello che sta avvenendo per esempio nel caso dell’acciaieria dell’ex Ilva di Taranto.
«Il messaggio a Volkswagen su Ducati è arrivato chiaro, la pretesa nostra e dell’Italia è di essere ascoltati e di partecipare alle scelte di un brand per noi simbolo», ha detto il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale. «Ducati è un’azienda sana e merita di avere un futuro», ha detto il sindaco di Bologna Matteo Lepore.
In Ducati lavorano circa duemila dipendenti, senza però considerare tutto l’indotto. A inizio settembre i rappresentanti dei principali sindacati di settore avevano rassicurato i lavoratori sul fatto che la vendita della Ducati non era stata ancora avviata, e avevano detto di essere in contatto con il sindacato tedesco IG Metall. In ogni caso l’azienda italiana è tra le varie finite sotto esame, e Audi ha confermato che l’ipotesi di venderla è in discussione.
Ad alimentare il sospetto che Volkswagen finirà per vendere Ducati c’è anche il fatto che Ducati non è un’azienda che va male, anzi tutt’altro: potrebbe voler vendere un’azienda che invece è ancora redditizia e per cui quindi potrebbe spuntare un prezzo interessante.

L’esposizione di parti di una moto Ducati (Guido Calamosca/LaPresse)
Nel 2025 Ducati ha fatturato 925 milioni di euro, in calo rispetto al miliardo dei tre anni precedenti. Anche le vendite sono in calo e sono passate dalle 54mila unità del 2024 alle quasi 51mila del 2025, con cali importanti in mercati di riferimento come l’Italia e la Germania, che però sono stati in parte compensati da maggiori vendite in mercati più ricchi, come quello statunitense.
Questi segnali – seppur non allarmanti e ampiamente coerenti con un contesto di mercato molto difficile e in cambiamento – la espongono in parte al piano di ristrutturazione della capogruppo Volkswagen, per la quale rappresenta un’attività liquida e in grado di monetizzare velocemente.
Permetterebbe cioè di fare cassa subito, in un momento in cui Volkswagen ha annunciato la riduzione di decine di migliaia di posti di lavoro, la fine della produzione di metà dei suoi modelli e la chiusura di diversi stabilimenti per far fronte a una crisi molto profonda.
Volkswagen non sta perdendo soldi, per ora, ma ha un modello di business sempre meno profittevole. L’azienda sta lavorando da anni per tentare di risolvere le cose, ma senza grandi risultati anche perché la crisi dipende da tendenze in buona parte fuori dal suo controllo: i ricavi scendono perché vende molte meno macchine di un tempo, per via di modelli elettrici che non hanno conquistato il mercato e per la forte concorrenza cinese; e allo stesso tempo i costi sono molto aumentati per via delle crisi energetiche, per l’inflazione e per i dazi.
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