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  • Lunedì 21 settembre 2026

Ricostruire la mitica biblioteca di Umberto Eco

Decine di migliaia dei libri che conservava nella sua casa di Milano sono da poco accessibili al pubblico a Bologna, nel complicato ordine originale

di Alice Facchini, da Bologna

La nuova Biblioteca Eco a Bologna (Alice Facchini/Il Post)
La nuova Biblioteca Eco a Bologna (Alice Facchini/Il Post)
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Nel suo saggio Non sperate di liberarvi dei libri, scritto con Jean-Claude Carrière, Umberto Eco ripercorse duemila anni di storia dei libri concludendo che fossero «come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li avete inventati non potete fare di meglio». Il rapporto che Eco aveva con la sua enorme biblioteca diventò parte del mito attorno al più importante semiologo italiano di sempre, uno degli intellettuali del Novecento più prolifici e famosi al mondo.

E tra chi lo conosce meglio è noto anche il singolare modo in cui erano ordinati i suoi oltre 50mila volumi, collocati secondo criteri di affinità tematica sia in orizzontale sia in verticale, coerenti nella sua testa ma spesso di difficile interpretazione per gli altri. È il problema principale che ha dovuto affrontare chi ha curato l’allestimento della nuova Biblioteca Eco, aperta da luglio a Palazzo Poggi a Bologna, che ha raccolto e messo a disposizione del pubblico i volumi moderni che erano conservati nella celebre casa di Eco a Milano.

Nei primi anni Novanta Eco decise infatti di cercare una casa grande abbastanza da contenere tutti i suoi libri. A Milano, vicino al Castello Sforzesco (in piazza Castello 13), trovò un appartamento molto spazioso a forma di anello, dove si trasferì con la moglie Renate Ramge: prima di traslocare rafforzò il solaio per sostenere il peso di tutte le librerie.

Quando Eco morì il 19 febbraio 2016, all’età di 84 anni, gli eredi si posero il problema di dove mettere tutti quei libri: nel 2018 i volumi antichi – circa 1.300 – vennero comprati dallo stato e poi trasferiti alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, mentre quelli moderni vennero donati e poi ceduti in comodato d’uso all’università di Bologna, dove Eco aveva insegnato dal 1975 al 2007.

Per valorizzare quel grande patrimonio librario l’università di Bologna decise di aprire una nuova biblioteca per tramandare il metodo di lavoro di Eco, le sue fonti, i suoi interessi culturali e le relazioni intellettuali che alimentarono la sua produzione saggistica, giornalistica e narrativa.

Bisognava però trovare lo spazio giusto per accogliere la biblioteca, che alla fine fu collocata all’interno di palazzo Poggi, dove ha sede il Rettorato, nel centro storico della città. In particolare si ricavò uno spazio nell’ala novecentesca del palazzo, dove prima si trovavano alcuni uffici amministrativi e la casa del custode della Biblioteca universitaria.

Dopo aver liberato i locali iniziò la ristrutturazione: venne creato un piano rialzato composto da ballatoi percorribili a piedi, per riprendere l’architettura delle antiche biblioteche. Le porte furono ampliate per dare l’impressione di uno spazio unico e continuo: era così che appariva anche la casa-studio di Eco, dove gli ambienti erano tutti collegati tra loro per essere attraversati senza soluzione di continuità. Anche gli scaffali sono una riproduzione di quelli originali che si trovavano a Milano.

La sfida più grande però fu quella di decidere in che ordine disporre i libri. Eco infatti sistemava i volumi non tanto in ordine alfabetico (solo una parte della sezione di letteratura andava dalla A alla Z), ma seguendo un criterio logico-tematico che rifletteva il suo modo di pensare.

In sostanza, i libri venivano collocati uno vicino all’altro quando parlavano di temi simili o quando il loro contenuto in qualche modo era affine. Eco si rifaceva alla cosiddetta “regola del buon vicino” teorizzata dallo storico dell’arte e della cultura tedesco Aby Warburg, secondo cui il libro di cui si ha bisogno non è quello che si sta cercando, ma quello che si trova subito di fianco sullo scaffale.

Nella biblioteca di Eco l’andamento tematico non funzionava solo in orizzontale, ma anche in verticale: ogni libro era collegato a quelli di fianco, ma anche a quelli che si trovavano sopra e sotto. Per questo gli scaffali erano contigui, il che permetteva di passare in rassegna i volumi senza interruzione.

All’altezza degli occhi si trovava tutto quello che per Eco era importante, come i testi di Guglielmo di Occam e San Tommaso d’Aquino, a cui si ispirò per la scrittura del suo romanzo più famoso, Il nome della rosa. I libri che dovevano essere più visibili erano appoggiati con la copertina a vista. Grazie a questa disposizione Eco non ebbe mai bisogno di stilare un catalogo per orientarsi all’interno della sua biblioteca, perché riusciva facilmente a trovare i volumi che cercava.

Gli scaffali della nuova Biblioteca Eco a Bologna (Alice Facchini/Il Post)

Gli spazi della nuova biblioteca di Bologna sono però molto diversi rispetto a quelli della casa-studio di Milano: ci sono otto stanze, due piani e non c’è nessun corridoio che collega le sale. Per questo è stato molto complicato capire come posizionare i volumi per non perdere la disposizione originale. «Abbiamo studiato per mesi l’ordine dei libri: alla fine come un Tetris siamo riusciti a incastrare tutto», dice Ilaria Bortolotti, referente della Biblioteca Eco.

Una delle sezioni più difficili da spostare è stata quella di letteratura, con migliaia di volumi che nella casa-studio erano disposti in ordine cronologico lungo un corridoio di 16 metri. A Bologna invece la sala è pentagonale, e così l’andamento lineare è stato reso circolare: chi fa un giro tra gli scaffali in senso orario attraversa la storia della letteratura dal Duecento al Novecento. Verticalmente, ogni scaffale corrisponde a un paese: in alto c’è la letteratura inglese, sotto quella francese, poi quella italiana, tedesca e in basso quella russa.

Il progetto per spostare i libri nella sala della letteratura (Alice Facchini/Il Post)

Dopo aver messo a punto il progetto, nella primavera del 2026 i libri sono stati trasferiti. L’università di Bologna ha incaricato un’azienda di facchinaggio specializzata in archivistica, per non rischiare di fare confusione nella disposizione dei volumi: ogni scaffale è stato svuotato dalla fine all’inizio, libro per libro, e poi rimesso insieme una volta a destinazione. «Tra 200 anni studieremo Eco come abbiamo studiato Manzoni: perdere l’ordine dei suoi libri avrebbe significato perdere la mappa del suo pensiero», dice Bortolotti.

La biblioteca ha aperto al pubblico il primo luglio del 2026: chi la vuole visitare deve prendere un appuntamento, è permessa la consultazione ma non il prestito. In tutto ci sono circa 32.500 libri, di cui per il momento solo 2.500 sono stati catalogati. Ne arriveranno altri 11.500 dalla casa di villeggiatura di Eco a Monte Cerignone, sulle colline marchigiane, e manca ancora il suo archivio privato, composto dai manoscritti e dalla corrispondenza, con lettere di grandi personaggi della cultura e della politica come Noam Chomsky, Yasser Arafat e François Mitterrand. Per finire di catalogare tutti i volumi e i documenti ci vorranno un paio d’anni, dice Bortolotti.

Oltre a quella di letteratura, le sezioni più corpose sono quelle di filosofia e storia medievale, ma c’è anche sociologia, antropologia, psicanalisi, fumetto, storia dell’arte e comunicazione. Una piccola zona è dedicata ai libri sul falso e sullo specchio, due temi che ricorrono spesso nelle opere di Eco. La lingua prevalente è l’italiano, ma ci sono anche libri in latino, greco, francese, spagnolo, inglese, tedesco e russo.

Ci sono anche molte riviste, come la rivista di fumetto Linus, di cui Eco fu tra i fondatori e di cui si possono consultare tutti i numeri dal 1965 fino ai primi anni Ottanta. In mezzo ai volumi ci sono fotocopie, appunti e post-it, e tanti libri sono sottolineati e annotati. Bortolotti dice che Eco non ha letto tutti questi libri, ma molti sì: «Soprattutto in certe sezioni i libri sono tutti annotati».

La quarta e la sesta bozza del romanzo Il nome della rosa con le correzioni di Umberto Eco (Alice Facchini/Il Post)

Tra gli scaffali si trovano anche libri particolari e stravaganti, come un saggio sui cani medievali, le ricette di cucina contenute nel romanzo Gente di Dublino di James Joyce e una ricostruzione della storia della regina di Biancaneve. Ci sono anche alcune riproduzioni di libri antichi, realizzate con tecniche molto avanzate che li rendono molto simili agli originali: ogni copia costa qualche migliaio di euro. All’ingresso, per esempio, di fianco al bancone dell’accoglienza c’è una grande riproduzione della Bibbia di Gutenberg in due volumi, chiusi in una teca di vetro.

Alcune traduzioni dei libri di Umberto Eco (Alice Facchini/Il Post)

Infine, l’ultima sala ospita i libri di Eco e su Eco: quelli scritti da lui sono circa 200 saggi e sette romanzi, ma contando le varie edizioni e le traduzioni si arriva a 2.200 volumi. E poi ci sono circa 600 tesi di laurea e saggi che parlano di lui e delle sue opere. «Eco era un intellettuale ironico e autoironico, non temeva critiche e imitazioni», conclude Bortolotti. E infatti tra i suoi scaffali aveva fatto posto anche a un’edizione pirata di Il nome della rosa in russo, circolata senza i diritti d’autore e spacciata per un romanzo erotico.

Edizione pirata in russo di Il nome della rosa, spacciato per un romanzo erotico (Alice Facchini/Il Post)