L’ex presidente del Kosovo Hashim Thaçi è stato condannato a 25 anni per crimini di guerra
Un tribunale speciale dell’Aia lo ha ritenuto responsabile di omicidi, torture e detenzioni illegali commessi durante la guerra del Kosovo
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Mercoledì un tribunale specializzato in crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante la guerra in Kosovo, tra il 1998 e il 2000, ha giudicato colpevole di crimini di guerra l’ex presidente Hashim Thaçi. In quegli anni Thaçi guidò l’Esercito per la liberazione del Kosovo (UÇK), un’organizzazione paramilitare di separatisti albanesi che combatté contro l’esercito serbo per ottenere l’indipendenza. È stato condannato a 25 anni di carcere (i procuratori ne avevano chiesti 45).
Thaçi era accusato di vari crimini di guerra e contro l’umanità, inclusi persecuzione, arresto e detenzione illegali, tortura, omicidio, trattamenti crudeli e sparizioni forzate. Insieme a lui erano imputati per gli stessi crimini anche Kadri Veseli, Jakup Krasniqi e Rexhep Selimi, altri militari dell’UÇK poi diventati politici kosovari. Sono stati condannati rispettivamente a 18, 25 e 13 anni di carcere.
Thaçi e gli altri sono stati giudicati responsabili solo di crimini di guerra. Secondo i giudici ci sono prove sufficienti per dire che arrestarono e tennero prigioniere in condizioni disumane centinaia di persone in Kosovo e Albania, accusandole senza prove di essere collaboratori dei serbi.
I giudici hanno detto inoltre che ci sono prove sufficienti per dire che gli ex membri della milizia inflissero intenzionalmente gravi sofferenze fisiche e psicologiche a persone che non prendevano parte attiva alle ostilità, torturandole e in qualche caso uccidendole per le torture subite.
Thaçi in particolare è stato giudicato colpevole di 96 omicidi.

Hashim Thaçi (destra) accanto al comandante dell’Esercito per la liberazione del Kosovo Agim Çeku, nel 1999 (AP Photo/Lefteris Pitarakis)
Gli imputati sono stati invece scagionati dall’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità. Secondo i giudici, i procuratori non sono riusciti a provare con sufficiente certezza che «vi sia stato un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile».
Oggi il Kosovo è un piccolo stato a riconoscimento limitato, cioè non riconosciuto da tutti i membri delle Nazioni Unite. Ma fino ai primi anni Novanta era un territorio che faceva parte, come provincia autonoma della Serbia, della Repubblica socialista di Jugoslavia, una federazione a sei repubbliche che includeva anche Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Montenegro. Quando tra il 1991 e il 1992 la federazione si dissolse, il Kosovo restò provincia della Serbia all’interno di quanto ne rimaneva, ossia la più piccola Repubblica Federale di Jugoslavia, composta solo da Serbia e Montenegro.
Nel 1990, su pressione della Serbia, l’autonomia del Kosovo venne abrogata e il presidente serbo Slobodan Milošević avviò una dura campagna di serbizzazione del territorio, in cui la popolazione è prevalentemente albanese. Il tentativo di assimilazione forzata generò scontri tra esercito serbo e milizie paramilitari pro indipendenza che durarono anni e che alla fine del decennio sfociarono in una guerra.
Il movimento militare di separatisti albanesi UÇK in quegli anni fu responsabile di una serie di azioni di guerriglia contro l’esercito serbo, arrivando anche a controllare intere zone del territorio kosovaro. Ma è accusato anche di aver commesso crimini e persecuzioni ai danni di cittadini di etnia serba.
L’eredità della milizia è dibattuta. Per la Serbia fu un’organizzazione terroristica; e prima dell’inizio della fase più violenta della guerra nel 1999 gli Stati Uniti e le Nazioni Unite descrissero le sue azioni come terroristiche (ma non la inserirono mai nella lista ufficiale del terrorismo). Al contrario molti kosovari e albanesi la ricordano ancora oggi come un movimento di liberazione.
Il verdetto era attesissimo in Kosovo, dove nel centro della capitale Pristina era stato installato un maxi schermo che trasmetteva in diretta dall’aula. Si sono presentati moltissimi sostenitori di Thaçi e dell’UÇK, con cartelli con il volto dei quattro imputati e la scritta: «La loro libertà è l’unica giustizia». Dalla piazza è poi partita una marcia di protesta spontanea verso la sede di un’istituzione dell’Unione Europea.

Una manifestazione di sostenitori di Hashim Thaçi, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi a Pristina, 12 settembre 2026 (AP Photo/Zana Cimili)
C’erano persone radunate anche all’Aia, nei Paesi Bassi, dove ha sede il tribunale: dopo la lettura del verdetto alcune di loro hanno provato a muoversi verso l’edificio che ospita la corte, ma sono sono state fermate dalla polizia e dopo brevi scontri sono state contenute.
Al tribunale internazionale che ha giudicato Thaçi e gli altri ci si riferisce come Camere Specializzate del Kosovo (KSC). Venne istituito nel 2015 proprio per processare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante la guerra del Kosovo.
Fu lo stesso Thaçi, in qualità allora di presidente e primo ministro del paese, a firmare un accordo con l’Unione Europea per istituire il tribunale. Nel 2020 Thaçi venne rinviato a giudizio insieme agli altri tre e si dimise per affrontare il processo, iniziato nell’aprile del 2023.



