L’ultima festa di Jeremy Thomas

«Dai nove Oscar con Bertolucci, a Oshima, Roeg o Cronenberg, la sua filmografia sembra fatta di classici, ma senza di lui il cinema indipendente di quegli anni sarebbe venuto a patti con le mode e le pretese dei finanziatori, o addirittura non sarebbe mai esistito»

Jeremy Thomas in Australia nel gennaio 2024 (archivio Fondazione Bernardo Bertolucci)
Jeremy Thomas in Australia nel gennaio 2024 (archivio Fondazione Bernardo Bertolucci)
Giacomo Papi
Giacomo Papi

È nato a Milano. Il suo ultimo romanzo si intitola La piscina. È direttore dei contenuti della Fondazione Mondadori. Cura la sezione Storie/Idee del Post.

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L’11 luglio scorso il grande produttore cinematografico inglese Jeremy Thomas ha dato una festa nel suo cottage nella campagna a nord ovest di Londra per festeggiare i novant’anni di Sandy Lieberson, leggendario agente di gente come Peter Sellers, Steve McQueen e Mick Jagger. Era un giorno molto caldo, come quasi tutti quest’estate, ma nel cottage di Thomas arrivarono in molti, solo Grace Jones diede forfait all’ultimo momento.

Chi ha avuto la fortuna di esserci anche nei giorni che hanno preceduto l’evento conserverà per sempre il ricordo della concentrazione e della cura, vorrei dire dell’amore, con cui Jeremy Thomas, già molto malato, organizzava i festeggiamenti per il suo amico Sandy, il primo a suo dire a credere in lui prestandogli dei soldi all’inizio della carriera, ma ricorderà anche la surreale, improvvisa, sensazione di trovarsi a vivere, grazie al caso e al genio di Thomas, in quella famosa scena di Sunset Boulevard, il capolavoro di Billy Wilder, in cui Gloria Swanson gioca a bridge con Buster Keaton e altre star del cinema muto ormai tramontato.

Anche alla festa di Jeremy le star del cinema erano tante: Glenn Close con un cappello bianco e un vestito azzurro, Jeremy Irons in palandrana bianca e minorchine ai piedi, e poi ancora Terry Gilliam, vecchio hippy con barba, cappello e camicia psichedelica, Michael Palin, aggraziatissimo, a testimoniare che i Monty Python sono esistiti davvero, e in nero Julian Temple, il regista del film dei Sex Pistols e di Absolute beginners, o James Fox, ancora in jeans ma ormai bianchissimo, un tempo biondissimo, quando recitava con Dirk Bogarde la parte del padrone in Il servo di Joseph Losey, 1963.

Chi fosse stato presente avrebbe avuto il sospetto, se non la certezza, che Jeremy Thomas quel giorno, con la scusa di festeggiare l’amico, stava in realtà festeggiando sé stesso: con grande understatement britannico, prendeva commiato dalle persone a cui aveva voluto bene e che aveva amato, oltre che dagli amici – in alcuni casi – che nella sua lunga carriera aveva creato o almeno aiutato a esistere.

Un momento dell’ultima festa di Jeremy Thomas l’11 luglio 2025 a nord ovest di Londra, in Inghilterra (foto Giacomo Papi)

Jeremy Jack Thomas era nato il 26 luglio 1949 a Londra. È morto – dopo lunga malattia, come si dice – la sera dell’11 settembre 2026 nello stesso cottage di campagna dove due mesi prima aveva voluto salutare il mondo, il suo in particolare: le star e altri che non sapevi bene chi fossero perché si erano sempre tenuti nell’ombra, un passo indietro rispetto a registi e attori, ma che capivi subito, da come gli si rivolgevano gli altri, da come gli parlavano e guardavano, che senza di loro sarebbe stato tutto diverso. Oggi che Jeremy Thomas è morto mi piace pensare che quella festa fosse anche per loro, in onore di quelli che, come lui, hanno fatto la storia del cinema senza troppo apparire.

Jeremy Thomas era figlio di gente di cinema, suo padre Ralph e suo zio Gerald, e il suo prozio Victor Saville, furono figure fondamentali nell’industria cinematografica britannica della prima metà del Novecento: dall’Oscar per Goodbye, Mr. Chips del 1939 al successo negli anni Cinquanta della serie con Dirk Bogarde Doctor in the House, Doctor at the Sea, Doctor at Large, Doctor in Distress. Erano film per famiglie, popolari ma molto eleganti come tutto quello che allora era immaginato per le masse, film grazie ai quali le persone senza troppa cultura si avvicinarono alla vita e appresero il linguaggio nuovo del cinema. 

Jeremy Thomas, a partire dagli anni Settanta, fece qualcosa di completamente diverso: intuì che i film che allora apparivano di nicchia, alternativi, proprio grazie al linguaggio, che era nuovo, avrebbero potuto raggiungere milioni di persone. E così, se si leggono a ritroso i titoli dei film da lui prodotti nel corso della sua cinquantennale carriera, sembra di assistere a una sfilata coerentissima che però, a priori, sarebbe sembrata a chiunque un’avanzata in ordine sparso. Qualche titolo tra gli altri: A misfortune, cortometraggio di Ken Loach tratto da Čechov che Thomas montò nel 1973, The Shout di Skolimowski che produsse nel 1978, The great rock’n’roll swindle di Julien Temple nel 1980, e poi ancora film di Stephen Frears, Nicolas Roeg, Nagisa Oshima, Karel Reisz, David Cronenberg, Takeshi Kitano, Jonathan Glazer, e in seguito ancora Johnny Depp, Terry Gilliam, Matteo Garrone, Jim Jarmusch o Fast Food Nation di Richard Linklater.

L’incontro umano e lavorativo trionfale, però, fu quello con Bernardo Bertolucci, con cui nel 1988 Thomas vinse 9 Oscar, aiutando a portare nel film anche la musica di Ryūichi Sakamoto. Con lui pochi anni prima Thomas aveva lavorato in Furyo di Oshima, che aveva per protagonisti lo stesso Sakamoto e David Bowie. L’ultimo imperatore è, a oggi, il solo film italiano ad avere vinto come miglior film, non nella categoria miglior film internazionale. In seguito per Bertolucci Thomas avrebbe prodotto anche Il tè nel deserto, Io ballo da sola e The Dreamers.

A chi ama il cinema la filmografia di Jeremy Thomas, oggi, sembra fatta di classici degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. La verità è che probabilmente senza la sua forza, la sua concentrazione e la sua intelligenza, senza la sua straordinaria capacità di vedere quei progetti prima che venissero girati e di prendersi sulle spalle la fatica di farli diventare reali, quei film sarebbero venuti a patti con le mode e le richieste dei finanziatori, o addirittura non sarebbero mai esistiti.

La visione del cinema che guidò le scelte di Thomas e che ci consente, ex post, di vederne la coerenza, è già chiarissima nelle parole di ringraziamento alla notte degli Oscar per il premio a L’ultimo imperatore, categoria miglior film: oltre a citare, per prime, «le 30mila persone» che, in un modo o nell’altro, avevano contribuito all’impresa, affermando la sua concezione del cinema come opera collettiva, Thomas disse che quel riconoscimento dimostrava che «il cinema indipendente può essere insieme epico e popolare». Insomma, non è esagerato dire che se oggi esiste un cinema cosiddetto indipendente che può aspirare a uscire dalla nicchia e parlare a tutti è anche, e forse soprattutto, merito di Jeremy Thomas.

Jeremy Thomas ringrazia per l’Oscar a L’ultimo imperatore, categoria miglior film, nel 1988

Nel cottage in campagna dove l’11 luglio Jeremy Thomas aveva organizzato la festa e, due mesi più tardi, avrebbe chiesto di essere portato a morire, le porte e i soffitti sono bassi, sembra di stare nella casa di un hobbit, e fuori c’è un piccolo stagno, salici, un pollaio e una serra dove a ogni ora del giorno e della notte vola musica classica, mentre in garage lo aspettano ancora le automobili e le moto che ha collezionato per tutta la vita e per cui nutriva una passione smodata che implacabilmente infliggeva a chiunque entrasse nella sua orbita (è al centro del documentario presentato a Cannes nel 2021 The storms of Jeremy Thomas che gli ha dedicato Mark Cousins).

Nella sua camera è sempre acceso uno schermo gigante sintonizzato sulle news o sullo sport della BBC, e ovunque ci sono sue foto con la regina Elisabetta, Mick Jagger o David Bowie. Gli piaceva vederle e averle intorno, e gli piaceva che le ammirasse chi veniva a trovarlo. In un armadio ci sono le sue camicie australiane, sul tavolo gli astucci con il necessario per fumare, ovunque aleggia l’odore di marijuana con cui negli ultimi anni ha tentato di placare il dolore e la rabbia verso la morte che sentiva arrivare. Ludovica Barassi, la sua compagna, in tutti questi anni è stata sempre con lui.

Quando gli parlavi avevi l’impressione di un’intelligenza, una sensibilità e una forza speciali: di avere davanti uno che era capace di vedere la verità di ogni essere umano con cui entrava in contatto, di riconoscerne la forza e la debolezza senza mai diventare cinico.

Aveva gli occhi storti e fuori dalle orbite, e in testa portava quasi sempre un cappello. In certi momenti era duro con gli altri, sembrava un bambino che faceva i capricci, ma poi, quando sorrideva, capivi che sapeva già tutto.

Jeremy Thomas (a destra) con Valentina Ricciardelli, presidente della Fondazione Bernardo Bertolucci, alla proiezione di L’ultimo imperatore in piazza Maggiore a Bologna durante il festival Il Cinema Ritrovato a cura della Cineteca di Bologna, 28 luglio 2024 (foto Ludovica Barassi)

– Leggi anche: Il 25 aprile 1945, secondo Bertolucci di Giacomo Papi

Jeremy Thomas con la sua compagna Ludovica Barassi a Roma nel 2025 (Archivio Fondazione Bertolucci)

– Leggi anche: Storia del mio occhio di vetro di Ludovica Barassi

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