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  • Mercoledì 9 settembre 2026

Gli Stati Uniti stanno facendo male all’economia dell’Iran

Con l'embargo e le sanzioni, ma non significa che faranno crollare il regime

Una nave commerciale a Bandar Abbas, città iraniana sullo stretto di Hormuz, 7 settembre 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Una nave commerciale a Bandar Abbas, città iraniana sullo stretto di Hormuz, 7 settembre 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
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La crisi economica iraniana sta peggiorando in maniera sempre più vistosa, mano a mano che si fanno sentire gli effetti delle sanzioni e dell’embargo imposti dagli Stati Uniti. A fine agosto l’amministrazione di Donald Trump aveva imposto nuove e pesanti sanzioni contro l’Iran, con l’obiettivo di costringere il regime iraniano a fare compromessi nei negoziati sulla fine della guerra in Medio Oriente. Le sanzioni stanno avendo effetti pesanti, ma questo non significa che il regime iraniano cederà.

La misura più dannosa per l’Iran è l’interruzione delle esportazioni di petrolio, imposta dagli Stati Uniti con un blocco navale fuori dal golfo Persico. Il blocco era già stato applicato mesi fa, ma era stato sospeso per consentire i negoziati, e poi imposto di nuovo quando i negoziati sono falliti. Da quando il blocco è tornato attivo, nemmeno una petroliera iraniana è riuscita a uscire dal golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno anche cominciato a bombardare le petroliere iraniane ferme nel Golfo.

L’Iran ha subìto sanzioni statunitensi e occidentali per decenni, ma non era mai stato sottoposto a un’interruzione delle sue esportazioni petrolifere, che ora è praticamente completa visto che le infrastrutture per esportare il petrolio via terra sono carenti o del tutto inesistenti.

I proventi della vendita del petrolio costituiscono circa un terzo del budget pubblico iraniano, e sono inoltre un’importante fonte di valuta estera, perché i compratori stranieri pagano il petrolio in dollari (la valuta di scambio internazionale) o, nel caso della Cina, spesso in yuan. La valuta straniera viene poi usata per comprare dall’estero ciò di cui l’Iran ha bisogno come beni di consumo, macchinari, materiali grezzi per le industrie, eccetera.

Con la vendita di petrolio bloccata, le riserve di valuta straniera dell’Iran stanno calando e le importazioni stanno diventando via via più costose: questo fa aumentare l’inflazione, che ormai ha abbondantemente superato l’80 per cento.

La banca centrale iraniana ha anche bisogno di vendere dollari sul mercato per sostenere il valore del rial, la valuta nazionale, ed evitarne il crollo. Questo sta diventando sempre più complicato e il valore del rial è ormai arrivato a oltre due milioni per un singolo dollaro. Se il rial è svalutato il valore degli stipendi delle persone iraniane crolla, proprio in un momento in cui, a causa dell’alta inflazione, tutto costa di più.

Insomma: l’Iran ha un’economia che si basa in buona parte sulle esportazioni di petrolio, e se queste esportazioni non sono possibili rischia di bloccarsi del tutto.

Un commerciante di scarpe a Teheran, agosto 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Un commerciante di scarpe a Teheran, agosto 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Finora l’Iran è riuscito a resistere perché durante l’estate, nel periodo in cui i negoziati erano sembrati promettenti e gli Stati Uniti avevano sospeso il blocco navale, aveva fatto uscire quante più petroliere possibile dal golfo Persico. Molte di queste sono ancora in viaggio (sono molto lente) e quindi il paese ha ancora delle piccole quantità di petrolio da vendere. Dovrebbe però finirle entro metà ottobre.

Le difficoltà economiche stanno diventando evidenti anche dalle misure adottate dal governo, che per esempio ha aumentato il prezzo della benzina per gli automobilisti che eccedono una quota prestabilita di 110 litri al mese. L’Iran è uno dei posti in cui la benzina costa meno al mondo e il prezzo maggiorato sarà di 100.000 rial al litro: sono 6 centesimi di euro. (Per curiosità: chi consuma fino a 60 litri al mese paga la benzina 15.000 rial al litro, che è meno di un centesimo di euro).

Nonostante questo l’aumento rischia di essere dannoso per le famiglie iraniane, già stremate da mesi di guerra e difficoltà economiche. Nel 2019 un aumento comparabile dei prezzi del carburante provocò grandi proteste nazionali, e il regime rispose uccidendo oltre 300 persone.

Un tassista fa rifornimento vicino ad Ardakan, nella zona centrale dell’Iran, 8 settembre 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Tutto questo non significa che le pressioni economiche statunitensi stanno facendo vacillare il regime iraniano. Ha ancora abbastanza risorse per resistere a lungo, e le sta concentrando nei settori di cui ha più bisogno per sopravvivere e per proteggere i propri ranghi e gli apparati militari.

Come ha scritto di recente Foreign Affairs, il regime scarica gli effetti peggiori della crisi economica sulla popolazione, confidando che il proprio brutale apparato repressivo sarà in grado di terrorizzare e silenziare ogni eventuale malcontento. Di fatto l’embargo economico farà sicuramente soffrire gli iraniani, ma difficilmente farà crollare il regime.