Andare al teatro e al camposanto

«Da 23 anni una strana compagnia ha scelto come palcoscenico il Cimitero militare della Futa sull’Appennino tra Bologna e Firenze. Quest’anno potrebbe essere l’ultimo perché l’associazione tedesca che gestisce i cimiteri di guerra ha detto basta»

Il monumento sulla cima del cimitero della Futa, progettato dall'architetto Dieter Oesterlen (foto Massimo Cirri)
Il monumento sulla cima del cimitero della Futa, progettato dall'architetto Dieter Oesterlen (foto Massimo Cirri)
Massimo Cirri
Massimo Cirri

Ha condotto Caterpillar su Radio 2 per quasi trent'anni. Poi è stato sostituito da Belén Rodríguez.

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Era l’estate del 2003, ventitré anni fa. Siamo in vacanza in Mugello, Toscana. I bambini sono piccoli e un amico propone un pomeriggio a Firenzuola, nella valle a fianco. Andiamo da Remo e da suo fratello, hanno un’azienda agricola e c’è lo “spettacolo” della mungitura.

Quasi un’ora di viaggio per poco più di 30 chilometri. Strada di curve che sale tra i boschi. Castagneti, belle case in pietra, molte abbandonate. Da qui, negli anni ’60, se ne sono andati in tanti. Esodo dall’Appennino. Poi la discesa verso la valle del Santerno. Il fiume scorre con le acque intorpidite dagli enormi scavi per l’alta velocità ferroviaria e la variante di valico dell’autostrada. Le Grandi Opere si sentono. Molta gente fa lo stesso il bagno nelle pozze. Una pieve bellissima, Ca’ Maggiore, con sopra un borgo in pietra lasciato andare. Firenzuola, chiusa nelle mura, non è particolarmente fascinosa: completamente distrutta dai bombardamenti della guerra, ricostruita con molto cemento. Intorno enormi capannoni che lavorano la pietra serena.

L’azienda agricola affascina i bambini: le mucche, enormi, in fila per la mungitura; la macchina che raccoglie il latte; una montagna di bottiglie di Coca-Cola perché – mi pare di ricordare – se la mucca ha problemi di digestione funziona come con i bambini: bevutona di Coca-Cola e rutto liberatorio. Ci immaginiamo la potenza dell’emissione che parte dal primo stomaco del ruminante e cresce e si amplifica stomaco dopo stomaco. Ma non ci è dato di sentirla. Poi le enormi spazzole da autolavaggio dove le mucche si strofinano con molto piacere. Poi Remo fa vedere a Marco, nostro figlio, 8 anni, un corno di capriolo che ha trovato in un campo lì vicino. Poi glielo regala. Il bambino brilla. Poi qualche chiacchiera sul prezzo sempre troppo basso del latte, le quote, la fatica, le mungiture alle 6 del mattino e alle 5 del pomeriggio, tutti i giorni, tutto l’anno, sempre. Poi ci offrono qualcosa da mangiare.

– Leggi anche: Vivere davanti a un cimitero ha i suoi vantaggi, di Davide Carnevali

Annette, la moglie di Remo, è di fretta. Saluta, si scusa: «Devo andare, abbiamo la replica dello spettacolo al cimitero». Uno spettacolo in un cimitero? «Facciamo Eschilo, I persiani, al Cimitero tedesco. Io sono nel coro. Ma vado sennò faccio tardi». Non si riesce a sapere molto altro: una compagnia di giovani attori e registi arrivati da Milano, bravi davvero, l’idea di recitare nel Cimitero, il coinvolgimento dei firenzuolini, le prove.

Poi il corno del capriolo riprende il sopravvento: «Ma a lui ne cresce un altro? E gli casca anche quello? E lo veniamo a cercare l’anno prossimo? E intanto questo lo affiliamo e facciamo un pugnale da cacciatore preistorico bello appuntito, vero?» «Non lo so, Marco. E non guardare così tua sorella».

La sorella sopravvive e qualche mese dopo su Diario, il settimanale diretto da Enrico Deaglio – bellissimo – c’è un articolo su questa strana compagnia teatrale, si chiamano archiviozeta, che ha scelto l’Appennino tra Bologna e Firenze e il Cimitero militare della Futa come palcoscenico. Ma palcoscenico è riduttivo: come luogo, teatro, agente di possibilità e memoria.

Quest’anno potrebbe essere l’ultimo al Cimitero della Futa. Perché l’associazione tedesca che gestisce i cimiteri di guerra, il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, ha detto basta. Il teatro dentro un cimitero non è cosa. Anche se si fa da 23 anni. Adesso si dice che per i parenti delle vittime e per i cittadini, che si svolgano rappresentazioni teatrali in quel luogo di lutto, sia “irrispettoso”. Lo pensa anche il sindaco di Firenzuola, di Fratelli d’Italia: «La memoria non ha sempre bisogno di un palcoscenico: a volte ha bisogno soltanto del silenzio, dei nomi sulle lapidi e del rispetto per chi non c’è più». Così lo cita il giornale online Il Filo del Mugello, l’organo di riferimento per sapere come vanno le cose qui.

A me viene in mente che al Cimitero militare tedesco – ma loro dicono “germanico” – mi ci ha portato una volta mio padre. O forse dovevamo andarci ma non ci siamo mai andati. Dovevamo andarci perché il babbo – siamo toscani, parliamo così – voleva cercare la tomba del tedesco che era morto a casa nostra. Ultimi mesi di guerra: in casa si sono acquartierati dei tedeschi. Lui, il babbo, è scappato dopo l’8 settembre dalla caserma nel modenese dove era arrivato, recluta, pochi giorni prima. Dopo qualche momento di disorientamento con gli ufficiali che non dicono nulla – ma che ci stanno a fare, gli ufficiali? – i giovani soldati cominciano a capire che la cosa potrebbe mettersi male davvero.

I tedeschi li guardano con odio e hanno chiuso il portone della caserma. Allora qualcuno, di notte, alza un tombino della fogna e scappa da lì. Allora i tedeschi parcheggiano un carrarmato sopra il tombino. Ma ce n’è un altro. Il babbo ci si cala dentro la terza notte. Torna a casa a piedi, credo, dopo che una famiglia di contadini – contadini come loro – gli ha dato di che vestirsi buttando via la divisa che è una trappola. La zia Napolina racconterà poi, con divertita malignità, che il babbo è venuto via dalla caserma portandosi dietro una intera forma di parmigiano. Lui nega e di questa storia non parlerà mai volentieri. A casa ha trovato i genitori, le sorelle, i fratelli più giovani e i tedeschi. Così sta nascosto in un casotto degli attrezzi sperso nella campagna qualche chilometro lontano.

Le sorelle portano da mangiare a lui e a qualcun altro che sta nella stessa situazione. I tedeschi forse hanno capito qualcosa, e forse lasciano perdere. Forse no. Poi nel casotto arrivano anche due piloti – Inglesi? Americani? – scappati da un campo di prigionia. Se i tedeschi se ne accorgono sarà peggio. Poi i piloti li vengono a prendere i partigiani per portarli al sicuro. Poi uno dei tedeschi che stanno in casa – “il più vecchio”, racconteranno le zie, ma loro sono ragazze e il vecchio poteva avere trent’anni – riceve una lettera. Si siede sul muretto davanti a casa nostra, affacciato sulla strada, la apre, legge. Poi prende la pistola e si spara. Diranno, nei racconti familiari, che la lettera gli diceva della morte della sua, di famiglia, in un bombardamento aereo. Tutti: la moglie, i figli, i genitori. Tutti morti. Allora, avrà pensato, allora basta.

Viene sepolto poco lontano, in una fossa lungo la strada «dove ora c’è la casa dello zio Corradino». Poi è stato disseppellito, portato in un altro cimitero che nessuno ricorda dove, poi, dagli anni ’60, sarà alla Futa, di sicuro. Così lo siamo andati a cercare. O forse lo si doveva fare ma non l’abbiamo fatto. I confini tra il pensare di fare, progettare, e il farlo sono labili. E c’è sempre stato un alone di parole rarefatte su questa storia. E già in casa si parlava poco. E un senso forte di pietà intorno. E adesso che sono tutti morti mi spiace non aver chiesto di più. Forse ricordavano il nome, forse qualcuno lo aveva scritto da qualche parte. Saremmo arrivati sulla cima del monte che è diventato un camposanto – in famiglia si dice così, non cimitero – e avremmo chiesto dov’è la tomba, la lapide del “nostro” tedesco.

La lapide all’ingresso con il numero di sepolti che cambia spesso (foto Massimo Cirri)

Ce ne sono più di trentamila. Li hanno portati lì da tutta la Linea Gotica. E continuano ad arrivare. Li trovano quelli che cercano reperti con il metal detector. O i cercatori di funghi. Un anno fa, giugno 2025, nei boschi intorno al Poggio dell’Altello, nel comune di Palazzuolo sul Senio, un escursionista vede qualcosa che spunta tra le foglie e la terra. Si china. È un cinturone. Scava appena, affiorano delle ossa. Poi monete, bottoni e i resti di un telo impermeabile, forse la tenda in cui il soldato era rifugiato. Niente piastrina di identificazione. Una signora, si chiama Donella Ugolini, legge la notizia sui quotidiani locali. Tira un filo della memoria e dice che sua madre Rosa, morta molti anni addietro, forse ha visto gli ultimi istanti di vita di quel soldato. Lo racconta in una lettera a Il Filo del Mugello:

«Rosa, orfana di madre, dal 30 dicembre del ’43 si era rifugiata con le sue due sorelle proprio nei monti che facevano parte della linea Gotica: la notte dormivano ai Diacci (una casa che adesso è un rifugio) e il giorno andavano in cerca di cibo per sostenersi. Quella mattina percorreva il “viottolo” che portava al monte Altello quando vide arrivare un partigiano con il mitra imbracciato e un ragazzo molto giovane, un biondino, diceva lei, davanti a lui con le mani legate. Lei si nascose dietro una caspa [la basa recisa, ndr] di faggio e li lasciò passare.

Dopo un po’ sentì due colpi secchi e dopo qualche tempo il partigiano tornò indietro da solo. La Rosa che passò i suoi anni migliori tra ingiustizie, paure, morte e distruzione, si addolorò per questo soldato e pensò alla sua famiglia lontana, questa immagine le rimase sempre nel cuore tanto da trasmetterla a me insieme ai suoi tanti racconti di guerra durante la mia adolescenza. Lei quando morì, ormai tanti anni fa, aveva sempre negli occhi l’immagine di quella mattina. La guerra purtroppo non finisce mai con la felicità della pace raggiunta, ma ti perseguita per generazioni. Questo lo dovevo a mia madre».

I resti del soldato biondino, se è lui, li mettono in una piccola cassetta e vanno anche loro al Cimitero della Futa. Sta sulla cima di un monte, a 1000 metri d’altezza, in terrazzamenti lastricati di lapidi tutte uguali. Sono bassissime, orizzontali invece che verticali, e accoppiate. Sembrano pagine di libri aperti e appoggiati nel terreno. Poi alcune pozze d’acqua tonde. È una spirale che sale alla cima del monte. Lassù c’è un monumento aguzzo di pietra scura con delle schegge bianche e vampate d’edera cresciute sui lati. Un luogo estremo.

L’hanno costruito con fatica, sapremo poi, per via delle difficili condizioni del terreno in tutti gli anni ’60. Inaugurato il 28 giugno 1969. Piove a dirotto e c’è anche un po’ di tensione perché a Firenzuola, è a qualche chilometro, un cimitero per i nemici lascia anche molte perplessità. E qualcuno è venuto a vedere e forse a protestare. Poi arrivano le madri in lutto. Tutti i cimiteri di guerra sono cimiteri di giovani, qui di più. Data di nascita e data di morte, in quelle lapidi come libri aperti, dicono di tantissimi che muoiono a 18 o 17 anni.

Il più giovane dovrebbe essere Heinrich Bodewig, nato il 24 febbraio 1928 a Mönchengladbach, e morto appena sedicenne nel settembre 1944 da qualche parte in Romagna. Werner Abing, paracadutista, morto appena prima di compiere 17 anni. È già fine aprile 1945, quindi si presume prigioniero degli Alleati. È stato sepolto a Borgo Panigale, Bologna, fino al 1962. Poi Arno Leikauf, paracadutista diciassettenne anche lui, morto a Finale Emilia due giorni prima della fine della guerra.

«Vecchie madri ancora piangenti sotto un tragico temporale», scrive La Nazione, vedono la tomba dei figli 25 anni dopo la morte. L’articolo è firmato M. M. Sta per Mauro Mancini. A tirare i fili delle morti – siamo in un cimitero, si può fare – qualcuno si è accorto che Mauro Mancini scomparirà meno di 9 anni dopo in quella tragica disavventura con Ambrogio Fogar nell’Atlantico del Sud. La barca attaccata dalle orche, loro che resistono 74 giorni sulla zattera mangiando due cormorani e le telline che si attaccano alla chiglia. Poi una nave li trova, Fogar si salva. Mauro Mancini debilitato, ha perso 40 chili, muore di polmonite due giorni dopo, sulla nave greca che sta navigando verso il Sudafrica, quando sono all’altezza delle Isole Falkland. Adesso mi viene voglia di sapere dove sia sepolto. Ma mi fermo. I luoghi di sepoltura a volte per me diventano una droga. Ma posso smettere quando voglio.

Una lapide al cimitero (foto Massimo Cirri)

Torniamo al Cimitero della Futa, due anni dopo, 2005. Quelli di archiviozeta fanno Sette contro Tebe, Eschilo. Ci sono anche i bambini. «Ogni guerra è guerra civile», dice una voce. Diventerà parte del lessico familiare. Nel 2006 Antigone, Sofocle. Nel 2007 recuperiamo I Persiani che ci eravamo persi nel 2003. Alla rappresentazione c’è anche Romano Prodi, il presidente del Consiglio. Da allora ci siamo tornati ogni estate, ogni anno. Omero, Eschilo – ancora – Kraus, Pasolini, Shakespeare, Cortázar, Dostoevskij, Mann, Kafka. Nel 2020, con la pandemia, archiviozeta si sposta a Villa Aldini, a Bologna. Antigone, Nacht und Nebel, Sofocle. Non riusciamo ad andarci, maledizione. Me ne pento.

Recuperiamo il 16 agosto. Al Cimitero di Borgo Panigale, appena fuori Bologna, c’è Requiem Antigone, sempre da Sofocle. È una «marcia desolata, una processione addolorata». Si coagula nel piazzale davanti al Cimitero, cammina e ci entra. Nei viali di cipressi, tra le cappelle e le lapidi. Dentro. Ricorda, commemora, dice dei corpi e delle vite dei cittadini di Bergamo che sono stati portati qui qualche mese prima, con quei camion militari che ricordiamo tutti, perché non c’è più posto, lassù, per i morti. C’è un violoncellista, Francesco Canfailla, su una pedana che si muove, una processione dietro. Poesie di Franco Arminio.

– Leggi anche: Investigando sul grande sopruso subito dalla trisnonna Pierina, di Giulia Depentor

Una «elaborazione del lutto collettivo per dare simbolicamente sepoltura ai morti di coronavirus». Non ho mai attraversato un momento così alto. Un rito culturale, un qualcosa che ti pulisce e deposita le scorie di quei mesi pieni di morte e di paura di morire. Almeno per me. L’appuntamento, davanti al cimitero di Borgo Panigale, è alle 5 del mattino. Il programma prevede partenza dall’Appennino alle 3:15. Mia moglie defeziona all’ultimo: «Non ce la faccio, mi dice, tu vai?». Vado. «Stai attento a non addormentarti in macchina».

Quest’anno, pochi giorni addietro, siamo tornati al Cimitero della Futa per Kafka, Il processo, la seconda parte. Bello come sempre, loro più bravi del solito. Con il tempo quelli bravi diventano più bravi e Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, sono loro l’anima di tutto, insegnano a tanti attori giovani che hanno trascinato nel cimitero e nelle cose che hanno fatto. E sono tantissime, l’elenco è su archiviozeta.eu e mette i brividi. L’assessore alla cultura di Firenzuola non è d’accordo con il sindaco che è d’accordo con l’associazione tedesca che gestisce i cimiteri di guerra, il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, che ha detto basta, e infatti si è dimessa e l’altra sera era a vedere Kafka e poi ha pianto.

Adesso la Regione Toscana ha scritto all’ambasciata tedesca per chiedere un confronto prima che la decisione diventi definitiva. A me pare, da frequentatore del cimitero/teatro, che la Regione Toscana, in questi 23 anni, non si sia mai rovinata finanziariamente per sostenere archiviozeta. Ma è un giudizio superficiale. Anche la Regione Emilia-Romagna si è mossa. Ma si muoveva anche prima. Guidotti e Sangiovanni dicono che il loro lavoro, da artisti, lo hanno fatto e continueranno a farlo. Al cimitero o altrove. E che adesso tocca alle istituzioni.

Sanno, da artisti e cittadini, che questo strano posto che hanno contribuito a far uscire dall’oblio – nel 2019 anche con un libro che ne ricostruisce storia e contesto, a partire dal progetto dell’architetto Dieter Oesterlen – adesso corre un rischio. «Che svuotato dai cittadini e dalla comunità che si è formata negli anni intorno al teatro, torni a essere meta di pellegrinaggio per negazionisti e nostalgici». È lo spirito dei tempi, in Germania e qui.

Sulla questione dell’irrispettoso posso solo portare un contributo personale: a teatro mi addormento spesso, diciamo sempre. Secondo me è il corpo che reagisce così al benessere che viene dal partecipare a un momento alto. Il piacere, si sa, confina con il sonno. Mia moglie non è d’accordo e mi dà gomitate per svegliarmi. Concordo che vedere un anziano con gli occhi chiusi e la testa ciondoloni potrebbe superficialmente essere interpretato come un segno di poco rispetto. Al Cimitero Militare Germanico della Futa, con archiviozeta, non mi è mai successo.

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