I discussi funerali di Ratko Mladić in Serbia
Migliaia di persone hanno reso omaggio all’ex comandante dei serbi bosniaci che era stato condannato per crimini di guerra e contro l'umanità
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A Belgrado, la capitale della Serbia, ci sono stati i funerali di Ratko Mladić, l’ex comandante dell’esercito dei serbi bosniaci durante la guerra degli anni Novanta, morto a fine agosto a 84 anni nel carcere di Scheveningen, nei Paesi Bassi. Mladić era stato condannato all’ergastolo per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, in particolare per il massacro di oltre 8mila ragazzi e uomini bosniaci musulmani a Srebrenica, nel nordest della Bosnia Erzegovina: in Serbia però molte persone lo considerano ancora un eroe, e per lui il presidente nazionalista Aleksandar Vučić ha organizzato dei funerali di stato.
Dalle prime ore del mattino migliaia di persone si sono messe in coda fuori dalla chiesa di San Luca apostolo, nella parte sud della città, per rendere omaggio a Mladić, la cui bara era esposta dalle 7. Tra i primi ad aver reso omaggio alla bara ci sono stati i suoi familiari, compreso il figlio Darko, e i suoi più stretti collaboratori, a cui sono seguiti veterani di guerra, cittadini e politici serbi, inclusi il ministro della Difesa serbo Bratislav Gašić, quello della Giustizia Nenad Vujić e quello della Cultura Nikola Selaković.
Attorno alle 12 è cominciata la messa officiata dal patriarca serbo Porfirije, e poi è partita una processione verso il cimitero di Topčider, lì vicino. Mladić è stato sepolto accanto alla figlia Ana, che nel 1994, a 23 anni, si suicidò dopo aver saputo delle operazioni di pulizia etnica, dello sterminio e delle deportazioni ordinate dal padre, prevalentemente contro persone musulmane e non di etnia serba.
La cerimonia ha compreso diversi discorsi davanti alla tomba di Mladić al cimitero, e in totale è durata diverse ore. Fuori dalla chiesa erano stati installati dei maxischermi su cui la messa è stata trasmessa in diretta. Dato il grande afflusso di persone le misure di sicurezza in città erano state rafforzate.
Il corpo di Mladić era stato riportato in Serbia giovedì 3 settembre, per poi essere sottoposto a un’autopsia all’accademia medica militare di Belgrado. Sabato c’era già stata una prima commemorazione a cui avevano partecipato funzionari sia serbi sia della Republika Srpska, ovvero l’entità territoriale della Bosnia Erzegovina creata dai serbi bosniaci che erano contrari all’istituzione di uno stato indipendente dall’ex Jugoslavia. Domenica invece i tifosi della squadra di calcio dello Stella Rossa Belgrado hanno esposto un enorme striscione con la faccia di Mladić durante il derby contro i Partizan.
Nonostante il governo serbo avesse autorizzato i funerali di stato, alla cerimonia non ha partecipato il presidente Vučić, che ha mandato al suo posto il figlio Danilo. C’è invece stato Milorad Dodik, l’ex presidente della Republika Srpska, che ha posizioni nazionaliste e filorusse e ha più volte minacciato la secessione del territorio dalla Bosnia Erzegovina per unirsi proprio alla Serbia.
La Serbia è un paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea, e il modo in cui ha celebrato Mladić in queste settimane è stato ampiamente criticato dalle autorità europee. Marta Kos, la commissaria europea per l’allargamento e la politica di vicinato, ha cancellato una visita in programma in Serbia in segno di protesta, e ha ricordato che «la glorificazione» attorno alla morte di Mladić è «incompatibile con i valori sui quali è costruito il percorso dell’Unione».
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