Il guardiano del faro di Santa Maria di Leuca
«Il mestiere del farista è cambiato molto negli anni. Se un tempo i predecessori di Antonio Maggio passavano la notte su una brandina sull’ultimo, stretto, pianerottolo sotto la lanterna, e si dovevano svegliare ogni due ore per ricaricare l’ingranaggio, oggi i gesti più importanti riguardano la manutenzione»
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Il regalo più grande che mi ha fatto mio papà Guglielmo è stata la passione che ha plasmato e guidato tutta la mia vita, personale e professionale. Quella per navigare a vela. Il suo era un modo di andare per mare molto istintivo ed essenziale, poco supportato dalla tecnologia e dagli agi. A bordo di Speranza le informazioni meteo si ascoltavano dal bollettino Meteomar via radio, due volte al giorno, segnandole sul diario di bordo per non dimenticarle, e la rotta la si tracciava con linee leggere di matite sulle carte nautiche. Le notti erano i suoi momenti preferiti, quando si potevano vedere le stelle e lasciare che l’intuito, più che i sensi, guidasse i gesti. Quando passavamo nelle vicinanze di una costa mi invitava a scrutare attentamente il buio del mare per scorgere la luce di un faro: significava che eravamo al sicuro, perché sapevamo dove ci trovavamo e dove ci stavamo dirigendo.
Quei fasci di luce che squarciavano il nero erano il nostro appiglio. Per cementare – anche se forse non intenzionalmente – l’amore per la vela, mio papà mi fece leggere fin da piccola i libri di Bernard Moitessier, il navigatore solitario francese diventato famoso per aver circumnavigato una volta e mezzo il mondo in solitario senza fermarsi mai, approdando in Polinesia francese dopo diciotto mesi, nel 1969. Grazie a lui, il semino della dolcezza della vita nei Mari del Sud si insediò dentro di me, e anni e anni dopo germogliò. Ma questa è un’altra storia. L’autore di La lunga rotta, che da allora continua a ispirare i sogni di tanti che in mare trovano la pace, diceva che la sua barca a vela aveva un’anima.
«Joshua è una superba compagna di viaggio. Fende il mare con dolcezza, emettendo una musica che giunge fino in fondo al mio cuore».
Moitessier con Joshua comunicava, amandone la compagnia e la protezione che quello scafo rosso di dodici metri gli dava. Anche per Antonio Maggio il faro di Santa Maria di Leuca ha un’anima, che ha imparato ad ascoltare, conoscere e amare quasi trent’anni fa, quando ne è diventato il guardiano. Anche nel suo caso è stato il padre a tracciare il suo destino, inviando a sua insaputa una domanda per un concorso.
Antonio Maggio è nato a pochi chilometri dal faro e ne è sempre stato affascinato, «ma mi sembrava qualcosa di irraggiungibile». Dopo il diploma entra in Marina, dove rimane più di sei anni, poi si congeda e rientra in paese per costruire una famiglia con sua moglie Anna. Viene preso a lavorare nell’Arsenale Militare di Brindisi, dove passa altri dieci anni, finché il posto di farista per quello di Santa Maria di Leuca si libera. Quello che sembrava irraggiungibile diventa la sua realtà. La famiglia Maggio si trasferisce nell’appartamento al primo piano del grande edificio dai muri bianchi di cui Antonio deve custodire la luce che guida la gente in mare.
«Il mio non è un mestiere, ma una vocazione, a volte mi definisco un medico condotto. Sono il primo a sapere quando qualcosa non va: il faro mi dice quando si sta sentendo male e io intervengo subito. Per chi ha come punto di riferimento il faro, una lampadina che si brucia può gettare nello sconforto, soprattutto quando c’è tempesta o brutto tempo. Tutto deve essere sempre perfetto».

Antonio Maggio, il guardiano del faro (foto di Clara Louise Di Girolamo)
Quando cerca di trovare le parole giuste per rispondere alla mia curiosità, Antonio Maggio si emoziona. Voglio capire cosa si prova a fare un lavoro che ha un valore simbolico così forte, di ponte fra uomo e natura, fra terra, mare e cielo, un lavoro che incarna l’ideale di un senso del dovere che deve essere compiuto anche in condizioni estreme, senza orari né domeniche, perché è una necessità vitale per chi passa per mare.
Il mestiere del farista e la fatica a esso connessa sono cambiati molto negli anni. Se un tempo i predecessori di Antonio passavano la notte su una brandina sull’ultimo, stretto, pianerottolo appena sotto la lanterna, e si dovevano svegliare ogni due ore per ricaricare l’ingranaggio, oggi i gesti più importanti riguardano la manutenzione preventiva.
«Il nostro lavoro quotidiano include la rimozione di polvere e salsedine dalle 16 lenti e dai vetri della lanterna larga 3 metri per garantire la massima visibilità del fascio di luce, ma anche la verifica del corretto funzionamento elettrico dei vari componenti e dei sistemi di accensione e la tenuta dei registri degli interventi, oltre alle incombenze amministrative».
Bisogna programmare tutto, ma a volte i piani di lavoro saltano all’ultimo momento per qualche problema improvviso nella zona intorno al capo di Santa Maria di Leuca, che va da Gallipoli a Tricase Porto, di cui Antonio è diventato responsabile negli anni. La portata nominale, cioè in condizioni atmosferiche standard, del faro di Santa Maria di Leuca è di 24 miglia nautiche (circa 44 km), che in condizioni di visibilità ottimale possono estendersi fino a 28-30 miglia. È alto 102 metri sul livello del mare, uno dei più alti e potenti d’Europa. Venendo da terra lo si scorge tutt’a un tratto all’ultimo tornante prima di arrivare a Leuca, lungo la strada litoranea salentina che costeggia ripide scogliere bianche a picco sul mare.
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I lavori iniziarono nel 1863 su progetto dell’ingegnere campano Achille Rossi, ma il faro entrò in funzione tre anni dopo, la mattina del 6 settembre 1866, 160 anni fa. Era uno dei molti fari costruiti lungo i quasi ottomila chilometri delle coste italiane in un’epoca di intensa espansione dei traffici commerciali tra il Mediterraneo e l’Oriente, favorita sia dall’apertura del Canale di Suez che dal processo di unificazione nazionale, che contribuì a rendere più organica la gestione delle infrastrutture marittime del nuovo Regno d’Italia.
Quando l’ingegner Rossi condusse le sue ricerche per decidere dove costruire il nuovo faro, sul capo di Leuca non c’era quasi niente. Oltre alla Basilica di Santa Maria de Finibus Terrae, da secoli luogo di arrivo dei pellegrini che percorrevano la via francigena per imbarcarsi verso la Terra Santa, esistevano solo le rovine della cinquecentesca torre di avvistamento di Punta Meliso, una delle più importanti fatte erigere in Puglia dai viceré spagnoli per contrastare i pirati turchi e barbareschi. Fu sopra questi resti che Rossi decise di costruire il faro, che conserva ancora oggi la sua struttura originaria.
L’edificio di servizio è composto da due piani ed è sormontato da un’alta torre ottagonale in pietra bianca, all’interno della quale una scala a chiocciola di 254 gradini porta alla lanterna da cui si vede un panorama che gli occhi non riescono a contenere tutto, perché va dalle ville ottocentesche del borgo di Leuca ai monti dell’Albania alle isole greche di Corfù e Othoni.

Il faro visto da terra (foto di Clara Louise Di Girolamo)
A partire dagli anni Ottanta, con l’introduzione di sistemi elettrici automatici e fotocellule capaci di accendere le lanterne in autonomia, e poi con l’avvento del GPS negli anni Novanta, l’importanza dei fari per le rotte commerciali è diminuita drasticamente. Fatto che, insieme agli alti costi di gestione e manutenzione, ha progressivamente portato alla dismissione di molti fari: oggi in Italia ne restano 147 ancora attivi, tutti gestiti dal Servizio fari della Marina militare. Dal 2015, però, alcuni fari dismessi hanno ricominciato a prendere vita, attraverso un programma dell’Agenzia del demanio che prevedeva di dare in concessione a privati le strutture chiuse per trasformarle in centri culturali o strutture ricettive.
Antonio Maggio e la sua famiglia in un faro vivono e dormono da quasi trent’anni.
«È casa nostra. Qui sono cresciuti i miei figli Giuseppe e Paolo, qui coltivo i miei pomodori, qui ho i miei più bei ricordi, ma è una casa aperta. Cerco di dare la possibilità di visitare a quante più persone possibili attraverso le giornate aperte al pubblico che organizziamo regolarmente con la pro loco di Santa Maria di Leuca e in coordinamento con la Direzione Fari».
Se vi capita, andateci. E salutatemi Antonio.
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