I Mondiali femminili di calcio del 1971: memorabili ma dimenticati
Si giocarono in Messico e alla finale c'erano oltre 100mila spettatori; la FIFA però non li ha mai riconosciuti come ufficiali
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Il 5 settembre del 1971 allo stadio Azteca di Città del Messico, uno dei più famosi della storia del calcio, si giocò la finale dei Mondiali femminili tra Danimarca e Messico. A vederla c’erano oltre 110mila persone, in un clima festoso. La decise una calciatrice danese di appena 15 anni, Susanne Augustesen, che qualche anno dopo sarebbe diventata una delle attaccanti più forti della storia della Serie A. Ma quel 5 settembre si fece già notare parecchio: in meno di 40 minuti segnò una tripletta, e fece così vincere alla sua nazionale il suo secondo Mondiale consecutivo, dopo quello del 1970.
Eppure secondo la FIFA la nazionale femminile della Danimarca non ha mai vinto i Mondiali. Il motivo è che la stessa FIFA organizza i Mondiali femminili solo dal 1991, e non riconosce come ufficiale nessuno dei tornei analoghi disputati in precedenza, nemmeno quello del 1971. Anche se, di fatto, quel torneo si svolse come un vero e proprio Mondiale, con tanto di qualificazioni. E raggiunse un livello di notorietà tutt’altro che trascurabile, a guardare i pochi video rimasti.
Il calcio giocato dalle donne, dopotutto, esiste da tantissimo tempo. Le prime squadre di club si formarono già alla fine dell’Ottocento (quando il calcio era appena nato) e la prima partita tra nazionali si giocò già nel 1881: in quegli anni, soprattutto in Inghilterra, le partite femminili di calcio erano popolari.
Nei decenni successivi, però, la maggior parte delle federazioni nazionali europee vietò alle donne di giocare a calcio, o cercò comunque di ostacolarne le squadre, con l’idea che non fosse uno sport adatto a loro. Nel Regno Unito, in Belgio, in Francia, in Germania e in Italia, insomma, le calciatrici non potevano giocare nei campi delle società affiliate alla federazione nazionale, e i club con squadre maschili non potevano avere un corrispettivo femminile.
Le cose iniziarono a cambiare solo all’inizio degli anni Settanta, quando moltissimi di questi divieti furono aboliti. Nel 1970, allora, la Federazione del calcio femminile europeo indipendente (FIEFF) organizzò i primi Mondiali femminili della storia, portando 7 nazionali in Italia – non a caso, visto che erano soprattutto i club femminili italiani a sostenere economicamente la FIEFF, insieme ai vari sponsor. Vinse, come detto, la Danimarca: le calciatrici giocarono la finale con addosso le magliette del Milan perché le loro erano state rubate il giorno prima.

(FIFA Museum)
Visto che quei Mondiali in Italia erano stati un successo commerciale, l’anno dopo la FIEFF li riorganizzò subito, in Messico, dove l’anno prima si erano giocati i memorabili Mondiali maschili. Quelli femminili lo furono altrettanto. La centrocampista inglese Chris Lockwood, che all’epoca aveva 15 anni, disse a BBC News che per lei e le sue compagne fu come «essere trasportate in un altro mondo»:
Non credo che sapessimo davvero cosa aspettarci. Avevamo giocato soltanto nel piccolo torneo di qualificazione in Sicilia, che si disputava sui campetti a cui eravamo abituate. E all’improvviso ci siamo ritrovate nel bel mezzo della febbre dei Mondiali, in questo enorme torneo internazionale, patinato, spettacolare e organizzato a livello professionale.
Le sei squadre che avevano superato le qualificazioni – Italia, Inghilterra, Danimarca, Francia, Argentina e Messico – andarono in Messico senza pagare niente e si trovarono in mezzo a una marea di tifosi. Alle partite partecipavano spesso decine di migliaia di spettatori e per strada le squadre erano sempre scortate dalla polizia.
Il torneo ebbe successo anche grazie ai grossi investimenti degli sponsor, tra cui la multinazionale italiana Martini & Rossi, e a efficaci attività di promozione. I biglietti per le partite, per esempio, costavano al massimo l’equivalente di sette euro di oggi, e intorno agli stadi si potevano comprare spille, magliette, borse, bambole, programmi di gara, spesso con sopra l’immagine della mascotte del torneo, Xochitl (una giovane calciatrice). Per connotare ancora di più l’evento, i pali delle porte furono colorati a strisce rosa e bianche, e tutti i membri dello staff erano vestiti di rosa.
Prima delle partite c’erano anche diversi spettacoli: acrobazie con le moto, per esempio, o partite tra cantanti e ballerine.

Il gagliardetto dei Mondiali del 1971, con sopra la mascotte Xochitl (Google Arts&Culture)
Quei Mondiali durarono dal 15 agosto al 5 settembre, e, per quanto il contesto fosse entusiasmante, certe partite furono molto dure. Il clima era comunque caldo e umido, e l’Azteca, dove si giocò gran parte delle partite, si trova a 2.200 metri sul livello del mare. L’aria è quindi più rarefatta del normale, e molte calciatrici avevano bisogno dell’ossigeno dopo una partita.
Come tra gli uomini, anche tra le donne allora si giocava un calcio più duro di quello di oggi. Trudy McCaffery, che all’epoca aveva 16 anni e giocava per l’Inghilterra, scrisse il seguente resoconto dopo quella partita contro il Messico:
Messico 4-Noi 1: una gamba rotta, un piede rotto, tre legamenti lesionati, una lesione alla cartilagine, una spalla gravemente contusa e vari altri lividi, tagli, botte e contusioni.
Per alcune calciatrici inglesi, però, il rientro a casa fu ancora più difficile. Alcune di loro furono multate o sospese dalla WFA, la federazione calcistica femminile inglese, perché la partecipazione ai Mondiali in Messico non era stata autorizzata né dalla federazione stessa né dalla FIFA.
Anche la nazionale italiana, all’epoca una delle più forti al mondo, non visse quei Mondiali con serenità. In un’intervista a Ultimo Uomo, Elena Schiavo ha raccontato che la notte prima della semifinale contro il Messico – poi persa – i tifosi di casa si misero a fare baccano sotto al loro hotel, per impedire alle giocatrici di dormire.
La maggior parte delle calciatrici che parteciparono a quei Mondiali, però, li ricorda ancora con grandissimo affetto. Per Schiavo, per esempio, furono un’esperienza «incredibile». Dopotutto, fu un momento eccezionale per il calcio femminile, anche se guardiamo ai suoi standard di oggi.

Il giorno dopo la fine dei Mondiali, il 6 settembre 1971, il Corriere dello Sport dedicò una buona parte della sua quarta pagina proprio al calcio femminile
Eppure per decenni non si sarebbe più parlato di questo torneo. Fu di fatto dimenticato, osteggiato dalla FIFA, da molte federazioni nazionali e soprattutto da un contesto generale che ancora non vedeva il calcio come uno sport anche femminile. Solo negli ultimi anni, soprattutto in Inghilterra, si è tornati a parlare dei Mondiali del 1971 e a cercarne i video e le foto, molte delle quali erano rimaste chiuse in alcuni scatoloni in Messico per quasi cinquant’anni. Nel 2023 fu pubblicato un documentario, Copa 71.



