È morta Gloria Steinem
È stata una delle più importanti femministe statunitensi del Novecento: aveva 92 anni
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Gloria Steinem, una delle più importanti femministe statunitensi del Novecento, è morta a 92 anni. Fra gli anni Sessanta e Settanta, durante la cosiddetta seconda ondata del femminismo, fu fondamentale nella lotta per la legalizzazione dell’aborto, la liberazione sessuale e la presa di coscienza della normalizzazione della violenza domestica nella società, sia negli Stati Uniti che a livello internazionale.
Alla fine degli anni Sessanta, insieme a Dorothy Pitman Hughes e Patricia Carbine, fondò Ms. Magazine, la prima rivista femminista mensile venduta su scala nazionale e destinata a un pubblico femminile generalista: l’obiettivo era raccontare le storie che sugli altri giornali non trovavano spazio e farle arrivare anche alle lettrici che non erano raggiunte dalle riviste femministe più piccole.
Un articolo contenuto nel primo numero dal titolo “We have had abortions” (“Noi abbiamo abortito”), pubblicato a luglio del 1972, divenne immediatamente un pezzo fondamentale del dibattito nazionale sulla legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti, avvenuta nel 1973 con la sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade (poi ribaltata nel 2022). Nell’articolo oltre 50 donne, tra cui alcune molto famose come la scrittrice Susan Sontag, dichiaravano di essersi sottoposte a un’interruzione di gravidanza in un momento storico in cui l’aborto era ancora vietato in molti stati americani. Si ispirava al Manifesto delle 343, uscito pochi mesi prima in Francia su idea della nota femminista e scrittrice Simone de Beauvoir.
Oltre al suo impegno nel movimento femminista, Steinem ha sostenuto molte altre cause, fra cui l’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento per i diritti civili delle persone afroamericane e quello contro l’apartheid in Sudafrica. Dal 2011 era una delle organizzatrici del Frontline Women’s Fund, un fondo che sostiene le associazioni femministe a livello internazionale, specialmente nell’ambito della tratta di esseri umani a scopo sessuale e della mutilazione genitale femminile. Nel 2013 ricevette da Barack Obama la Medaglia presidenziale della libertà, la più importante onorificenza civile statunitense.
Steinem nacque a Toledo, in Ohio. Dopo un’infanzia difficile, segnata dai problemi di salute mentale della madre, vinse una borsa di studio allo Smith College, un’università femminile in Massachusetts, e si laureò nel 1956. Dopo un viaggio in India rientrò negli Stati Uniti per cercare lavoro come scrittrice e giornalista, ma poiché era una donna le venivano assegnati pezzi di moda, su celebrità e viaggi, sebbene i suoi interessi fossero ben altri. Steinem descrisse questo periodo della sua vita come «schizofrenicamente diviso tra carriera e coscienza».
Il primo articolo che la rese nota fu “A Bunny’s Tale”, pubblicato a maggio del 1963 sulla rivista Show. Nell’articolo Steinem raccontava la sua esperienza come infiltrata tra le “conigliette” dei Playboy Club, una catena di locali notturni aperti da Hugh Hefner nel 1960, pochi anni dopo la fondazione della rivista Playboy. Tra le altre cose raccontò che le donne che lavoravano come conigliette dovevano rispettare regole molto rigide sul loro aspetto e che lo stipendio veniva loro trattenuto se arrivavano in ritardo nei camerini riservati al trucco, se la loro biancheria intima era visibile sotto il costume o se mangiavano qualcosa durante l’orario di lavoro. Steinem scrisse “A Bunny’s Tale” per dimostrare che la rivoluzione sessuale sarebbe fallita se gli uomini fossero stati i soli a definirne i termini.
Negli anni ha raccontato più volte di aver aderito “ufficialmente” al movimento femminista nel marzo del 1969, dopo aver assistito all’Abortion Speak-Out, un evento storico organizzato a New York dal gruppo femminista delle Calzette Rosse in cui per la prima volta negli Stati Uniti delle donne comuni parlarono pubblicamente della loro esperienza di aborto clandestino. L’evento fu organizzato in risposta a un dibattito sull’aborto svoltosi un mese prima sempre a New York in cui a parlare erano stati invitati 14 uomini (avvocati, medici, politici e membri del clero) e una sola donna, una suora cattolica.
Steinem al tempo aveva 35 anni e anche lei aveva abortito clandestinamente nel 1957, quando ne aveva 23.
Il suo primo saggio apertamente femminista, dal titolo “Dopo il potere nero, la liberazione delle donne”, uscì ad aprile del 1969 su New York Magazine. L’anno dopo Steinem, che sostenne sempre apertamente anche la causa antirazzista, fu la tesoriera del fondo per la difesa legale di Angela Davis, la più famosa femminista afroamericana, al tempo in prigione in attesa di un processo per omicidio dal quale fu assolta.

Gloria Steinem insieme a Coretta Scott, attivista per i diritti civili e moglie di Martin Luther King, alla Conferenza nazionale delle donne a Houston, in Texas, nel 1977 (AP Photo)
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L’idea di Ms. Magazine venne a Steinem e ad altre scrittrici femministe che facevano fatica a proporre alle riviste del tempo articoli sulla condizione femminile. Volevano fare un giornale per le donne che fosse anche scritto da donne, che parlasse di cose di interesse politico e sociale e non solo di moda, ricette o cura della casa come facevano le riviste femminili del tempo. Il nome faceva riferimento al titolo “Ms.” (letto miz), al tempo poco diffuso e oggi entrato nel linguaggio comune, che si usava per riferirsi alle donne di cui non si sapeva lo stato civile (dal quale dipendevano i titoli Miss e Mrs).
Si misero alla ricerca di fondi e convinsero l’editore del New York Magazine, che finanziò un numero di prova di Ms. Magazine che sarebbe uscito come inserto della popolare rivista nel dicembre del 1971. Furono stampate 300mila copie che andarono esaurite in 8 giorni e la redazione di Ms. ricevette pacchi di lettere da lettrici entusiaste.
Il primo numero ufficiale uscì nelle edicole il primo luglio del 1972 con un’illustrazione di Wonder Woman in copertina e la scritta “Wonder Woman for president”. Dentro c’era, tra le altre cose, un articolo in cui alcune dinamiche affrontate dall’eroina nel fumetto venivano usate come spunto per parlare di problemi diffusi tra le donne, come la discriminazione di genere sul lavoro.
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Negli anni in cui uscì mensilmente, dal 1972 al 1987, su Ms. furono pubblicate inchieste sullo sfruttamento nelle fabbriche, sul traffico sessuale, sul divario salariale e sulla cultura dello stupro, cioè la tendenza a minimizzare e considerare normali violenze e abusi di genere: ci scrissero autrici e giornaliste come Maya Angelou, Doris Lessing, Susan Sontag e Nora Ephron. Nel 1976 fu il primo giornale a parlare del problema della violenza domestica con un numero che aveva in copertina la foto in primo piano di una donna con un livido in faccia.
Nel complesso assomigliava in tutto alle altre riviste che si trovavano in edicola: aveva copertine lucide dalla grafica studiata e contemporanea, pubblicità sul retro di copertina, un tono molto informale e un indice con molti titoli che ricordavano quelli delle riviste femminili. La redazione riceveva ogni mese pacchi di lettere dalle lettrici: Steinem disse che era una cosa piuttosto insolita per le riviste femminili e che succedeva perché Ms. veniva concepito come qualcosa di scritto direttamente per loro e molte si sentivano di dover rispondere.

Gloria Steinem e Patricia Carbine con una copia di Ms. Magazine nel 1980 (AP Photo/Dave Pickoff)
Steinem ha continuato a scrivere per tutta la sua vita, pubblicando saggi e articoli spesso incentrati sull’impatto delle disuguaglianze di genere nella vita di tutti i giorni. Molti sono stati raggruppati in libri che hanno venduto centinaia di migliaia di copie, come nel caso di Atti scandalosi e ribellioni quotidiane del 1983. Un altro suo celebre libro, Marilyn: Norma Jeane, pubblicato nel 1988, racconta la vita di Marilyn Monroe separando l’icona del cinema dalla donna, Norma Jeane. Il suo ultimo libro, An Unexpected Life: A Memoir, uscirà a settembre del 2026.
Dopo essersi opposta per decenni all’istituzione del matrimonio, nel 2000 Steinem si sposò con David Bale, attivista e padre dell’attore Christian Bale, oltre che suo compagno da molti anni. Al tempo Steinem aveva 66 anni e rispose alle critiche di incoerenza dicendo che a quel tempo il matrimonio non rappresentava più un vincolo che le avrebbe fatto perdere il suo cognome e molti dei suoi diritti. Successivamente ammise anche che il visto di Bale, nato in Sudafrica, stava per scadere e che sposarlo era il modo più semplice per permettergli di rimanere negli Stati Uniti. Bale morì nel 2003, a 62 anni, a causa di un linfoma.
Steinem ha sempre rivendicato la sua decisione di non avere figli. In un’intervista del 2016, quando aveva 82 anni, disse di non essersi pentita «per un millisecondo. Non tutte quelle con un grembo materno devono avere un figlio, come non tutti quelli con le corde vocali devono essere cantanti d’opera. È una scelta, ed è una scelta meravigliosa, ma se tutti devono farlo, non è più una scelta».

































