Come ha fatto Giorgia Meloni a durare così tanto
1.413 giorni al governo: c'entrano le divisioni della sinistra, gli alleati deboli, ma anche la sua capacità di fare poco per resistere a lungo
- Condividi
- X
- Regala il Post

Venerdì 4 settembre, al suo millequattrocentotredicesimo giorno di permanenza a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni avrà conseguito un record storico: nessun governo era durato tanto come il suo, da quando c’è la Repubblica (cioè dal 1946). È un risultato a suo modo notevolissimo, per le abitudini della politica italiana, e ancor più sorprendente se si pensa a come Meloni era arrivata al potere. Era la prima donna presidente del Consiglio, prima esponente di un movimento postfascista – Fratelli d’Italia discende di fatto da Alleanza Nazionale, che è a sua volta l’erede del Movimento Sociale Italiano, fondato da esponenti e nostalgici del regime di Benito Mussolini – alla guida di un paese membro del G7, e prima leader sovranista a capo di un paese fondatore dell’Unione Europea.
Non solo. La storia politica di Meloni appariva poco rassicurante alle diplomazie e agli osservatori internazionali; il suo partito non aveva una classe dirigente che avesse mai avuto grandi responsabilità di governo, a parte poche eccezioni; la propaganda da lei alimentata per anni era fondata su proposte dirompenti e irrealizzabili, che avrebbero potuto mettere a rischio la tenuta dei conti pubblici italiani e la permanenza dell’Italia nell’Unione Europea. Tutte queste premesse lasciarono ipotizzare che quello da lei formato nell’ottobre del 2022 avrebbe potuto essere un governo fragile e di breve durata, come molti altri in Italia. Invece quasi quattro anni dopo Meloni sta per celebrare il suo record di durata.
Un discorso di Giorgia Meloni nel settembre del 2022, prima dell’elezione a presidente del Consiglio.
Diverse ragioni spiegano questo risultato inatteso. La prima riguarda in realtà gli avversari di Meloni, e cioè il centrosinistra. Per un misto di insipienza politica, di scarsa lucidità e di personalismi esasperati, i partiti progressisti si presentarono alle elezioni del 2022 divisi in tre parti: il Partito Democratico, con Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa da un lato; quello che per un brevissimo periodo fu il cosiddetto “terzo polo” di Matteo Renzi e Carlo Calenda dall’altro; il Movimento 5 Stelle in solitaria.
Meloni ottenne un risultato elettorale molto lusinghiero ma non così straordinario: il 26 per cento per Fratelli d’Italia, poco meno del 44 per cento per la coalizione di destra. Ma questa frammentazione nel centrosinistra le consentì di sfruttare al massimo le regole previste dalla legge elettorale e massimizzare il proprio successo in termini di seggi parlamentari.
Senza addentrarsi nei tecnicismi della legge elettorale, per capire quanto ne beneficiò basta questo controesempio: se, per assurdo, si facessero proiezioni con gli stessi risultati del 2022, ma unendo i tre gruppi del centrosinistra in un’unica coalizione, Meloni raggiungerebbe a stento una maggioranza alla Camera, e sarebbe addirittura in minoranza al Senato.
È un dato significativo. L’Italia è una repubblica parlamentare: i governi nascono e finiscono se deputati e senatori votano loro la fiducia. Per cambiare un governo, o anche solo per pensare di logorarlo o di minacciarne la stabilità, è necessario che si possano ipotizzare maggioranze alternative a quella esistente, come è del resto successo spesso in Italia. Stavolta però era impossibile: la vittoria della destra, e di Fratelli d’Italia in particolare, era stata così ampia che anche solo vagheggiare equilibri parlamentari diversi sarebbe stato impossibile.
È successo anche perché il centrosinistra in questi quattro anni non ha mai saputo proporsi come una credibile alternativa di governo. Frammentato, litigioso, senza un programma comune: a livello nazionale il cosiddetto «campo largo» per cui si è spesa la segretaria del PD Elly Schlein non ha mai offerto una prospettiva solida, anche a dispetto di alcune importanti vittorie a livello locale (come in Sardegna o in Umbria).

I leader del “campo largo” a Napoli, l’8 luglio 2026 (Alessandro Garofalo/LaPresse)
Per di più, e qui si viene al secondo motivo della longevità del governo di Meloni, gli alleati della presidente del Consiglio hanno dovuto gestire partiti in grave affanno e sempre più deboli: Matteo Salvini la Lega e Antonio Tajani Forza Italia. Meloni da un lato è stata brava a evitare di esasperare i dissidi interni alla coalizione, concedendo qua e là qualcosa ai suoi vice, e mediando quando tra i due le tensioni crescevano oltremodo. D’altro canto, però, ha potuto beneficiare di una condizione ottimale per chi guida il partito di maggioranza relativa: né Salvini né Tajani potevano permettersi di sfidarla davvero.
Nella storia italiana i partiti più piccoli di una coalizione hanno sempre avuto un potere di ricatto, nei confronti dei più grandi. Il funzionamento del meccanismo era semplice: anche un partito più piccolo poteva minacciare di far cadere un governo, se non avesse ottenuto quello che chiedeva. Ma per Salvini e Tajani questa strategia è stata inattuabile: non potevano pensare di mollare Meloni per creare governi alternativi, appunto perché gli equilibri parlamentari non lo consentivano; né potevano tentare mosse azzardate che avrebbero avuto come esito la conclusione della legislatura e l’indizione di elezioni anticipate, perché erano troppo deboli e avrebbero finito per rieleggere meno parlamentari di quelli che avevano.

Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il ministro degli Esteri Antonio Tajani nell’aula del Senato, il 23 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
C’è poi un’altra ragione che spiega la stabilità di Meloni, e ha a che vedere proprio con l’apparente insostenibilità delle sue promesse elettorali. Per certi versi il principale merito di Meloni, l’aspetto che le ha consentito di durare, è stato quello di aver rinunciato ad attuare la gran parte dei propositi che aveva dichiarato, spesso con toni perentori e veementi, negli anni in cui era all’opposizione.
L’ipotesi di uscire dall’euro è stata immediatamente rinnegata. Gli annunci bellicosi contro l’Unione Europea sono stati rimpiazzati dallo sforzo di costruire, fin dall’inizio, un ottimo rapporto con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Le simpatie più o meno esibite per la Russia di Vladimir Putin, così come per la dittatura di Bashar al Assad in Siria e per il gruppo filoiraniano Hezbollah in Libano, hanno lasciato il posto a una leale e accorta cooperazione con gli Stati Uniti, anche quando alla Casa Bianca c’era un presidente come Joe Biden, di orientamento politico opposto.
Ma forse i ripensamenti più significativi, e più virtuosi in termini di stabilità, sono stati economici e finanziari. Furono notevoli fin dall’inizio: prima ancora di vincere le elezioni, Meloni cercò in ogni modo di convincere vari “tecnici”, cioè esperti del settore e non politici, ad assumere il ruolo di ministro dell’Economia del suo futuro governo (da Fabio Panetta a Domenico Siniscalco, solo per citarne un paio). Erano tutti convinti europeisti e per nulla in sintonia con le teorie economiche estremiste del sovranismo.
Alla fine scelse Giancarlo Giorgetti, uno che nel 2017 spiegava in diretta televisiva perché all’Italia sarebbe convenuto tornare alla lira, e che invece ha attuato una politica di bilancio morigerata e rigorosa come nessun governo ha mai fatto negli ultimi venticinque anni. L’austerità e il rispetto dei vincoli europei, cioè quei principi che Meloni aveva aspramente contestato per anni, sono diventati i capisaldi della politica economica del suo governo.
Anche tra gli investitori e i mercati finanziari, ambienti tendenzialmente guardinghi se non ostili al sovranismo e all’euroscetticismo, l’atteggiamento prudente di Meloni e Giorgetti nella gestione delle finanze pubbliche è stato accolto con favore. Il discorso è invece più complesso sugli industriali.
Il governo Meloni ha ottenuto i suoi risultati peggiori sulla crescita e sugli investimenti, e anzi non ne ha raccolti affatto. La produzione industriale è stata in calo sostanzialmente costante per oltre tre anni. La crescita italiana, nonostante il paese sia stato il principale beneficiario dei fondi europei per uscire dalla crisi pandemica, resta tra le più misere d’Europa e dell’Occidente, se non la più misera in assoluto, secondo un po’ tutti gli istituti di ricerca (OCSE, Eurostat, Fondo monetario internazionale).
Tuttavia, da un lato Meloni è stata molto abile a costruire solidissime relazioni personali coi dirigenti del mondo produttivo e sindacale (col presidente di Confindustria Emanuele Orsini, per esempio, o con l’ex leader della CISL Luigi Sbarra). Dall’altro in quei settori, nonostante un crescente malcontento, molti imprenditori hanno comunque apprezzato la stabilità e la relativa calma che c’era in Italia, in un periodo di grande subbuglio politico nei principali paesi europei e di instabilità generale causata dalle politiche del presidente statunitense Donald Trump.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti insieme a Giorgia Meloni nell’aula della Camera, il 22 ottobre 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Se le fasce sociali più facoltose sono state dunque sollevate di fronte a questa dimostrazione di responsabilità istituzionale, quelle meno ricche hanno potuto comunque beneficiare di misure che hanno garantito un minimo di sollievo, sia pure in una condizione di ristrettezza di bilancio. Per almeno tre dei suoi quasi quattro anni di governo, infatti, la politica economica di Meloni ha privilegiato, con provvedimenti più o meno efficaci, più o meno temporanei, i redditi medio-bassi e i dipendenti pubblici.
È stato un approccio da destra sociale, e non padronale. E questo aiuta a comprendere anche il fatto, di per sé piuttosto inconsueto, che il consenso di Fratelli d’Italia in questi anni sia rimasto stabile.
Infine, e paradossalmente, ha contribuito a questa longevità anche una certa inconcludenza. Meloni ha fatto sempre prevalere l’ansia di durare sull’ambizione di fare.
Quella che secondo lei avrebbe dovuto essere «la madre di tutte le riforme», il premierato (ovvero l’elezione diretta del presidente del Consiglio), dopo una prima trionfale approvazione al Senato è stata accantonata senza che ne venissero date grosse spiegazioni. Meloni si era accorta che avrebbe generato troppe resistenze sia tra gli alleati, sia tra gli istituti di garanzia dello Stato (la presidenza della Repubblica, per esempio, e la Corte costituzionale). Così ha preferito soprassedere.
Sono poi fallite anche le altre due grandi riforme di sistema che aveva promesso, l’autonomia differenziata per dare maggiori poteri alle regioni e la separazione delle carriere dei magistrati: una bocciata in grossa parte dalla Corte costituzionale e poi sostanzialmente abortita, l’altra respinta al referendum confermativo dello scorso marzo.
Arrivata al potere con la pretesa di promuovere cambiamenti drastici ed epocali, insomma, Meloni ha preferito piuttosto gestire l’ordinario, e lo ha fatto quasi sempre con prudenza, e accontentandosi di promuovere riforme di piccolo o piccolissimo calibro, più o meno efficaci a seconda dei casi, talvolta ispirate da semplici esigenze di propaganda (si pensi alla decina di norme sulla sicurezza), e rinviando o accantonando quasi sempre le questioni più spinose. Da questo punto di vista, il governo più lungo della storia repubblicana è stato anche uno dei più improduttivi.



