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  • Mercoledì 2 settembre 2026

In Islanda è stata davvero solo la pesca?

Per spiegare il No al referendum sull'Unione Europea si è parlato soprattutto di quella, ma da sola non basta

di Antonella Serrecchia

Un adesivo con la scritta «ESB Nei takk», «UE No grazie» su una balla di fieno a Vik, sulla costa meridionale dell'Islanda, agosto 2026 (AP Photo/Marco Di Marco)
Un adesivo con la scritta «ESB Nei takk», «UE No grazie» su una balla di fieno a Vik, sulla costa meridionale dell'Islanda, agosto 2026 (AP Photo/Marco Di Marco)
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Lo scorso fine settimana al referendum in Islanda ha vinto il No: una piccola ma decisiva maggioranza di islandesi, circa il 53 per cento dei votanti, ha rigettato l’idea di riaprire i negoziati per aderire all’Unione Europea. L’affluenza è stata dell’82,5 per cento, la più alta a un referendum da quello sull’indipendenza dalla Danimarca, del 1944. Il No ha vinto per una combinazione di fattori, ma il tema della pesca è stato di gran lunga il più citato e analizzato, tanto che Politico ha intitolato così un suo articolo: «La vera ragione per cui gli islandesi hanno rinnegato l’Unione – è il pesce, stupidi».

Il timore che l’ingresso nell’Unione potesse tradursi in una perdita di sovranità sulla pesca, un settore fondamentale nell’economia islandese, è stato centrale nella campagna elettorale e nella decisione di molti elettori, ma da solo non spiega tutto. I promotori del No hanno potuto contare anche su una campagna meglio finanziata e a tratti più spregiudicata, e su un messaggio più forte e convincente.

Il referendum è stato presentato dai promotori del No come una decisione molto più netta e definitiva di quella che era. Prima del voto la prima ministra Kristrún Frostadóttir, a capo di una coalizione di centrosinistra, diceva: «Guardiamo nel pacchetto», ossia vediamo che condizioni ci offrirebbe l’Unione Europea per un eventuale ingresso, e poi decideremo se accettarle e nel caso le sottoporremo agli abitanti con un altro referendum (peraltro per entrare nell’Unione l’Islanda avrebbe dovuto modificare la Costituzione, un ulteriore passaggio non da poco).

I promotori del No hanno presentato questa trafila come un inganno. Guðrún Hafsteinsdóttir, la leader conservatrice del Partito dell’Indipendenza, ha sostenuto falsamente che le condizioni di adesione non potessero essere rinegoziate: che sarebbero state le stesse della domanda di adesione che l’Islanda fece nel 2009 e poi abbandonò nel 2013, e il governo avrebbe solo potuto accettarle.

Nelle settimane precedenti al voto sono circolate argomentazioni anche più distorte. Il presidente del gruppo euroscettico Heimssýn, Haraldur Ólafsson, ha sostenuto per esempio che votare Sì avrebbe drammaticamente avvicinato la prospettiva di una coscrizione obbligatoria dei giovani islandesi in un presunto esercito europeo, che non esiste.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a destra, e la prima ministra islandese Kristrun Frostadóttir, aprile 2025 (AP Photo/Omar Havana)

Non ha aiutato le ragioni del Sì nemmeno il fatto che lo stesso governo non si sia impegnato particolarmente per la campagna: già dai sondaggi era chiaro che il tema sarebbe stato divisivo, e il governo voleva evitare di legarsi troppo al referendum per poi perdere legittimità in caso di sconfitta. I partiti della coalizione di Frostadóttir, seppur favorevoli all’integrazione europea, hanno tenuto posizioni molto caute.

C’entrano anche i soldi. Secondo un’indagine pubblicata sul quotidiano islandese DV, il comitato per il No ha speso 10 volte di più in inserzioni pubblicitarie su Instagram e Facebook rispetto a quello per il Sì. Molte inserzioni sono circolate anche su TikTok, e in modo efficace: il No ha convinto gli elettori della fascia dei 18-29enni più che quelli di altri settori demografici.

In un confronto pre elettorale lo schieramento del Sì ha dichiarato di aver speso 75 milioni di corone, circa 500mila euro. Quello per il No non ha voluto dirlo: i rappresentati del Sì hanno stimato la spesa in 300 milioni di corone (2 milioni di euro circa). Non esiste un dato ufficiale perché in Islanda non esiste un periodo preciso per la campagna elettorale, che permetterebbe di calcolarlo con precisione, né l’obbligo di dichiarare le spese.

Dietro la campagna per il No c’erano alcuni tra i più grandi gruppi di interesse del paese: gli armatori del settore ittico. Sono poche famiglie che si sono arricchite enormemente grazie a un sistema di quote, attraverso il quale a partire dagli anni Ottanta hanno ottenuto i diritti di pesca e li hanno gradualmente accentrati, con tutto il potere economico e politico che deriva da questa attività così redditizia.

Una manifestazione per il No a Reykjavík, agosto 2026 (AP Photo/Marco Di Marco)

Esperti e osservatori in Islanda ne parlano come di un’oligarchia. Questi gruppi erano tutti schierati per il No, e oltre ai cospicui mezzi finanziari hanno avuto accesso a quelli di informazione: Morgunblaðið, tra i quotidiani più letti in Islanda, è al 96 per cento di proprietà di armatori o società correlate. Durante la campagna il giornale ha tenuto la linea del No.

Il risultato si è visto nelle zone a vocazione ittica o agricola; un’altra forte argomentazione del No era diretta agli allevatori, che temevano che l’ingresso nell’Unione avrebbe portato nuove regole e carne importata a prezzi competitivi. Il No ha vinto con percentuali più alte nelle circoscrizioni del nord-est e del nord-ovest, dove pesca e agricoltura pesano di più. Ha perso solo nella capitale Reykjavík.

Questo non significa che le argomentazioni del No erano di per sé deboli: entrare nell’Unione avrebbe garantito l’accesso dei pescherecci europei alle acque territoriali islandesi, anche se in alcuni casi si fanno eccezioni, e le regole europee per il settore della pesca sono effettivamente rigide, tanto che gli stessi paesi membri se ne lamentano. Il commissario europeo alla Pesca, Costas Kadis, nei giorni precedenti al referendum aveva aperto alla possibilità di fare concessioni, ma la Commissione europea aveva fatto capire che un’esenzione totale delle regole non sarebbe stata possibile.

Un ultimo aspetto che potrebbe aver influito sul voto riguarda l’identità islandese. Roberto Luigi Pagani, docente e ricercatore di lingua e cultura islandesi all’Università d’Islanda a Reykjavík, ha detto al Post che la campagna per il No ha fatto leva su un’idea di unicità: presentava l’Islanda come paese diverso dall’Europa, capace di farcela da solo. Secondo Pagani quell’idea ha le sue radici nell’Ottocento, quando in Europa si diffusero i nazionalismi e molti stati si costruirono una storia per giustificare i propri confini.

L’Islanda è stata sotto controllo di corone scandinave dal 1200 fino al 1944, prima la Norvegia e poi la Danimarca. I movimenti nazionalisti dell’Ottocento raccontarono quei secoli come un periodo di lungo declino, identitario e culturale. Gli storici considerano da tempo quella ricostruzione parziale.

Una fabbrica di lavorazione del pesce a Grindavik, agosto 2026 (AP Photo/James Brooks)

«Il mito dell’isolazionismo islandese e dell’avercela fatta da soli, isolati dal mondo, crolla di fronte al fatto che già in pieno Medioevo esisteva una fittissima rete commerciale con l’Europa», dice Pagani. «Non c’è mai stato un periodo della storia islandese in cui l’economia locale non abbia dipeso in qualche misura da un apporto esterno».

Quel racconto ha attraversato tutta la campagna per il referendum, e non solo a destra. Esponenti del Partito Socialista e dei Verdi si sono schierati per il No, benché la gran parte dei loro elettori fosse per il Sì. Anche la leader del principale sindacato islandese ha fatto campagna per il No.

La risposta del Sì è stata ribadire che l’Islanda è già legata all’Europa. Dal 1994 fa parte del mercato unico europeo, anche se ha ancora la corona, e dal 2001 è nell’area Schengen, che permette la libera circolazione delle persone (la maggior parte degli immigrati in Islanda arriva da paesi dell’Unione Europea).

Dall’Unione arriva il 45 per cento delle importazioni, e all’Unione va il 66,5 per cento delle esportazioni. Di fatto, hanno evidenziato i sostenitori del Sì, il paese dipende dall’Unione per molte cose, e deve sottostare a parte delle sue regole senza avere la possibilità di partecipare al dibattito in cui vengono definite. Questa argomentazione però non ha convinto abbastanza elettori, e per il momento le cose resteranno come sono.