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  • Mercoledì 2 settembre 2026

Ci sono ancora mine iraniane nello stretto di Hormuz?

È una delle questioni più confuse della guerra in Medio Oriente: gli Stati Uniti dicono di averle eliminate, ma ci sono dubbi

Barche nello stretto di Hormuz, 27 luglio 2026 (Razieh Poudat/ISNA via AP)
Barche nello stretto di Hormuz, 27 luglio 2026 (Razieh Poudat/ISNA via AP)
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Nella notte tra domenica e lunedì gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran – il primo attacco da settimane – dicendo di voler impedire il lancio di razzi che avrebbero rilasciato mine nello stretto di Hormuz. Anche martedì, in altri bombardamenti, sono state prese di mira strutture iraniane per il rilascio di mine in mare. La presenza o meno di mine nello stretto è una delle questioni più importanti di tutta la guerra in Medio Oriente, e anche una delle più dibattute.

Per l’Iran mantenere le mine nello stretto di Hormuz è fondamentale. Più ancora che i lanci di missili e droni con cui prende di mira le petroliere, sono le mine che garantiscono al regime iraniano il controllo dello stretto, perché fanno da deterrente. Finché Hormuz è minato le navi che si avventureranno nel passaggio sono poche, e il regime iraniano può continuare a sostenere di avere il controllo di una delle vie marittime più importanti del mondo.

È anche per questo che l’Iran starebbe cercando di usare metodi relativamente innovativi per continuare a posizionare mine nello stretto, per esempio tramite razzi (usiamo il condizionale perché ci sono alcuni dubbi sul fatto che questi razzi funzionino davvero). Di solito le mine sono rilasciate in acqua da navi che le distribuiscono lungo il loro percorso. I razzi, invece, rilascerebbero le mine mentre sono in volo, facendole cadere in mare.

Le mine possono galleggiare sulla superficie o essere agganciate al fondale tramite dei fili. Quando una nave le colpisce – o anche solo si avvicina, a volte non serve nemmeno toccarle – esplodono, e di solito fanno danni sufficienti da costringerla a interrompere il proprio viaggio, o peggio. Per mesi l’Iran ha sostenuto che siccome lo stretto era minato, e siccome perfino per il regime era difficile individuare la posizione esatta delle mine, era necessario attraversare Hormuz percorrendo un corridoio che passa molto vicino alla costa iraniana. Questo corridoio garantisce al regime il pieno controllo su chi entra e chi esce.

Una petroliera danneggiata da una mina nel goldo Persico in un precedente incidente, nel 2019 (AP Photo/Fay Abuelgasim)

Una petroliera danneggiata da una mina nel golfo Persico prima della guerra attuale, nel 2019 (AP Photo/Fay Abuelgasim)

Per ragioni specularmente opposte a quelle dell’Iran, gli Stati Uniti da mesi stanno facendo di tutto per rimuovere le mine e liberare lo stretto.

Dopo che il cessate il fuoco con l’Iran per riaprire lo stretto è di fatto collassato, gli Stati Uniti hanno avviato una nuova campagna per cercare di riaprirlo unilateralmente. Da settimane la marina statunitense rimuove le mine nello stretto: a fine agosto il presidente Donald Trump ha sostenuto che il lavoro fosse compiuto, e che Hormuz era libero da mine: «Quell’affare è aperto», ha detto, riferendosi allo stretto.

Ci sono alcuni scetticismi – anche da parte degli alleati – sul fatto che gli Stati Uniti abbiano davvero rimosso tutte le mine. Al tempo stesso, però, è vero che in maniera molto discreta il numero delle petroliere che passano per lo stretto eludendo il controllo dell’Iran è aumentato notevolmente nelle ultime settimane. Secondo la società di analisi Lloyd’s List Intelligence nella terza settimana di agosto le navi che hanno attraversato Hormuz sono state 114, un aumento del 30 per cento sulla settimana precedente. È un transito ancora ridotto rispetto ai livelli pre guerra, ma comunque notevole.

Anche il passaggio di petrolio è ripreso: secondo una stima della banca d’affari Goldman Sachs la quantità di idrocarburi che passano per Hormuz è due terzi dei livelli pre guerra. Come è possibile?

La risposta è nei cosiddetti dark crossing, cioè attraversamenti all’oscuro. Dopo le operazioni di sminaggio, nelle ultime settimane la marina degli Stati Uniti ha cominciato a scortare le petroliere che passano per Hormuz attraverso passaggi considerati sicuri e utilizzando l’aviazione per proteggerle da eventuali attacchi iraniani.

Un manifesto propagandiscito a Teheran, agosto 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Un manifesto propagandistico a Teheran, agosto 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Questi attraversamenti sono definiti all’oscuro perché le petroliere spengono il loro transponder, cioè l’apparecchio che serve per riconoscerle e individuare la loro posizione, in maniera che sia più difficile per l’Iran trovarle. Come ha raccontato Bloomberg, il transponder non viene spento soltanto per il limitato tempo necessario per attraversare lo stretto, ma per settimane: a volte le petroliere scompaiono nel golfo Persico e riappaiono in Indonesia, per esempio.

Le stesse compagnie di trasporto hanno ingegnato metodi per limitare i rischi. Per esempio, utilizzano delle navi specializzate per fare i dark crossing, e molto spesso queste navi fanno la spola da una parte all’altra dello stretto: una volta fuori, il petrolio viene trasferito su altre petroliere che poi fanno la parte finale del tragitto fino a destinazione.

In sintesi: tramite percorsi sminati, con la protezione degli Stati Uniti e il transponder spento, sempre più navi riescono a passare per Hormuz. È probabile che la situazione sia più precaria e meno positiva di come la presentano gli Stati Uniti, secondo cui lo stretto sarebbe ormai aperto. Al tempo stesso però il fatto stesso che l’Iran stia tentando di posizionare nuove mine nello stretto tramite i razzi mostra che i tentativi degli Stati Uniti per rimuoverle stanno avendo un qualche successo.