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  • Domenica 30 agosto 2026

Sappiamo poco di quant’è grave la situazione in Tibet

A causa del controllo del governo cinese, che dopo l'esondazione ha mostrato quasi solo immagini celebrative dei soccorsi

Una delle rare immagini diffuse dai media cinesi, sulle ricerche il 30 agosto
Una delle rare immagini diffuse dai media cinesi, sulle ricerche il 30 agosto (Xinhua/ABACAPRESS/Jigme Dorje)
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Dei più di 3mila dispersi per la violenta esondazione di mercoledì, 546 sono nella regione cinese del Tibet e gli altri in Nepal. A parte questi numeri – a cui vanno aggiunti 16 morti sui 734 totali – sulla situazione in Tibet si sa pochissimo, a causa del rigido controllo sulle informazioni del governo centrale cinese. Di fatto si sa – e si vede – solo quello che mostrano i media statali, e quindi solo quello che vuole il governo.

Per questo è difficile farsi un’idea chiara sulla scala dei danni in Tibet, a differenza di quanto vale per il Nepal, da dove ogni giorno arrivano aggiornamenti, foto e video. Ed è un problema che c’è sia all’esterno che all’interno della Cina.

La zona del Tibet colpita dall’esondazione è interdetta ai giornalisti stranieri, come del resto tutto il Tibet, dove serve un’autorizzazione speciale e in genere si può andare solo al seguito del governo, quando organizza visite propagandistiche. Sulle agenzie giornalistiche internazionali abbondano le foto delle devastazioni in Nepal, mentre dal Tibet ci sono solo quelle selezionate dei media statali cinesi in cui si vedono le squadre di soccorso, riprese da vicino, ma quasi niente dei luoghi. La censura digitale cinese fa sì che sui social non ci siano testimonianze locali.

– Leggi anche: La morte di un attivista ha ridato slancio alle proteste per l’indipendenza del Tibet

I media cinesi hanno dato poca enfasi al disastro. Per esempio giovedì sera, quando in tutto il mondo i soccorsi erano ancora una delle principali notizie di giornata, i notiziari cinesi hanno dato precedenza a un nuovo volume di opere del presidente Xi Jinping. In Cina non è neppure circolato uno dei video più visti: quello (qui sotto) che mostra un’enorme massa di acqua e detriti travolgere tutto in pochi secondi, ed è girato proprio da una telecamera di sorveglianza sul lato cinese del valico di confine di Gyirong. La tv statale ha mostrato solo un fermo-immagine, da cui è difficile capire la gravità dell’esondazione.

Questo non significa che il governo cinese non sia preoccupato della situazione, semmai il contrario.

Il Tibet è una regione autonoma annessa dalla Cina nel 1951. Ha una lunga storia di istanze indipendentiste, basate sulla sua identità culturale e religiosa buddista, che il governo cinese reprime. Le proteste si sono fatte più rare, ma il movimento indipendentista è ancora forte. Il governo mostra il meno possibile perché teme che il disastro alimenti il malcontento: sia per le eventuali critiche alla gestione dell’emergenza, sia per quelle sulla prevenzione. Per questo, si è mostrato sollecito e la sua comunicazione insiste sui soccorsi.

Un momento di cordoglio durante una conferenza stampa del governo regionale del Tibet, il 30 agosto

Un momento di cordoglio durante una conferenza stampa del governo regionale del Tibet, il 30 agosto (Tenzing Nima Qadhup/Xinhua via ZUMA Press)

Per esempio Xi ha coordinato una riunione d’emergenza, ordinando l’invio di centinaia di soccorritori, ed è stato mandato in visita il premier Li Qiang, quando è raro che la seconda carica dello stato vada in Tibet. Sabato il ministro degli Esteri Wang Yi ha chiamato il suo omologo nepalese parlando del «più grave disastro transfrontaliero» degli ultimi anni, e promettendo collaborazione.

Inoltre il Partito Comunista ha mobilitato la sua macchina organizzativa, chiedendo ai membri di partecipare ai soccorsi o raccogliere beni essenziali da inviare. È un’iniziativa che ha anche secondi fini: permette di usare le squadre del Partito con compiti di sorveglianza, e infatti nelle direttive sono invitate a impegnarsi a «mantenere l’ordine sociale e assicurare la stabilità» nelle zone colpite.

La diaspora tibetana all’estero (tra le 130mila e le 150mila persone) sta faticando ad avere informazioni sui familiari o lo stato dei luoghi d’origine. «È impressionante che, da tutta la nostra rete di contatti, non riusciamo a sentire assolutamente nulla», ha raccontato Lhadon Tethong, la direttrice di un’associazione per i diritti umani.