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  • Giovedì 6 agosto 2026

La morte di un attivista ha ridato slancio alle proteste per l’indipendenza del Tibet

A luglio Lobga Rangzen si è dato fuoco davanti alle Nazioni Unite per protestare contro il controllo cinese: sono seguite molte manifestazioni

Una protesta a sostegno dell'indipendenza del Tibet a New York, il 9 luglio 2026, dopo la morte di Lobga Rangzen (Reuters/Ed Ou)
Una protesta a sostegno dell'indipendenza del Tibet a New York, il 9 luglio 2026, dopo la morte di Lobga Rangzen (Reuters/Ed Ou)
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A inizio luglio un uomo tibetano, Lobga Rangzen, è morto dandosi fuoco davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York. Rangzen aveva deciso di farlo per protestare contro il controllo cinese sul Tibet. La sua morte ha avuto grande eco tra i tibetani che vivono all’estero, e nelle ultime settimane ci sono state molte manifestazioni in suo onore e contro la Cina.

Lobga Rangzen era noto nella comunità tibetana di New York soprattutto per il suo attivismo e la sua dedizione alla causa dell’indipendenza del Tibet. Era una scelta che aveva evidenziato anche modificando il suo nome: aveva abbandonato quello originale, Lobsang Palden, per adottare Rangzen, che significa “indipendenza” in tibetano.

Un memoriale per Lobga Rangzen, vicino alla sede delle Nazioni Unite a New York (Reuters/Jordan Tovin)

Un memoriale per Lobga Rangzen, vicino alla sede delle Nazioni Unite a New York (Reuters/Jordan Tovin)

Il Tibet è una regione montuosa nel sud-est dell’Asia. La Cina la annesse nel 1951 dopo alcuni decenni in cui, approfittando della debolezza del governo centrale cinese, la regione si era resa indipendente. Nel 1965 le diede lo status di regione autonoma: la Cina sostiene che questo serva a dare maggiore autonomia alle autorità locali e a proteggere la libertà di religione e la cultura del Tibet. Allo stesso tempo, l’appartenenza alla Cina servirebbe come stimolo all’economia e aiuterebbe quindi lo sviluppo.

Al contrario, molti tibetani sostengono che la Cina stia reprimendo la loro identità religiosa e culturale. Dal 1959 il Tibet ha un governo in esilio in India, e sempre in India vive da decenni il Dalai Lama, la massima autorità spirituale del buddismo tibetano. Il movimento indipendentista è ancora forte ed è represso dal governo cinese.

Lobga Rangzen aveva 52 anni ed era nato in Tibet, in una famiglia che aveva partecipato alla lotta contro l’esercito cinese negli anni Cinquanta. Aveva lasciato il Tibet nel 1992 per sfuggire alla repressione delle autorità cinesi ed era andato in India, dove era diventato monaco. Nel 2006 aveva ottenuto asilo negli Stati Uniti.

Logba Rangzen il 2 luglio 2026, a New York (foto tratta dal suo profilo Facebook)

Logba Rangzen il 2 luglio 2026, a New York (foto tratta dal suo profilo Facebook)

In India e soprattutto negli Stati Uniti Rangzen aveva iniziato a organizzare proteste contro la Cina e a fare varie attività a sostegno dell’indipendentismo tibetano, anche incontrando politici statunitensi, sia Democratici sia Repubblicani.

In generale la morte di Rangzen ha avuto l’effetto di riportare l’attenzione sul tema dell’indipendentismo del Tibet, dopo alcuni anni in cui era meno presente nel dibattito pubblico. Alcuni importanti politici statunitensi del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno diffuso messaggi di condoglianze.

Tenzin Dorjee, il direttore dell’organizzazione indipendentista Tibet Action Institute, ha detto al Wall Street Journal che la morte di Rangzen ha avuto «un impatto unico» sulla comunità tibetana negli Stati Uniti.

La comunità tibetana di New York ha organizzato veglie quasi ogni giorno per Rangzen davanti alla sede delle Nazioni Unite. Ha anche organizzato una marcia davanti al consolato cinese e diverse proteste a favore dell’indipendenza del Tibet. Altre proteste sono state organizzate in vari paesi tra cui India, Canada, Australia, Francia e Germania. Ce n’è stata almeno una anche a Roma, l’11 luglio.

Alcuni manifestanti tibetani a una protesta contro la Cina, con un ritratto di Lobga Rangzen, a Mumbai, il 2 agosto 2026 (AP/Rafiq Maqbool)

Alcuni manifestanti tibetani a una protesta contro la Cina, con un ritratto di Lobga Rangzen, a Mumbai, il 2 agosto 2026 (AP/Rafiq Maqbool)

Dal 1998 almeno 170 persone si sono date fuoco come forma di protesta contro la Cina, soprattutto in Tibet e meno frequentemente all’estero. È un tipo di protesta molto estremo a cui fanno ricorso i tibetani perché la Cina proibisce ogni forma di dissenso e di protesta in Tibet. Tsering Woeser, un intellettuale tibetano, in un editoriale sul New York Times del 2014 scrisse che «se i tibetani avessero anche solo una briciola di possibilità di organizzare proteste, non sarebbero costretti a fare ricorso al suicidio».

Le proteste delle ultime settimane sono notevoli anche perché da tempo tra i tibetani all’estero (tra le 130mila e le 150mila persone) c’era una certa apatia sulla questione dell’indipendentismo.

In parte questo è dovuto all’esistenza di divisioni interne: il Dalai Lama da anni sostiene che l’obiettivo sia un Tibet autonomo sotto la sovranità della Cina, una teoria nota come “Via di mezzo”. Molte persone però continuano a pensare che il Tibet debba diventare uno stato indipendente.

Negli ultimi decenni l’autorità della Cina sul Tibet si è rinforzata e molti governi occidentali hanno smesso di criticare la repressione del governo per paura di compromettere le relazioni economiche e diplomatiche. A marzo la Cina ha anche adottato una legge per promuovere “l’unità etnica e il progresso” che ha lo scopo di promuovere la cultura e l’identità dell’etnia maggioritaria del paese, quella han, facilitando l’assimilazione delle minoranze, come quella tibetana. La misura più significativa è l’obbligo di utilizzare il cinese mandarino come lingua primaria in tutte le scuole dell’obbligo, ma tra le altre cose dà anche incentivi a persone han per trasferirsi in aree abitate prevalentemente dalle minoranze.