Cosa succede all’acqua in bottiglia lasciata in macchina
Per chi se l'è chiesto in queste settimane di caldo, o mentre è in coda in autostrada
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Lungo la strada del ritorno dalle vacanze, dopo ore di viaggio, potreste essere tentati di bere un sorso d’acqua da quella bottiglietta di plastica rimasta in auto. Potrebbe essere persino diventata fresca con l’aria condizionata e, aprendola, il suo odore potrebbe non sembrare neanche tanto strano. Beh, è comunque meglio non berla.
Non è detto che quell’acqua sia tossica, ma il calore e ancora di più la luce del sole accelerano il rilascio nell’acqua di alcune sostanze che non fanno bene. Se poi la bottiglia è già aperta potrebbe esserci dentro anche qualche microrganismo con cui sarebbe meglio non entrare in contatto.
Per capire che cosa succede a una bottiglia d’acqua lasciata in macchina d’estate, serve avere presente quanto può scaldarsi un’auto, che cosa succede alla plastica quando aumenta la temperatura e che cosa può passare dalla bottiglia di plastica all’acqua.
Dentro un’automobile la temperatura può salire tantissimo, diventando molto più alta di quella esterna se lasciata sotto il sole. In un esperimento pubblicato sulla rivista Bulletin of American Meteorological Society, i ricercatori hanno provato a costruire una tabella che mostra la temperatura iniziale e la temperatura raggiunta in un abitacolo non arieggiato dopo 5 minuti, 10 minuti, mezz’ora e un’ora.
Il problema di temperature così alte è che accelerano quasi tutti i processi che permettono ai materiali che compongono le bottigliette di migrare, cioè di passare dalla bottiglia alla bevanda.
Questi processi non sono reversibili, quindi se mettiamo l’acqua in frigo dopo averla esposta a queste temperature rimane comunque sconsigliato berla. Anche bollire l’acqua o congelarla non funziona, anzi: bollendola si rischia di aumentare la concentrazione di sostanze e congelandola, invece, si aumenta il loro rilascio, visto che il volume dell’acqua aumenta quando congela e questo produce uno stress meccanico nella plastica.
La maggior parte delle bottiglie di plastica è costituita da PET: un materiale formato da una matrice molto compatta di polimeri, cioè lunghe catene formate dalla ripetizione delle stesse unità, che hanno un elevato peso molecolare. Quando la temperatura si alza, queste catene acquistano mobilità e le unità che le compongono possono migrare dalla bottiglia all’acqua. Tuttavia, visto che sono così pesanti e così strettamente legate tra loro, la quantità che migra nell’acqua è trascurabile.
Lo stesso non si può dire invece dell’antimonio, che è un catalizzatore, cioè una sostanza aggiunta durante la produzione di PET per far avvenire la reazione chimica più velocemente. L’antimonio, infatti, non diventa parte delle catene del PET e quindi non viene trattenuto con la stessa intensità.
A dosi elevate, che sono molto maggiori delle concentrazioni che si trovano nell’acqua conservata correttamente, l’antimonio può provocare effetti spiacevoli. Alcuni dei suoi composti sono fortemente irritanti per la mucosa gastrointestinale, e quindi possono portare nausea, vomito, crampi addominali o diarrea. Può inoltre interferire con il sistema cardiovascolare.
Fa anche parte delle sostanze cancerogene ma, come sottolinea l’OMS, la tossicità dell’antimonio dipende moltissimo dalla sua forma chimica e da come entra nell’organismo; quello che migra nell’acqua si trova soprattutto in una forma poco tossica e le prove più forti di cancerogenicità riguardano le esposizioni per inalazione.
In uno studio del 2007, alcuni ricercatori hanno stimato quanto tempo fosse necessario per superare la soglia di antimonio nell’acqua considerata sicura negli Stati Uniti (che è leggermente più alta del corrispondente valore europeo per l’acqua potabile): se la bottiglia è a 60 gradi, ci vogliono 176 giorni, quindi circa sei mesi; a 70 gradi servono 12 giorni e a 80 gradi 2 giorni.
Il PET può anche contenere piccole quantità di acetaldeide, una piccola molecola volatile che se migra nell’acqua ne modifica il sapore e l’odore, rendendolo “plasticoso” o un po’ dolciastro. Anche in questo caso le quantità che possono migrare sono generalmente più basse di quelle tossiche per gli esseri umani.
Possono rimanere nel PET anche delle piccole quantità di altre sostanze, le NIAS, che non sono state aggiunte intenzionalmente durante la fabbricazione ma sono impurità o prodotti di degradazione o reazioni secondarie. Ce ne sono di molti tipi e le più pericolose sono quelle più piccole, perché hanno maggiore probabilità di essere assorbite dal tratto gastrointestinale.
Si possono trovare anche sostanze contaminanti, e cioè che non dovrebbero esserci ma che finiscono nella bottiglia o nell’acqua per contaminazione della filiera, come il bisfenolo A (BPA) o tracce di ftalati. Dal 2024 la Commissione europea ha vietato l’uso del BPA nella maggior parte dei materiali a contatto con gli alimenti, perché è un interferente endocrino, cioè può interagire con i sistemi ormonali, ed è una sostanza tossica per la riproduzione. Gli ftalati hanno effetti simili. Anche queste sostanze hanno più probabilità di migrare a temperature alte.
Lasciare una bottiglia nel bagagliaio, comunque, è più sicuro che tenerla esposta al sole. I raggi solari possono infatti provocare processi di foto-ossidazione, portando alla scissione delle macromolecole del PET: non solo più sostanze migrano verso l’acqua, ma se ne formano anche di nuove per effetto della degradazione, come le microplastiche e le nanoplastiche (secondo l’OMS, le evidenze sono ancora insufficienti per una valutazione del rischio di questi frammenti di plastica, soprattutto per quelli più piccoli).
In uno studio del 2014 i ricercatori hanno osservato che l’esposizione al sole aumentava la migrazione di antimonio, acetaldeide, NIAS e che nelle acque gassate l’effetto è maggiore.
Non è stato stabilito con esattezza dopo quanto tempo una bottiglia sigillata esposta al sole diventi tossica, ci sono studi che danno stime molto diverse: uno studio del 2026 ha trovato possibili rischi per la salute già dopo 24 ore. E non possiamo usare il gusto o l’odore per capire se l’acqua è sicura: la maggior parte di queste sostanze non attivano i nostri sensi.
La situazione, come dicevamo, peggiora poi molto se l’acqua non è sigillata. In una ricerca del 2005, fecero bere un sorso direttamente dalla bottiglia a dei volontari sani, per contaminare l’acqua con la normale popolazione batterica della bocca. Dopo 48 ore a 37 gradi, le colonie di batteri si erano moltiplicate di un fattore poco più grande di 40mila. La maggior parte dei batteri può essere innocua e un alto numero di colonie non indica necessariamente la presenza di patogeni. Tuttavia più a lungo una bottiglia già utilizzata rimane al caldo più batteri si trovano al suo interno e, quindi, i potenziali rischi per la salute aumentano. In questo caso però bollire l’acqua permette di uccidere molti batteri, mentre congelarla blocca o rallenta molto la crescita delle colonie.



