In Islanda c’è un referendum sull’Unione Europea
Il paese deve decidere se riaprire i negoziati di adesione: si è parlato molto di pesca, ma anche dell'aggressività di Trump
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Sabato 29 agosto in Islanda si vota in un referendum per decidere se riprendere o meno i negoziati per diventare un paese membro dell’Unione Europea. I seggi chiudono alle 22 ora islandese, la mezzanotte in Italia. Alle 20 ora islandese l’affluenza era superiore al 50 per cento in tutti i collegi, un dato alto se si considera che circa un quarto degli aventi diritto aveva già votato con modalità anticipata.
La questione sottoposta al voto è divisiva: i sondaggi mostrano da mesi che le persone favorevoli sono un po’ più di quelle contrarie, ma i margini sono ridotti e il risultato è incerto. Il dibattito si è concentrato sugli ipotetici vantaggi e svantaggi economici, e la questione di gran lunga più discussa è stata il controllo dell’industria della pesca. A questa si aggiungono le crescenti preoccupazioni dovute alle minacce del presidente statunitense Donald Trump, che da mesi dice di voler prendere il controllo della vicina Groenlandia e si pone in modo ostile verso molti leader, europei e non solo.
In Islanda la pesca è un’attività economica importantissima. Impiega 4mila persone, su una popolazione di 400mila, costituisce quasi il 40 per cento delle esportazioni e circa l’8 per cento del prodotto interno lordo: vale quindi poco meno del turismo, cresciuto moltissimo negli ultimi 15 anni. Secondo molti islandesi, entrare nell’Unione Europea porterebbe il governo a perdere almeno in parte il controllo sulla pesca: temono per esempio che sarà l’Unione Europea a stabilire i limiti alla pesca delle varie specie, e che barche di altri paesi membri potranno pescare nelle acque che oggi sono sfruttate unicamente dall’Islanda.

Una balla di fieno con la scritta “EU No Grazie”, in Islanda, il 19 agosto 2026 (AP/Marco Di Marco)
I trattati europei danno all’Unione molti poteri per regolamentare la pesca. Per esempio, le quote annuali per paese e specie sono decise dal Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che riunisce i governi dei paesi membri. Ci sono regole che stabiliscono cose come la quota di esemplari giovani che non può essere pescata, per assicurare che una specie continui a riprodursi; i periodi di pesca; o anche quali strumenti possono essere usati. Sono spesso regole complesse e macchinose, che vengono criticate anche dagli stati membri. In generale, poi, le regole prevedono che tutti i pescherecci dell’Unione Europea abbiano accesso alle acque dei paesi membri, anche se ci possono essere eccezioni.

Alcuni operai in uno stabilimento per la lavorazione del pesce a Grindavik, in Islanda (AP/James Brooks)
A esprimere timori sulla pesca sono state le industrie del settore e diversi partiti islandesi che si oppongono all’integrazione europea. Gudrún Hafsteinsdóttir, la leader del partito conservatore di opposizione Indipendenza, ha detto che l’Islanda «non accetterà mai» di condividere il proprio settore della pesca con altri paesi.
In realtà questa visione è condivisa da praticamente tutti i partiti politici, compresi quelli al governo, che comunque sono favorevoli all’integrazione europea. Anche una delle politiche più filoeuropee, la ministra degli Esteri Thorgerdur Katrín Gunnarsdóttir del partito liberale Rinascita, ha detto che se l’Islanda dovesse ricominciare i negoziati di adesione chiederebbe comunque di mantenere il controllo completo sul settore.
Il commissario europeo alla Pesca, Costas Kadis, nei giorni scorsi ha aperto alla possibilità di fare concessioni. Ma la Commissione Europea ha anche fatto capire che assicurare all’Islanda un’esenzione totale non sarà possibile.

Un peschereccio a Reykjavík, il 9 agosto 2026 (AP/James Brooks)
Dal 2024 il governo islandese è formato da una coalizione di partiti di centrosinistra filoeuropei: il referendum era una promessa fatta in campagna elettorale, e serve però solo a decidere se ricominciare a negoziare con l’Unione Europea oppure no. Se vinceranno i favorevoli il governo inizierà a trattare, e se raggiungerà un accordo ha promesso che farà un secondo referendum per decidere se diventare un paese membro o meno. Se al referendum di sabato vinceranno i contrari, la situazione rimarrà com’è oggi.
L’adesione all’Unione Europea è un tema così delicato che anche i membri del governo più europeisti stanno facendo poca campagna a favore dell’integrazione e tengono una posizione prudente: la prima ministra Kristrún Frostadóttir ha detto di voler iniziare i negoziati solo per capire quali saranno le condizioni che verranno offerte, e valutare se all’Islanda converrà accettare.

La prima ministra islandese Kristrún Frostadóttir durante un incontro sul referendum con alcuni elettori a Reykjavík, il 26 agosto. (AP/Marco Di Marco)
L’Islanda è diventata indipendente dalla Danimarca nel 1944. Fa parte del mercato unico dell’Unione Europea, insieme alla Norvegia e al Liechtenstein, e anche dell’area Schengen, che permette la libera circolazione delle persone. Non c’è mai stato un referendum per decidere se diventare o no un paese membro a tutti gli effetti, ma negli anni gli approcci alla questione sono stati altalenanti.
L’Islanda fece domanda di ingresso nel 2009, durante una gravissima crisi economica e finanziaria. Diverse banche importanti erano fallite, e la valuta nazionale (la corona) aveva perso fino al 70 per cento del suo valore. I negoziati procedettero bene per qualche anno, ma nel 2013 andò al governo una coalizione euroscettica. Nel frattempo le condizioni economiche erano migliorate e quindi non c’era più l’urgenza di entrare nell’Unione: nel 2015 la domanda di adesione venne formalmente ritirata.

Una sostenitrice del Sì al referendum con una maglietta a favore della riapertura dei negoziati. Significativamente, lo slogan non è «Sì all’Unione Europea», ma «Sì per vedere» cosa succede con i futuri negoziati. (AP/James Brooks)
Anche chi è a favore dei negoziati per l’ingresso nell’Unione ha motivazioni economiche: dopo il 2021 in Islanda l’inflazione è rimasta stabilmente sopra il 5 per cento, toccando picchi del 10 per cento. Il valore della corona oscilla molto, e adottare l’euro permetterebbe di avere una valuta più solida e di ridurre l’inflazione.
Fare parte dell’Unione Europea darebbe all’Islanda anche la possibilità di influire almeno in parte sulle regole europee a cui già deve adeguarsi per avere accesso al mercato unico. Inoltre gli accordi attuali non proteggono l’Islanda da eventuali dazi o misure protezionistiche da parte dell’Unione Europea.
Il sostegno all’Unione è cresciuto dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022. Per la sua posizione strategica, l’Islanda è esposta all’aggressività della Russia, che da anni ha aumentato le rivendicazioni sull’Artico. Fare parte dell’Unione Europea significherebbe essere più forte e meno isolata. È una necessità diventata ancora più impellente dopo le minacce di Trump contro la Groenlandia, la grossa isola che fa parte del Regno di Danimarca ma che Trump dice di voler controllare, per via della sua posizione e per le sue riserve di metalli rari. In più occasioni Trump si è confuso, chiamando “Islanda” la Groenlandia.
Benché faccia parte della NATO, l’Islanda non ha un esercito proprio, e per la difesa dipende dagli Stati Uniti, che si sono impegnati a difenderla con un accordo del 1951. La prima ministra Frostadóttir ha riconosciuto che molti islandesi sono preoccupati dalla situazione, e sostiene che l’Islanda dovrebbe entrare nell’Unione Europea anche per avere un po’ di sicurezza e stabilità.



