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  • Sabato 29 agosto 2026

Gli attacchi ibridi della Russia in Europa sono sempre meno ibridi

Stanno aumentando in numero e in gravità, e mettono i governi europei davanti a un dilemma

Poliziotti dopo l'attacco con droni all'aeroporto di Lipsia, 7 agosto 2026 (Sebastian Willnow/dpa via AP)
Poliziotti dopo l'attacco con droni all'aeroporto di Lipsia, 7 agosto 2026 (Sebastian Willnow/dpa via AP)
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I cosiddetti “attacchi ibridi” attribuiti alla Russia contro i paesi europei stanno diventando sempre più gravi e numerosi. Prendiamo soltanto gli eventi di agosto: all’aeroporto di Lipsia, in Germania, un attacco con droni è andato molto vicino al diventare un disastro aereo. L’attacco è stato attribuito alla Russia da numerose agenzie di intelligence internazionali, anche se il governo tedesco non ha ancora fatto accuse ufficiali. A Berlino invece è stata data notizia dell’esistenza di un vecchio deposito di armi usato probabilmente dalla Russia per compiere omicidi in Germania.

A Colleferro, fuori Roma, le autorità stanno indagando sull’esplosione di una fabbrica di munizioni destinate anche all’Ucraina, e stanno valutando la possibilità che si sia trattato di un sabotaggio russo, anche se finora il governo italiano ha minimizzato. Ci sono stati incendi anche in una fabbrica di armi in Bulgaria e in una di droni in Estonia.

In Romania è stato distrutto un drone esplosivo vicino a un importante impianto per l’estrazione di gas naturale nel mar Nero: anche in questo caso si ritiene che il drone fosse russo. La Polonia ha annunciato di aver sventato il tentato omicidio di un cittadino ucraino-statunitense ordinato dalla Russia. Velivoli russi hanno violato gli spazi aerei di Polonia e Romania. Gli attacchi informatici della Russia contro sistemi e infrastrutture europei ormai da anni si contano a decine al giorno.

Questo è soltanto quello che è successo ad agosto e ciò che è stato reso pubblico.

Alcuni di questi eventi sono freschi e l’attribuzione alla Russia è ancora incerta (per esempio: è probabile che l’esplosione di Colleferro sia stata un incidente) ma andando indietro nei mesi è immediato notare che la qualità e la quantità degli attacchi russi contro l’Europa sono aumentate.

Nel 2026 sono state distrutte ferrovie e fabbriche; gli sconfinamenti aerei sono aumentati; ci sono stati omicidi mirati di personalità scomode per il regime russo, e potremmo andare avanti. L’aumento è riconosciuto da tutti i governi europei. Per esempio, le intrusioni di droni nei 15 principali aeroporti tedeschi nella prima metà del 2026 sono state 166, mentre erano state 101 nello stesso periodo del 2025. Statistiche paragonabili riguardano anche altri tipi di attacchi.

Questi attacchi sono normalmente definiti “ibridi”, per differenziarli da azioni di guerra aperta, ma alcuni esperti stanno cominciando a ritenere che questa definizione rischi di minimizzare un problema che ormai è diventato sempre più grande e diffuso. Il problema principale è che questi attacchi vengano percepiti come provocazioni e atti dimostrativi. Hanno invece effetti concreti, come riconoscono gli stessi governi europei. Parlando dell’attacco fallito all’aeroporto di Lipsia, il ministro dell’interno Alexander Dobrindt ha detto che questi attacchi «hanno l’obiettivo di destabilizzare la Germania o direttamente di danneggiarla» e sono diventati «una realtà costante».

L’aumento di questo tipo di attacchi contro l’Europa ha messo in evidenza l’impreparazione delle difese europee. Per esempio, dopo l’attacco a Lipsia, i media hanno notato come soltanto due aeroporti in tutta la Germania (Francoforte e Monaco, i più grandi) abbiano difese adeguate contro eventuali attacchi con droni.

Vladimir Putin, agosto 2026 (Mikhail Metzel, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

Vladimir Putin, agosto 2026 (Mikhail Metzel, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

Questa strategia di attacco ibrido da parte della Russia mette inoltre i paesi europei di fronte a un dilemma: rispondere, con il rischio di provocare un’escalation, oppure minimizzare.

Finora i governi europei hanno minimizzato sul piano della retorica: quello tedesco, per esempio, si è rifiutato di attribuire responsabilità specifiche per l’attacco all’aeroporto di Lipsia, anche se varie intelligence occidentali concordano nell’incolpare la Russia. Al tempo stesso però non hanno ceduto alla pressione russa sulle questioni che importano maggiormente al regime di Vladimir Putin: continuano a imporre sanzioni economiche e a sostenere militarmente l’Ucraina.

Anche per questo di recente hanno cominciato a diffondersi vari avvertimenti sulla possibilità di un attacco più diretto contro l’Europa. L’intelligence degli Stati Uniti, per esempio, di recente ha cambiato la propria postura sulla questione: se prima riteneva che la Russia non avrebbe rischiato di provocare la NATO mentre era impegnata in Ucraina, ora ritiene questa opzione più probabile.

Ovviamente non è possibile fare previsioni su che tipo di attacco potrebbe avvenire, né si può dire se davvero succederà: si parla di possibili incursioni di terra in uno stato dell’Europa orientale come di cyberattacchi su ampia scala. Proprio questa settimana il capo della CIA John Ratcliffe ha fatto una rara visita a Mosca, secondo i media allo scopo di dissuadere la Russia dall’attaccare in futuro paesi della NATO, in particolare quelli sul mar Baltico (questo secondo alcune fonti; secondo altre sarebbe andato a Mosca per spingere la Russia a fare un accordo di pace sull’Ucraina).

L’idea di un attacco russo alla NATO potrebbe sembrare controintuitiva: perché la Russia dovrebbe voler ampliare i fronti su cui combatte se è già impantanata e in difficoltà in Ucraina? Il punto di un’azione russa contro la NATO però sarebbe piuttosto distogliere attenzione e forze dal sostegno occidentale all’Ucraina. Proprio perché finora la Russia non è riuscita a fermare gli aiuti all’Ucraina, un attacco diretto, benché limitato, potrebbe servire a impaurire i governi e l’opinione pubblica europea.

Un attacco diretto inoltre potrebbe essere un test per l’unità della NATO: in caso di un’incursione di terra contro uno dei paesi baltici, per esempio, gli altri paesi europei e soprattutto gli Stati Uniti dovrebbero decidere se andare in soccorso dell’alleato, come previsto dal trattato fondativo della NATO. Se decidessero di non farlo, la NATO sarebbe di fatto finita.