«Ma voi lo sapete chi è Paolo Budinich?»

«Tanto per darvi un’idea: ve lo immaginate uno scienziato che da ragazzino fa naufragio in barca a vela in solitaria nel Golfo del Quarnero o che, pistola in mano, dirotta un aereo militare?»

Paolo Budinich, Roma, 16 febbraio 1990 (© ICTP Photo Archives/De Bellis)
Paolo Budinich, Roma, 16 febbraio 1990 (© ICTP Photo Archives/De Bellis)
Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa

Vive e lavora a Trieste, la "città dei matti” ma anche della scienza. È giornalista scientifica e scrive di psicologia, salute mentale e neuroscienze. Il suo podcast più recente, Paper, racconta come funziona la scienza e cosa vuol dire “pubblicarla”.

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«Avete voluto un centro per i paesi sottosviluppati e l’avrete: sarà un centro sottosviluppato». Quando allo scienziato Isidor Rabi, premio Nobel per la Fisica nel 1944, scappa questo poco diplomatico commento, siamo a Vienna, nel bel mezzo di un’assemblea della IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite. È il giugno del 1963. La discussione è accesa: si sta votando per l’istituzione del centro internazionale di fisica teorica, una realtà pensata per far incontrare gli scienziati di tutto il mondo, quelli dell’est e dell’ovest del mondo divisi dalla Cortina di ferro e quelli del nord e del sud, divisi dall’economia. La decisione in quel momento è appesa a una manciata di voti. Siamo in piena Guerra fredda e un centro che vuole far dialogare tutti gli studiosi mondiali di fisica teorica – la disciplina alla base della bomba atomica – non è visto di buon occhio, anche perché dovrebbe sorgere in una città che è proprio sul confine con la Cortina di ferro, Trieste.

La storia di come si sia arrivati a questo punto mescola i toni del thriller politico, del romanzo d’avventura e della commedia. Vi presento innanzitutto il protagonista principale, fisico teorico e fondatore “seriale” di centri di ricerca, nato a Lussino, l’isola oggi in Croazia, il 28 agosto di 110 anni fa. Budinich era un personaggio pittoresco. Ho avuto modo di incontrarlo quando era già ultranovantenne: nonostante fosse incurvato dagli anni che accentuavano la sua già piccola statura, era animato da una vitalità ancora esplosiva. Era ufficialmente in pensione da almeno tre decenni, ma occupava ancora il “suo” ufficio al Centro internazionale di fisica teorica e fumava il sigaro alla scrivania, incurante dei divieti in vigore ormai da anni.

Sembrerà stucchevole, ma se avessi una sola parola per descrivere Paolo Budinich sceglierei “condottiero”. Per tutta la sua vita, che è raccontata nel libro Buongiorno prof. Budinich di Pietro Greco (compianto maestro anche lui), ha ideato e portato a termine le imprese più disparate. Tanto per darvi un’idea: ve lo immaginate uno scienziato che da ragazzino fa naufragio in barca a vela in solitaria nel Golfo del Quarnero o che, pistola in mano, dirotta un aereo militare?

Durante la Seconda guerra mondiale, nemmeno trentenne e laureato in Fisica alla Normale di Pisa solo da qualche anno, Budinich si consegna alle truppe alleate dopo aver costretto un idrovolante, il tipo di aereo sul quale presta servizio militare dopo una parentesi come sommergibilista – riuscite a immaginare qualcosa di più pericoloso? –, ad ammarare sulle coste della Libia. Budinich fa parte delle frange dell’esercito italiano ostili al regime fascista e spera di poter raggiungere chi sta organizzando la lotta partigiana in Italia dall’estero. Resta invece prigioniero fino alla fine della guerra.

Dopo la prigionia torna nella sua Trieste devastata dal conflitto.

Il declino della città in realtà era già iniziato a fine Ottocento, quando faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico, e aveva accelerato con il passaggio all’Italia dopo la Prima guerra mondiale. Da porto principale di un impero, Trieste è declassata a città di periferia. Il periodo di controllo diretto del Reich tedesco, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, non migliora le cose e colpisce duramente molti cittadini, in primis ebrei e slavi. La fine della guerra non porta sollievo perché per quasi dieci anni la città resta sotto il Governo militare alleato, incerta se tornerà all’Italia o sarà annessa alla Jugoslavia. Questo provoca una paralisi pressoché completa, anche dal punto di vista economico. Finalmente nel 1954 il suo destino è sostanzialmente deciso: Trieste resta in Italia, ma perde molti dei suoi territori.

Tutto è da ricostruire e Budinich è determinato a fare la sua parte. Viene coinvolto nell’istituzione della Facoltà di scienze dell’Università di Trieste, lavora con due dei più grandi fisici del Novecento, Werner Heisenberg e Wolfgang Pauli, che lo adorano, ma non gli basta. Nonostante la Guerra fredda, ha un sogno: creare un centro di fisica dove gli scienziati possano lavorare insieme nella città un tempo cosmopolita al centro della Mitteleuropa, gettando così un ponte fra est e ovest.

Perché questo sogno si realizzi sarebbero stati necessari diversi anni, ma soprattutto l’entrata in scena di un altro personaggio gigantesco, che arriva dal Pakistan. Si chiama Abdus Salam e il 29 gennaio di quest’anno avrebbe compiuto cent’anni. All’inizio degli anni Sessanta Budinich lo invita a uno dei simposi che ogni anno organizza a Miramare, il famoso castello sul mare fatto costruire da Massimiliano d’Asburgo. Salam era già un fisico talentuosissimo e in forte ascesa che si era fatto notare a soli 14 anni ottenendo i voti più alti mai registrati all’esame di ammissione all’università. Pochi anni dopo, grazie a una borsa di studio, aveva lasciato il suo paese (che diventerà Pakistan solo nel 1947) per studiare fisica al St John’s College dell’Università di Cambridge nel Regno Unito. Nel 1979, quando vive e lavora a Trieste già da un bel po’ di anni, vince addirittura il Nobel per la Fisica per la teoria che unifica due delle forze fondamentali del nostro universo, l’elettromagnetismo e l’interazione debole.

Abdus Salam all’Imperial College di Londra il 15 ottobre 1979 (Keystone/Getty Images)

Dopo l’incontro al Miramare di Trieste, Budinich e Salam capiscono che i loro sogni possono fondersi. Salam, che per coltivare il suo talento è stato costretto a emigrare, vuole creare un centro in cui i giovani fisici dei paesi più poveri possano ricevere un’educazione scientifica di alto livello ed essere poi aiutati a rientrare nei luoghi di origine per migliorare le economie delle aree più povere e favorire un processo di pace globale. I due stringono un’alleanza e formulano un piano d’attacco: servono soldi, sì, ma prima di tutto serve il benestare delle Nazioni Unite, senza il quale un centro del genere non può sorgere. Sanno che non sarà semplice: ci sono molti candidati ma, soprattutto, si incontrerà l’opposizione delle due grandi potenze, Usa e Urss, e dei loro alleati.

Budinich porta in dote il luogo, Trieste, dove ci sono già dei terreni disponibili, e i soldi. Quelli iniziali della Cassa di Risparmio di Trieste, a cui come il “signor Bonaventura” è andato a chiedere “cento milioni” di lire che, con suo grande sbigottimento, gli vengono assegnati immediatamente e senza altre domande. E poi quelli più sostanziosi messi a disposizione dallo Stato italiano, un milione di dollari per costruire il centro, più buona parte dei soldi per finanziare l’attività per i primi quattro anni. Salam invece contribuisce con la sua autorevolezza nella comunità scientifica internazionale, ma soprattutto con una posizione di rilievo all’interno della IAEA.

Seguirà un lungo periodo di schermaglie, riunioni carbonare, viaggi promozionali, creazioni di alleanze, astuzie e colpi bassi e di intensissimo lavoro diplomatico ai vertici della IAEA. Come era da immaginare, infatti, Usa e Urss, ma anche Regno Unito, Giappone e Francia si oppongono, non tanto alla candidatura di Trieste, ma soprattutto al centro stesso. Fanno di tutto per tirarla per le lunghe, sperando di far saltare il progetto. Anche Robert Oppenheimer, il fisico che aveva diretto il Progetto Manhattan e che si era dimostrato inizialmente favorevole al centro, si toglie dai giochi.

– Leggi anche: Cosa è vero e cosa no in “Oppenheimer”

Un colpo di fortuna però, se così lo vogliamo chiamare, avviene nel 1961: Josip Tito, il dittatore jugoslavo, rompe i legami con l’Unione Sovietica creando un blocco di paesi “non allineati”, indipendenti dall’influenza dell’est e dell’ovest. Sono proprio questi paesi, grazie a un’opera paziente di convincimento da parte di Budinich, Salam e dei loro collaboratori, a essere portati uno a uno a sostenere la causa triestina. Dietro le quinte il progetto ha anche il sostegno del direttore generale della IAEA, Sigvard Eklund, che complotta insieme a Salam e Budinich, e questo non sarà secondario per arrivare al 14 giugno del 1963 quando, al termine di una concitata riunione del Board of Governors della IAEA, il voto finale dà definitivamente il benestare alla nascita del centro.

Nel 1964 si pone la prima pietra dell’ICTP, l’International Centre for Theoretical Physics proprio a Miramare (non dentro il castello, ovviamente, ma in un terreno accanto). Lo statuto del centro viene scritto addirittura da Robert Oppenheimer, che a quel punto è ben felice di dare il suo contributo. Se pensate che Budinich si sia rilassato e sia tornato finalmente – come auspicava sempre – alla sua amata fisica, vi sbagliate. Alla fine degli anni Settanta, grazie a uno schema molto simile a quello che ha portato alla nascita dell’ICTP, ma questa volta senza Salam, fonda la Scuola internazionale superiore di studi avanzati (SISSA) di Trieste e l’AREA Science Park, un parco scientifico e istituto di ricerca internazionale per il trasferimento tecnologico.

A inizio anni Novanta è la volta del Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologie – ICGEB, un altro centro nato a Trieste, ma in condivisione con New Delhi, in India, con il sostegno delle Nazioni Unite, e di nuovo grazie all’alleanza tra Abdus Salam e Budinich che, insieme, riescono a soffiare il progetto a Bruxelles, a candidatura praticamente già ottenuta. Negli anni successivi, con Budinich dietro le quinte, arriva anche ELETTRA, l’anello di luce di sincrotrone, un altro centro di ricerca internazionale che ogni anno ospita a Trieste centinaia di ricercatori. A queste realtà e molte altre più piccole, vanno aggiunte l’Università di Trieste, l’Osservatorio Astronomico, a lungo guidato da Margherita Hack, invitata a Trieste proprio da Budinich, e l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale.

Dagli anni Ottanta, grazie all’intercessione di Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, l’ICTP è diventato permanente e usufruisce di un finanziamento stabile dello Stato italiano. Nel 1997, un anno dopo la sua morte, è stato intitolato ad Abdus Salam, e non ha mai smesso di crescere, ospitando premi Nobel e studenti da tutto il mondo, che ancora oggi sono migliaia ogni anno.

Paolo Budinich, in piedi al centro. Alla sua sinistra si intravedono Abdus Salam e Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, all’ICTP di Trieste il 12 ottobre 1984, per il ventesimo anniversario dell’istituto. Gli altri relatori erano Víctor Latorre, Robert Eugene Marshak, Maurizio Zifferero e Antonino Zichichi (© ICTP Photo Archives/Ludovico Scrobogna)

Paolo Budinich è morto nel 2012, a 97 anni, e oggi nella sua città è riconosciuto come il padre del cosiddetto “Sistema Trieste” o “The Trieste Experiment” come è chiamato nei documenti delle Nazioni Unite, caso esemplare di science diplomacy in grado di favorire lo sviluppo scientifico e lo sviluppo internazionale.

– Leggi anche: Trieste è davvero la città dei matti? di Marina Mander

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