Vannacci è fissato con le definizioni dei dizionari
Le cita regolarmente per far apparire un filo più moderate le cose che dice: e quindi il rastrellamento diventa un termine «tecnico-tattico»
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Intervistato a giugno dalla trasmissione Otto e Mezzo su La7, il generale Roberto Vannacci ha dato una dimostrazione esemplare di una strategia retorica ricorrente in tanti suoi discorsi: utilizzare le definizioni dei dizionari per sostenere le sue posizioni politiche più radicali, e giustificare l’uso di parole discriminatorie e molto connotate ideologicamente.
Alla presentatrice Lilli Gruber, che gli aveva chiesto perché si ostinasse a definire le persone omosessuali «non normali», Vannacci ha risposto citando il significato di «normale» dato dai vocabolari, «quello del dizionario Devoto-Oli, il Zingaretti» (intendeva dire lo Zingarelli) che, tra i diversi significati, definiscono la normalità come la condizione statisticamente più diffusa. L’omosessualità, ha detto Vannacci, «non è normale» perché «non rappresenta l’orientamento sessuale del 95 per cento della popolazione mondiale: non è una descrizione né positiva né negativa della persona, è solamente una questione statistica».
Vannacci usa spesso questo artificio retorico che si basa sull’uso di definizioni apparentemente corrette e universali, trascurando, più o meno consapevolmente o in mala fede, il fatto che la definizione letterale di un termine non ne esaurisce il significato, che si compone anche delle connotazioni che la parola assume in determinati tempi, contesti o comunità di parlanti.
Definire alcune persone «non normali» significa, nell’accezione che comunemente si dà a questa parola (diversa dalla sua definizione letterale), attribuire loro una devianza o persino una patologia, come del resto era comune fare con le persone omosessuali fino a pochi decenni fa. Questo vale nel contesto di una comune conversazione e vale ancora di più in un discorso politico rivolto a un elettorato di estrema destra, tradizionalmente e storicamente ostile ai diritti delle persone omosessuali.
Per quanto Vannacci si sforzi di ricondurre le sue affermazioni a un piano letterale e quindi di farle apparire più moderate, è cosciente che sia il significato meno letterale di queste affermazioni a fare presa sui suoi elettori.
Nel suo libro Il mondo al contrario Vannacci usa accenti nostalgici nei confronti di parole decisamente discriminatorie e omofobe che pure si trovano nei dizionari, descritti come preziosi custodi della tradizione linguistica. «Dobbiamo ricorrere a un idioma straniero e chiamarli gay», scriveva, «perché i vocaboli esistenti sino a pochi anni fa nei dizionari, che sfogliavamo girandone le sottili pagine con la punta dell’indice inumidita, sono tutti considerati inappropriati, se non addirittura volgari e offensivi». Tra questi, nel libro, cita «pederasta, invertito, sodomita, finocchio, frocio, ricchione, culattone».
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Nel 2025, quando l’assessora regionale toscana Alessandra Nardini lo definì «campione di sessismo e omofobia», Vannacci rispose che era un’accusa usata dalla sinistra «che ormai non ha più parole e non conosce il vocabolario».
Utilizzò definizioni da dizionario anche per difendersi dall’accusa di razzismo che molti gli rivolsero quando nel suo libro scrisse che i tratti somatici della pallavolista italiana Paola Egonu non rappresentavano «l’italianità». In un’intervista disse: «Il razzismo è l’ideologia che ritiene che una razza sia superiore rispetto a un’altra razza da un punto di vista genetico e io non ho mai detto una cosa del genere. Io ho semplicemente detto che esistono razze o etnie diverse e che sono facilmente identificabili dai loro tratti somatici. Quindi non mi considero razzista».
Durante la trasmissione In Onda, sempre su La7, rispose con un metodo simile alla presentatrice Marianna Aprile che gli aveva chiesto provocatoriamente perché usasse il termine «remigrazione» e non «deportazione» per definire l’espulsione forzata delle persone immigrate, uno dei punti principali del programma politico di Futuro Nazionale. Vannacci disse che erano due cose diverse, anche dal punto di vista semantico: «La deportazione è la movimentazione coatta di uno o più individui lontani dalla loro patria o dal luogo di normale residenza. Noi invece queste persone le vogliamo riportare a casa».
In questo caso il cortocircuito linguistico è dato dall’uso delle parole «patria», «luogo di residenza» e soprattutto «casa» e dai significati che Vannacci non esplicitamente attribuisce loro. Nel suo sottinteso, «casa» corrisponde al luogo di nascita o di provenienza, mentre per molte persone, soprattutto immigrate, corrisponde al luogo in cui hanno scelto di vivere e si sono stabilite. Il termine, poi, ha comunemente un’accezione familiare e domestica, che proietta in una sfera semantica positiva un programma di rimpatrio forzato.
In altri casi Vannacci gioca sull’ambiguità di certi termini molto usati durante il periodo fascista o utilizzati per definire pratiche molto comuni dell’epoca, fingendo di trascurare il fatto che al loro significato letterale si sia aggiunto, proprio per via di questo uso, un valore semantico diverso e un potere evocativo forte rispetto a quel periodo storico e a quel contesto politico.
Intervistato dal giornalista Alessandro Sallusti al Versiliana Festival di Marina di Pietrasanta, in provincia di Lucca, Vannacci ha detto che Carmelo Burgio, il generale candidato sindaco a Milano con Futuro Nazionale, saprebbe come «rastrellare» Rogoredo, un quartiere alla periferia sudest della città noto anche fuori Milano per alcuni fatti di cronaca e per un antico problema di spaccio. Qualche giorno dopo ha parlato di un «rastrellamento di Rogoredo» anche durante una conferenza stampa alla Camera.
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Esponenti del centrosinistra hanno criticato duramente la scelta della parola «rastrellare», che evoca i metodi violenti usati dai nazifascisti per setacciare quartieri e zone mirate delle città allo scopo di trovare, arrestare e deportare persone ebree, dissidenti politici e partigiani. Vannacci lo ha definito un termine «tecnico-tattico» e ha pubblicato sui suoi canali social un video in cui, citando la definizione del dizionario, dice che la parola rastrellamento indica semplicemente «una perlustrazione sistematica di una zona da parte di forze della polizia o di militari per cercare di catturare persone, nemici o oggetti nascosti».
Un altro esempio eclatante è l’uso della parola «camerata», termine militare che il regime fascista trasformò in una parola fondamentale del proprio lessico, usata tra le persone che aderivano al partito e alle sue organizzazioni paramilitari. Recentemente Vannacci l’ha usata anche per riferirsi all’apostolo Paolo, uno dei santi più importanti della religione cattolica, cosa che ha suscitato la protesta di un gruppo di sacerdoti.
Anche in questo caso, dopo le polemiche, Vannacci ha pubblicato un video con la definizione di «cameratismo» presa dal dizionario, riducendo il suo significato a «un sentimento che si viene a creare tra persone che condividono la stessa camerata» e sostenendo che l’accezione collegata al fascismo sia solo «una delle terze definizioni dei vocabolari».
All’inizio del 2024, invece, Vannacci ripeté in diverse occasioni di considerare Mussolini «uno statista». Spiegò che «la definizione di statista è uomo o donna di stato. Chiunque abbia avuto un ruolo in un istituto governativo era uno statista. Lo era Stalin e lo era anche Mussolini».
Il metodo retorico di Vannacci, in definitiva, è uno strumento per portare avanti la sua storica battaglia contro il politicamente corretto, cioè l’atteggiamento di chi cerca di evitare espressioni linguistiche o comportamenti che possano offendere o discriminare determinati gruppi sociali. Rispondendo alle polemiche suscitate dal suo libro, Vannacci disse: «Io dico quel che molta gente pensa ma si guarda bene dall’esprimere».
In realtà pure Vannacci si sforza, attraverso le sue definizioni, di far apparire meno problematico, più accettabile e condivisibile ciò che dice e come lo dice, cercando in parte di adeguarsi (anche solo formalmente) ad alcune sensibilità diffuse.
Vannacci si è affezionato al dizionario come strumento retorico al punto che sui suoi profili social ha iniziato a condividere definizioni inventate per attaccare i suoi oppositori, attraverso immagini create con l’intelligenza artificiale. In questo caso però lo scopo è semplicemente mettere alla berlina giornalisti critici o avversari politici, più che usare le definizioni per giustificare il suo lessico.



