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  • Giovedì 27 agosto 2026

La WNBA è nel caos e va alla grande

Il campionato femminile di basket statunitense non è mai stato così ricco e seguito, ma in giro si parla di tutt'altro

Alyssa Thomas, Caitlin Clark e Sophie Cunningham lo scorso 22 giugno, in una zuffa durante la partita tra Phoenix Mercury e Indiana Fever (Michael Hickey/Getty Images)
Alyssa Thomas, Caitlin Clark e Sophie Cunningham lo scorso 22 giugno, in una zuffa durante la partita tra Phoenix Mercury e Indiana Fever (Michael Hickey/Getty Images)
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La WNBA, il campionato statunitense femminile di basket, non è mai stata grande e seguita come quest’anno. Non ha mai avuto così tante giocatrici forti, famose a livello internazionale e, dopo uno storico accordo contrattuale, anche ben pagate. Un tempo aveva otto squadre, dall’anno scorso sono 15, diventeranno presto 18. Eppure sui social media e sui media generalisti si parla poco di basket giocato e molto di altro: di falli, di risse, di razzismo, di polemiche e di provocazioni, quasi sempre in modo polarizzante.

La giornalista Seerat Sohi su The Ringer ha riassunto con efficacia la situazione, scrivendo che «negli ultimi tre anni la WNBA è stata il campo di battaglia per vari scontri legati a tutte le moderne ansie americane: le questioni razziali, di genere e di sessualità, le politiche di inclusione e i pro e i contro delle istituzioni progressiste». Ed è avvenuto in modo sempre più sgradevole e aggressivo. La sua collega Elle Duncan ha detto che «in questo momento nella WNBA c’è l’ambiente più tossico nel quale si possa lavorare, ed è incredibilmente triste e frustrante». Altri parlano di «disastro».

L’inizio di buona parte del caos è coinciso, paradossalmente e incredibilmente, con l’arrivo in WNBA di Caitlin Clark, la giocatrice più nota e seguita, oltre che una delle più forti: forse la più importante nella storia del basket femminile statunitense per come in pochi anni ha spostato ascolti, biglietti, diritti tv e valutazioni delle franchigie. Clark ha 24 anni, dal 2024 gioca per le Indiana Fever e fin da quando era nel campionato universitario la sua sola presenza faceva riempire i palazzetti e registrare ascolti record in televisione. Fu un fenomeno sportivo e mediatico quasi senza precedenti che contribuì, e contribuisce tutt’ora, a rendere la WNBA molto più popolare e seguita.

Fin quasi dall’atteso arrivo in WNBA, Clark è stata marcata in maniera molto fisica e dura, a volte oltre i limiti del regolamento. Non solo come e quanto capita di solito alle giocatrici molto forti, a detta di alcuni, cioè per limitarne il grande talento e la capacità di fare canestro, ma anche per una sostanziale antipatia e diffidenza diffuse tra le avversarie, soprattutto quelle più esperte. A una semplice e possibile invidia verso una giocatrice più giovane, appena arrivata, che non ha ancora vinto niente, eppure più forte, più famosa e più ricca di tutte le altre, si aggiungono poi temi più complessi.

Dalla sua fondazione, trent’anni fa, la WNBA è stata – ancor più dell’NBA, l’equivalente maschile – una lega dalla cultura e dall’impostazione fortemente progressiste, con tante giocatrici-attiviste. E in un paese come gli Stati Uniti, dove l’identità pesa moltissimo nella condivisione di condizioni di vita, opinioni politiche e prodotti culturali, e dove le persone tendono a pensarsi e descriversi innanzitutto come parte del proprio gruppo demografico, è significativo che molte cestiste della WNBA siano nere e molte siano omosessuali o queer. Clark invece è bianca ed eterosessuale.

Qualcuno ritiene che questo contesto abbia un ruolo nell’apparente antipatia generale verso Clark e nei duri falli che subisce da molte colleghe, citando molti episodi di ostilità nei suoi confronti da parte di giocatrici, allenatrici, personale amministrativo e persino arbitre della WNBA. Il nuovo pubblico che ha iniziato a seguire la WNBA attratto da Clark è visto come un’opportunità ma anche con sospetto, perché è diverso da quello storico del torneo e certamente più bianco e meno progressista. Questo accade peraltro senza che Clark abbia mai fatto trapelare nulla sulle proprie idee politiche.

Altri sostengono che sia Clark a essere antipatica e sentirsi superiore alle sue colleghe, che sia la prima a giocare in modo aggressivo e poi si lamenti esageratamente quando le avversarie ricambiano. Queste discussioni sono cominciate già all’inizio della carriera di Clark da professionista, quando non fu convocata alle Olimpiadi di Parigi e sembrò un primo segnale di ostracismo. Si è arrivati a situazioni paradossali per cui Clark non era presente nei poster che presentano le partite in cui era di gran lunga la giocatrice più attesa, e nemmeno nel calendario fatto per festeggiare i 30 anni della lega. Due anni dopo è chiaro a tutti che la questione ha superato da tempo il piano del gioco, e ormai va molto oltre Clark.

All’inizio di agosto, per esempio, la più famosa compagna di squadra di Clark, Sophie Cunningham, ha subìto un brutto fallo durante un’azione di contropiede da DiJonai Carrington delle Chicago Sky. Carrington è stata espulsa e pochi minuti dopo, direttamente dagli spogliatoi, ha pubblicato un post sui social con scritto «WHITE PRIVILEGE!», taggando le Indiana Fever (in seguito ha negato di aver insinuato che la decisione di espellerla avesse motivazioni razziali, senza spiegare altro sul suo messaggio).

Il fallo di Carrington su Cunningham

Per capire il livello a cui è arrivato il discorso: l’allenatrice delle Indiana Fever, cioè di Cunningham e di Clark, è stata pure accusata di aver voluto ridimensionare il fallo nella conferenza stampa dopo la partita, quasi difendendo l’avversaria delle sue giocatrici. Ma erano successe molte cose prima di quel fallo, e la dimensione del «disastro» aveva già raggiunto contesti normalmente molto lontani dal basket femminile: per esempio tantissime persone appassionate di politica e molto presenti sui social che hanno trasferito le perenni polemiche e accuse fra progressisti e conservatori, fra trumpisti e anti-trumpisti, nei conflitti della WNBA.

In questo contesto, negli ultimi mesi si è fatta notare in particolare proprio Sophie Cunningham, la più nota compagna di squadra di Clark, anche lei bianca. In una zuffa nata in campo dopo un altro duro fallo subìto da Clark a inizio giugno, Cunningham aveva puntato il dito per 22 secondi consecutivi contro DeWanna Bonner, una veterana nera della WNBA, fissandola in silenzio con sguardo di sfida. Il gesto di Cunningham era diventato istantaneamente un meme che ha fatto aumentare la sua notorietà e la sua influenza.

Un mese dopo quel gesto, Cunningham è tornata al centro dell’attenzione rispondendo a una domanda di ESPN su una delle questioni su cui sono più forti oggi le contrapposizioni negli Stati Uniti, un paese dove lo sport a livello scolastico e universitario ha grandissima rilevanza popolare e culturale: se le atlete trans dovrebbero o no poter gareggiare con chi è donna dalla nascita. La grande maggioranza degli americani, più o meno il 75 per cento secondo i sondaggi più recenti, pensa che le atlete trans non dovrebbero gareggiare con le altre.

Cunningham ha detto di essere d’accordo con loro: «Voglio proteggere le ragazzine negli spogliatoi e le ragazzine nello sport, che non dovrebbero giocare contro chi è biologicamente uomo». In WNBA non ci sono casi di atlete trans – che negli Stati Uniti di Donald Trump sono sempre più discriminate e marginalizzate – ma le parole di Cunningham hanno fatto un grande clamore e le hanno attirato molti complimenti dai Repubblicani mentre esponevano le divisioni fra i Democratici, contribuendo alla percezione di lei e delle Fever come conservatrici e lontane dai valori storici della WNBA.

Prima della successiva partita contro Indiana, la giocatrice delle Seattle Storm Stefanie Dolson ha indossato una maglia con scritto «i diritti delle persone trans sono diritti umani».

La WNBA non ha una politica precisa sull’idoneità delle atlete trans o intersessuali, ma ha detto di starci lavorando. L’accordo collettivo siglato a marzo stabilisce che «solo le giocatrici che sono donne sono idonee a giocare nella WNBA», senza ulteriori precisazioni. In modo provocatorio due ex giocatori dell’NBA, Enes Kanter Freedom e Royce White, che da tempo condividono pubblicamente le loro idee politiche conservatrici, si sono dichiarati idonei per il draft della WNBA sostenendo di identificarsi come donne, per contestare la tesi secondo cui si debba essere considerate donne fin da quando si decide di esserlo.

Domenica 23 agosto Kanter era seduto a bordo campo a vedere la partita tra Chicago Sky e Indiana Fever con addosso una maglia con scritto: «DONNA [nome]: essere umano femminile». Durante un timeout Natasha Cloud, giocatrice delle Sky, ha iniziato una discussione con Kanter, che ha allargato le braccia mostrando la maglietta e cercato di aizzare il pubblico, prima di essere allontanato dalla security.

Nel frattempo in campo l’aggressività, le provocazioni e i falli antisportivi sono aumentati. Lo scorso luglio, durante una partita tra Indiana Fever e Phoenix Mercury, la 34enne Alyssa Thomas ha schiacciato la gola di Clark, che era a terra, con il pugno chiuso. L’episodio non è stato visto da chi stava arbitrando, e quindi non è stato sanzionato; solo dopo la partita la decisione è stata rivista e Thomas squalificata per una giornata.

Il pugno di Thomas a Clark

Alla fine della partita Stephanie White, allenatrice di Indiana, ha detto di ritenere «vergognosa, del tutto inaccettabile e totalmente irrispettosa» l’iniziale mancanza di conseguenze per il gesto di Thomas, e ha accusato la WNBA di non star proteggendo a sufficienza un «talento generazionale» come Clark. Dopo quel fallo Thomas ha subìto insulti razzisti e minacce di morte sui social.

L’anno scorso era stata Clark a fermare con veemenza Angel Reese, sua rivale sin dai tempi del basket universitario, con un altro fallo che aveva fatto molto discutere. La stessa Reese, per aggiungere ulteriori pezzi alla situazione tesa e divisa che si è creata dentro e attorno alla WNBA, è stata al centro di un recente episodio controverso.

Durante la partita tra Toronto Tempo e Atlanta Dream, l’allenatrice di Toronto Sandy Brondello ha detto agli arbitri che Reese era una «specie protetta», come un panda, insinuando che fossero troppo indulgenti con lei. È un’espressione abbastanza comune in Australia, da dove viene Brondello, ma negli Stati Uniti è stata giudicata come razzista: «Nella cultura americana un’espressione che indica che qualcuno non è umano ha una storia di utilizzo denigratorio nei confronti delle persone nere», ha scritto ESPN. Alla fine della partita Reese ha ripreso un tweet che ne parlava, scrivendo «Siamo sorprese?» e taggando Brondello con a fianco l’emoji di un pagliaccio. Nonostante le scuse, poi accettate da Reese, Brondello è stata squalificata per una partita.

Tutti questi episodi hanno reso tossico il clima nella WNBA, proprio nel periodo di massima esposizione mediatica del campionato, e hanno aperto la strada a varie strumentalizzazioni. Commentatori, sportivi e politici, molti dei quali non sono davvero interessati alla WNBA, stanno usando il dibattito per promuovere le proprie idee.

Dopo il fallo di Thomas su Clark, alcuni deputati Repubblicani hanno inviato una lettera ufficiale alla WNBA per chiedere di proteggere Clark dai «ripetuti episodi di violenza fisica contro di lei» e dai «post sui social media che incitano a ulteriore violenza contro di lei». Scriveva ancora Seerat Sohi su The Ringer che «nessuna strategia di comunicazione positiva potrà mai arginare il clickbait [l’uso di titoli sensazionalistici per attirare l’attenzione] o l’ossessione della destra nel criticare la WNBA».

In tutto ciò ovviamente la WNBA, e in particolare la sua persona più potente e importante, la commissioner Cathy Engelbert, stanno ricevendo molte critiche per l’incapacità manifesta di governare la situazione, ridimensionare il caos e cambiare il clima generale della lega. Secondo Sohi «quando si tratta di arbitraggi, indagini, sanzioni o della loro assenza, le decisioni della lega sembrano spesso dettate più da pressioni esterne – provenienti dalle giocatrici o dai social media – che da una visione strategica reale».

Il ruolo di Engelbert viene messo in dubbio da tempo. Lo scorso anno Napheesa Collier, un’altra delle giocatrici più note, aveva fatto un lungo intervento contro di lei. «Abbiamo le migliori giocatrici al mondo, abbiamo i migliori tifosi al mondo, ma in questo momento abbiamo la peggior leadership al mondo», aveva detto. Si riferiva alla pessima gestione dei casi arbitrali e delle polemiche, ma anche alle condizioni contrattuali svantaggiose per le giocatrici (prima che venisse firmato, dopo faticose negoziazioni, il nuovo contratto collettivo) e alla scarsa capacità della lega di valorizzare un prodotto di livello sempre più alto.

In generale molti pensano che la leadership della lega si sia mostrata inadeguata al salto di scala in termini di dimensioni e attenzioni avvenuto negli ultimi anni, e sia stata travolta dal tipo di attenzioni e di polemiche con cui normalmente fanno i conti le colossali squadre di NBA o di NFL (il campionato di football americano), molto più abituate a finire nei tweet del presidente degli Stati Uniti e sui telefoni di tutto il paese.

Nel frattempo, la stagione della WNBA sta entrando nel vivo. Manca un mese all’inizio dei playoff e le Indiana Fever sono seconde nella Eastern Conference. «Le Fever sono al centro del caos della WNBA. Sono anche una seria pretendente per la vittoria finale», titolava due settimane fa The Athletic. Tra il primo e il 18 settembre il campionato si fermerà perché dal 4 al 13 si giocheranno i Mondiali di basket in Germania. Gli Stati Uniti, in cui giocano insieme Clark, Reese, Collier e molte altre formidabili giocatrici, sono la squadra nettamente favorita.

Per Clark sarà il primo grande torneo con la nazionale.