Come fa la Cina a comprare il petrolio dell’Iran
Senza subire le sanzioni internazionali: c'entrano una “flotta fantasma” e soprattutto le “raffinerie teiera”
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Formalmente la Cina non importa petrolio dall’Iran: nei dati doganali le importazioni di greggio iraniano sono praticamente nulle. In realtà, secondo stime statunitensi confermate dagli esperti del settore, la Cina importa tra l’80 e il 90 per cento di tutto il petrolio dell’Iran. Lo fa però in maniera nascosta, per schermare la propria economia da possibili ritorsioni e sanzioni degli Stati Uniti e dei loro alleati. Lo strumento principale di questa elusione sono alcune raffinerie di greggio indipendenti sparse per tutto il paese, chiamate “raffinerie teiera”.
L’esistenza e il funzionamento delle “raffinerie teiera” sono noti da tempo, ma sono tornati rilevanti negli ultimi giorni, quando gli Stati Uniti hanno annunciato una nuova campagna di sanzioni per strangolare economicamente l’Iran e costringerlo a fare concessioni nei negoziati sulla guerra in Medio Oriente. Le “raffinerie teiera” mostrano che sarà difficile.
Si chiamano così perché solitamente sono piccole e i loro processi di raffinazione relativamente rudimentali: soprattutto all’inizio erano poco più che contenitori per raffinare greggio in gasolio – c’è anche un’altra versione secondo cui si chiamerebbero così per la loro forma tozza simile a quella di una teiera, ma è meno plausibile. Ne sono state contate oltre 120, ma le più importanti sono circa una decina, concentrate nella provincia costiera dello Shandong, sotto Pechino.
Il petrolio iraniano arriva alle raffinerie cinesi tramite la cosiddetta “flotta fantasma”, cioè una flotta di petroliere di solito vecchie e vicine alla dismissione che usano vari metodi per eludere controlli e sanzioni. Di norma le petroliere della “flotta fantasma” caricano il greggio dai terminal petroliferi iraniani (quasi sempre l’isola di Kharg) e lo trasportano al largo della Malaysia o dell’Indonesia. Le navi che partono dall’Iran hanno il transponder (cioè il sistema di localizzazione) spento, oppure utilizzano altri sistemi per non essere tracciate.
Una volta al largo della Malaysia, il greggio viene caricato su petroliere più piccole con un trasferimento da nave a nave, che è complicato e spesso comporta grossi rischi ambientali. Infine viene portato in Cina. In questo modo è possibile far risultare che il petrolio iraniano sia arrivato dalla Malaysia, dall’Indonesia o da altri paesi.

Due petroliere, di cui una di provenienza iraniana, ancorate assieme al largo dell’Indonesia nel 2021: furono sequestrate per commercio illegale di petrolio (Indonesian Maritime Security Agency via AP)
È a questo punto che intervengono le “raffinerie teiera”. Le grandi raffinerie di stato cinesi non accettano il petrolio trasportato dalla “flotta fantasma” per non correre il rischio che questo sia tracciato e di finire sotto sanzione. Ma alle “raffinerie teiera” questo non importa, o importa molto poco, perché almeno formalmente (e questo è importante: almeno formalmente) sono indipendenti. La loro proprietà non ha particolari legami con i mercati internazionali e rifornisce quasi esclusivamente una clientela interna cinese. Questa è la caratteristica principale che le scherma da possibili sanzioni internazionali.
Le sanzioni, che siano imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea o dalle Nazioni Unite, di solito agiscono sulle relazioni commerciali e finanziarie. Se per esempio una grossa raffineria di stato cinese finisce sotto sanzioni, perde accesso al sistema finanziario occidentale. Non può più fare pagamenti in dollari, che sono ancora la principale valuta per la compravendita di petrolio, non può avere rapporti con fornitori e clienti occidentali, e insomma rischia di essere tagliata fuori da una parte importante del mercato internazionale.
Ma le “raffinerie teiera” sono già fuori dal mercato internazionale, con cui appunto non hanno legami formali. Peraltro comprano e vendono il petrolio in yuan cinesi, e per questo non hanno nemmeno bisogno di avere accesso al sistema finanziario statunitense. È così che la Cina riesce a importare una parte consistente del proprio petrolio (prima della guerra era il 13 per cento di quello che arriva via mare, e le importazioni via mare sono il grosso delle importazioni totali) senza incorrere in sanzioni. Gli Stati Uniti hanno pure provato a sanzionare alcune di queste raffinerie, ma non hanno davvero influenzato il loro operato, anche grazie al sostegno del governo cinese.
Questa quanto meno sarebbe la teoria. In realtà anche molte “raffinerie teiera” hanno dei legami con più ampi conglomerati cinesi che a loro volta non sarebbero affatto immuni da eventuali sanzioni. «Se si guarda a chi possiede queste entità, si scopre che molte sono direttamente o indirettamente possedute da grandi aziende di stato cinesi che sono profondamente integrate nel sistema finanziario statunitense», ha detto a CNN Max Meizlish, ricercatore del centro studi Foundation for Defense of Democracies.
Potrebbe essere difficile provare i collegamenti tra raffinerie e aziende di stato, perché vengono schermati da intermediari e altro, ma non sarebbe del tutto impossibile quanto meno ostacolare il flusso del petrolio iraniano verso la Cina.
Qui però subentra una considerazione di opportunità politica: sanzionare grosse aziende o banche di stato cinesi per i loro legami con le “raffinerie teiera” sarebbe un affronto politico enorme degli Stati Uniti alla Cina, che danneggerebbe seriamente i rapporti tra i due paesi proprio in un momento delicato e poche settimane prima di un’importante visita del presidente Xi Jinping a Washington. Provocherebbe inoltre una dura reazione economica della Cina.
Al momento non è una misura che l’amministrazione di Donald Trump è pronta ad adottare.



