Meloni è sempre più titubante sul sostegno militare all’Ucraina

Lo dimostra tra le altre cose il ritardo nell'invio di nuove armi: neanche a dirlo c'entra Vannacci, ma un po' anche Macron

di Valerio Valentini

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky durante l’incontro a Palazzo Chigi, a Roma, il 15 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky durante l’incontro a Palazzo Chigi, a Roma, il 15 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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Lunedì la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha diffuso un comunicato per celebrare il 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, dopo aver partecipato, in videocollegamento, a una riunione della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, il gruppo di una trentina di paesi che sostengono la resistenza ucraina contro l’aggressione della Russia.

Nel comunicato Meloni «ha confermato l’impegno italiano sul fronte umanitario in vista della stagione invernale», ribadendo la propria vicinanza al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Al contempo, però, la dichiarazione mette in risalto la pochezza degli impegni e degli sforzi italiani in sostegno dell’Ucraina, a confronto con quanto annunciato da altri importanti leader europei.

Il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham, presente a Kyiv per l’occasione, ha consegnato a Zelensky alcune informazioni riservate che consentiranno all’Ucraina, d’intesa con Regno Unito e Francia, di avviare la produzione in proprio di missili da crociera realizzati su modello dei britannici Storm Shadow, in grado di colpire in profondità nel territorio russo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha lasciato trapelare che tra ottobre e novembre si svolgeranno, verosimilmente in Polonia, esercitazioni militari congiunte da parte dei “volenterosi”, con l’obiettivo di preparare una forza multinazionale che dia garanzie di sicurezza e protezione all’Ucraina una volta che verrà raggiunto un cessate il fuoco credibile. Il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, pure lui presente a Kyiv, ha ribadito l’impegno per favorire un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea nel più breve tempo possibile.

Meloni è contraria a fornire armi offensive di grande efficacia all’Ucraina. Continua a opporsi al coinvolgimento di soldati italiani nelle operazioni militari dei “volenterosi” sul terreno ucraino. Di recente ha espresso grosse perplessità su una possibile adesione dell’Ucraina all’Unione Europea in tempi rapidi. Nel complesso, lo slancio del suo governo in favore di Zelensky si è affievolito da mesi. All’inizio del suo mandato, e per almeno un paio d’anni, Meloni aveva fatto del sostegno politico e militare all’Ucraina un obiettivo inequivocabile della sua politica estera; nell’ultimo anno, invece, è andata crescendo una certa timidezza.

Lo si capisce soprattutto da una cosa, tra le altre: l’ultima tranche di armi inviata all’Ucraina dall’Italia, la dodicesima, risale a novembre del 2025. Prima di allora, sia il governo di Mario Draghi sia quello di Meloni non avevano mai lasciato trascorrere più di sei mesi tra un invio di aiuti e l’altro. Stavolta sono passati oltre nove mesi, e non è stata ancora stabilita la spedizione di nuove forniture belliche, nonostante il ministero della Difesa abbia già predisposto il tutto almeno da metà luglio.

Nel suo comunicato, Meloni ha alluso a un nuovo invio, dicendo però che riguarderà «ulteriori generatori destinati in particolare a sostenere la resilienza [sic] della popolazione ucraina e a garantire la tenuta della rete energetica». Non armi, dunque, ma gruppi elettrogeni. Si tratta in effetti di una richiesta più volte rinnovata da Zelensky: la Russia colpisce sistematicamente le infrastrutture energetiche, molte città restano prive di corrente e di riscaldamento, e questo nel freddo inverno ucraino comporta disagi, stenti e sofferenze per la popolazione.

E tuttavia è significativo che Meloni si sia concentrata solo su questo. Ovviamente in questi aiuti non ci sono solo generatori di corrente, ma anche armi di varia natura. Ma per Meloni è sconveniente parlarne, perché questo la esporrebbe alle critiche veementi del generale Roberto Vannacci, e cioè di quello che in questi mesi è, per Meloni, il più temibile dei suoi concorrenti politici a destra.

Vannacci è leader del partito da lui fondato, Futuro Nazionale, e ha assunto posizioni sempre più nettamente ostili al sostegno militare all’Ucraina, con toni più perentori di quelli di Matteo Salvini e con una retorica che per alcuni aspetti coincide, o si salda, con quella di un pezzo dell’opposizione di sinistra, secondo cui i soldi spesi per l’Ucraina andrebbero più opportunamente impiegati per politiche sociali italiane. È una posizione per nulla minoritaria nel parlamento italiano, condivisa, tra molte sfumature, anche da Lega, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e una parte del PD.

Secondo il Kiel Institute, il più autorevole centro studi internazionale che monitora le spese a sostegno dell’Ucraina, nei primi quattro anni di guerra l’Italia ha speso circa 4,3 miliardi di euro: 830 milioni di sostegno umanitario (spese per la protezione civile), 480 milioni di prestiti e sovvenzioni finanziarie, e 3 miliardi di euro di spese militari. È il 12esimo sui 41 paesi occidentali coinvolti in termini assoluti, ed è il 24esimo se si considera la spesa in rapporto al prodotto interno lordo (0,24 per cento del PIL).

Ma in verità è un calcolo al ribasso. L’Italia è uno dei pochissimi paesi occidentali che tiene secretati gli aiuti militari: non sappiamo, ufficialmente, il dettaglio di armi e munizioni inviate. Fonti della Difesa stimano in poco meno di 4 miliardi l’effettivo valore degli aiuti militari. Grosso modo, sono circa 4 centesimi di euro al giorno per ciascun italiano. Restando alla sola spesa militare, la Francia ha inviato 6,2 miliardi di euro, il Regno Unito 15,8 miliardi, la Germania 24,9 miliardi.

Anche sulla base di questi dati, Meloni aveva a lungo liquidato come ipocrite le tesi di chi predicava la necessità di interrompere il sostegno militare all’Ucraina per favorire una ipotetica pace con Vladimir Putin, concentrando le risorse per altre esigenze di bilancio. Poi, col tempo, di fatto il suo governo ha iniziato ad assecondare in parte queste obiezioni, mostrandosi molto più cauto e tentennante. L’invio di aiuti militari si è diradato, la consistenza degli equipaggiamenti forniti si è ridimensionata, anche a causa del consumo dei depositi della Difesa; d’altro canto, Meloni non ha neppure voluto aderire al PURL, il piano con cui gli Stati Uniti consentono ai paesi europei di acquistare dagli Stati Uniti armamenti da inviare all’Ucraina.

Meloni ha inoltre rinunciato da tempo a visitare Kyiv (lo fece sia nel febbraio del 2023 sia nel febbraio del 2024 in occasione dell’anniversario dell’invasione, poi mai più), ed evita sistematicamente di condividere sui suoi profili social ogni argomento che riguardi l’Ucraina.

In parlamento, i dibattiti intorno all’approvazione delle misure a favore dell’Ucraina sono stati animati da polemiche sempre più strumentali: prima, soprattutto da parte del Movimento 5 Stelle, si è preteso di avere la certezza che si inviassero solo armi difensive, una distinzione alquanto improbabile; poi, su pressione della Lega, sono stati cercati compromessi sulle definizioni da adottare, così da camuffare il reale scopo del sostegno militare (cioè, appunto, l’invio di armi per fronteggiare l’esercito invasore russo).

Da quando poi Vannacci è diventato un protagonista della politica italiana, le cose si sono complicate ulteriormente, per Meloni, tanto più che le elezioni politiche del 2027 si avvicinano. A gennaio, in conferenza stampa, Meloni aveva irriso Vannacci, all’epoca in procinto di abbandonare la Lega: «Mi stupisce in particolar modo che arrivi da un generale, proprio il ragionamento che facevo prima sul tema della deterrenza: i soldati sono i primi che capiscono quanto le forze armate siano fondamentali per costruire pace e non semplicemente per fare la guerra». Sette mesi dopo, nel suo comunicato ufficiale di sostegno all’Ucraina, non si fa alcun cenno alla deterrenza, né all’invio di armi. E gli aiuti militari restano bloccati.

C’è infine una ragione di politica internazionale a motivare la titubanza di Meloni. Tutta l’operazione dei “volenterosi” è stata promossa dal Regno Unito insieme a Macron: e per vari motivi – ideologici, personali, tattici – il rapporto tra Meloni e Macron è da tempo compromesso. Meloni, tra l’altro, non apprezza affatto il protagonismo che Macron tenta di avere fuori dalla Francia.

Inoltre, la “coalizione dei volenterosi” è nata essenzialmente per provare a compensare il disimpegno statunitense, e per esercitare pressioni su Trump affinché non abbandonasse Zelensky al suo destino favorendo Putin. Per Meloni, questo atteggiamento è parso sempre eccessivamente ostile nei confronti di Trump, col quale lei si era a lungo proposta di mediare, nell’intento dichiarato di mantenere salda l’alleanza tra Stati Uniti e Unione Europea.