Se c’è uno scambio di embrioni di chi è il figlio?

È di chi lo ha partorito o di chi ha con lui legami genetici? Le storie dei rari casi in cui è successo aiutano a capire come decidono i tribunali

Culle in un ospedale della California (Bob Riha, Jr./Getty Images)
Culle in un ospedale della California (Bob Riha, Jr./Getty Images)
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L’errore nell’impianto di un embrione all’ospedale San Raffaele di Milano ha suscitato forti attenzioni e dibattiti, anche perché nei giorni successivi sono state raccontate altre storie di persone che avevano avuto figli con gli embrioni di altre persone. Sono casi rari, nei paesi che come l’Italia hanno generalmente controlli molto rigidi sui centri di fecondazione assistita, ma che talvolta sono finiti al centro di lunghi e complessi contenziosi giudiziari.

Le storie più note sono quelle in cui c’è stato uno scambio di embrioni: quindi non semplicemente l’impianto, per errore, di un embrione nell’utero della donna sbagliata, come nel caso del San Raffaele. Lo scambio avviene quando l’embrione destinato a una coppia viene impiantato per sbaglio nell’utero della donna di un’altra coppia, e viceversa. Lo scambio di embrioni è, in sostanza, uno scambio di gravidanze: l’errore può essere scoperto subito dopo l’impianto, durante la gravidanza o addirittura dopo la nascita del bambino o della bambina.

Da quando si pratica la fecondazione in vitro, cioè dal 1978, è successo in alcune occasioni che persone che avevano avuto figli con queste tecniche si accorgessero di non avere legami genetici coi bambini: spesso è successo per una palese mancanza di somiglianza fisica (a volte legata al colore della pelle), che ha spinto i genitori a fare test del DNA, ad accertare la mancanza di legami genetici coi nati e, a volte, a chiedere di ricongiungersi con il bambino o la bambina con cui invece avevano legami genetici.

Non ci sono dati ufficiali su quanto frequentemente accadano gli scambi di embrioni: secondo una stima di CECOS, associazione che in Italia si occupa da molti anni di fecondazione assistita, sono uno ogni 15mila.

I casi noti sono avvenuti in paesi occidentali, come l’Italia, gli Stati Uniti o, più di recente, Israele: generalmente l’orientamento dei giudici è stato considerare i bambini e le bambine figli di chi le aveva cresciute, indipendentemente dal legame genetico, e di dare più importanza ai legami affettivi rispetto a quelli di sangue. Pochi anni fa, negli Stati Uniti, due famiglie hanno trovato un accordo di genitorialità condivisa, creando una sorta di famiglia allargata.

Uno dei primi casi noti di scambi di embrioni avvenne negli Stati Uniti nel 1998. Un errore durante una procedura di fecondazione assistita portò una donna, Donna Fasano, a partorire due gemelli: uno, con la pelle bianca, geneticamente suo e del marito (loro due sono bianchi); l’altro, con la pelle nera, era stato concepito con l’embrione di un’altra coppia che si era sottoposta alla fecondazione assistita nella stessa clinica. Oggi si considera preferibile l’impianto di un embrione alla volta, ma in passato era più frequente impiantarne anche più di uno, anche per aumentare le probabilità di successo.

Sia Donna Fasano e il marito che l’altra coppia, Deborah Perry-Rogers e Robert Rogers, avevano provato ad avere figli per molto tempo senza riuscirci, motivo per cui avevano fatto ricorso alla fecondazione assistita.

Pochi mesi dopo un test del DNA accertò che Akeil, il bambino nero, era stato concepito con le cellule dei Rogers, che chiesero quindi di ottenerne la custodia ed essere riconosciuti come genitori. Inizialmente le due coppie raggiunsero un accordo per cui la custodia di Akeil passò ai Rogers, ma la donna che l’aveva partorito, Donna Fasano, avrebbe potuto continuare a frequentarlo, come lei stessa aveva chiesto.

Successivamente quell’accordo fu ribaltato e i Rogers ottennero dal tribunale la custodia esclusiva senza concedere nessun diritto di visita a Fasano. In quel caso il tribunale valutò il momento in cui ci si era resi conto dello scambio, cioè quando il bambino era ancora molto piccolo e non aveva potuto stabilire un legame affettivo coi genitori che lo avevano cresciuto: i giudici citarono come termine di paragone uno scambio di culle in ospedale. Ma la vicenda non finì lì, perché Fasano e il marito continuarono a insistere per poter frequentare Akeil: una nuova sentenza del tribunale glielo accordò, e un’altra successiva glielo negò di nuovo. Nel frattempo il bambino aveva già più di un anno.

Altri casi noti emersero anche dopo il Duemila. In Italia ce ne fu uno nel 2014, all’ospedale Pertini: a seguito di uno scambio di embrioni nacquero due bambini che geneticamente non avevano alcun legame con la coppia di cui faceva parte la donna che li aveva partoriti. Le due persone a cui appartenevano le cellule con cui fu creato l’embrione, quelle geneticamente legate ai bambini, intentarono una causa per essere riconosciuti come genitori. Due anni dopo, nel 2016, il tribunale di Roma glielo negò: i bambini avevano ormai circa due anni, e il tribunale valutò che fosse nel loro miglior interesse mantenere la continuità del legame familiare e affettivo che avevano stabilito con chi li aveva cresciuti, e che questo prevalesse sul solo legame genetico.

Un contenitore di embrioni in una clinica di Birmingham, nel Regno Unito (Christopher Furlong/Getty Images)

Il principio guida di quella sentenza, come di altre di questo tipo, è quello del cosiddetto “interesse del minore”: un principio giuridico fondamentale nel diritto sia nazionale che internazionale, che prevede – semplificando molto – che l’interesse di un o una minore sia considerato determinante nell’adozione di qualsiasi provvedimento che incida sulla sua condizione. Tra le altre cose deve essere tutelata la sua identità affettiva, relazionale e sociale.

– Leggi anche: Che cos’è “nell’interesse del minore”?

Di recente c’è stato un caso simile, ma in Israele: nel 2022, a Tel Aviv, un embrione fu impiantato per errore nell’utero di un’altra donna rispetto a quella con cui aveva un legame genetico. Anche in quel caso fu un errore, legato secondo approfondimenti successivi all’eccessivo carico di lavoro dei dipendenti, per cui alla clinica fu ordinato di dimezzare il numero di cicli effettuati.

A seguito della scoperta dell’errore, anche in quel caso dopo un test del DNA, il caso arrivò in tribunale e una prima sentenza del 2024 stabilì che la bambina (che aveva quasi due anni) dovesse essere affidata alle persone con cui aveva legami genetici. La sentenza fu impugnata e nel marzo del 2025 un altro tribunale la ribaltò, stabilendo che la bambina dovesse restare con la donna che l’aveva partorita e in generale con la coppia che l’aveva cresciuta fino a quel momento, e che lei considerava i suoi genitori.

Sempre nel 2025 la decisione fu confermata dalla Corte Suprema, che stabilì però anche che la bambina doveva avere il diritto di conoscere le persone con cui condivideva il proprio patrimonio genetico, anche se non erano legalmente i suoi genitori. In questo caso i giudici hanno valorizzato un altro principio, che è sempre più tenuto in maggior conto anche da psicologi, psicoterapeuti e altri professionisti che si occupano degli aspetti non strettamente medici della fecondazione assistita: l’idea che conoscere le proprie origini genetiche sia giusto, e utile per questioni di salute, per esempio per sapere se si ha familiarità o meno con una certa patologia.

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Il caso in cui si è creata una famiglia allargata invece è successo pochi anni fa in California, negli Stati Uniti, ed è stato raccontato dal New York Times. Nel 2019 una coppia che aveva fatto ricorso alla fecondazione assistita ebbe una figlia che non assomigliava per niente a nessuno dei due genitori: la bambina, nota col nome di fantasia May, aveva i capelli neri, mentre i due genitori, Daphne e Alexander, avevano rispettivamente i capelli rossi e castani chiaro.

Anche in quel caso fu fatto un test del DNA, che accertò la mancanza di legami genetici tra i due e la bambina. Nel frattempo la clinica in cui l’avevano avuta contattò un’altra coppia, quella che aveva avuto la bambina geneticamente legata a Daphne e Alexander, informandola del fatto che c’era stato uno scambio di embrioni. A quel punto le bambine avevano tre mesi. Le due famiglie, che casualmente abitavano anche molto vicine, si misero d’accordo per incontrarsi e inizialmente decisero di scambiarsi le figlie, arrivando anche a formalizzare un accordo.

Le due coppie hanno raccontato al New York Times di aver vissuto la separazione dalle rispettive bambine come molto dolorosa, visto che nei loro primi mesi di vita si erano prese cura di loro, e di aver quindi valutato di trovare una soluzione diversa. Iniziarono a frequentarsi di più, fino a decidere di crescere insieme le due bambine, che oggi hanno quasi sette anni.