Il dibattito in cui si era ritrovato Jason Arday

Molti si chiedono se l'Università di Cambridge lo avesse assunto per ciò che rappresentava più che per i suoi meriti, presunti o reali

Jason Ardey durante un intervento all'università di Oxford, nell'ottobre del 2021 (da YouTube)
Jason Arday durante un intervento all'Università di Oxford, nell'ottobre del 2021 (da YouTube)
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Le discussioni attorno a Jason Arday, l’ex professore di sociologia di Cambridge trovato morto venerdì, sono più ampie rispetto alle accuse di plagio e menzogne che gli erano state rivolte e che lo avevano portato a dimettersi: hanno investito più in generale il mondo accademico, che si sta interrogando sugli standard di selezione di una delle più prestigiose università del Regno Unito e del mondo, e sulla possibilità che siano stati allentati per motivazioni ideologiche.

La questione, in sintesi, è se Cambridge avesse assunto Arday nonostante non avesse qualifiche solide, perché la sua priorità era mostrarsi un ateneo più inclusivo e meno bianco, in un momento storico in cui da questo punto di vista si è ritrovato sotto pressione.

Nel 2023, a 37 anni, Arday diventò il più giovane professore afrodiscendente dell’università, e Cambridge pubblicizzò molto la sua assunzione, attirando l’attenzione della stampa e contribuendo alla sua fama. Al dibattito sulla sua assunzione ora se n’è affiancato un altro, non secondario: cioè se i media si fossero accaniti eccessivamente sulla sua storia, mentre man mano emergeva che lui era una persona fragile. In questo articolo ci concentreremo soprattutto sulle questioni che riguardano l’università.

Arday era diventato una specie di simbolo, non solo nel Regno Unito ma anche negli Stati Uniti, cosa che spiega perché alcune delle inchieste più documentate sul suo caso siano di media statunitensi. Proprio per il prestigio dell’università di Cambridge, infatti, uscirono articoli su di lui anche negli Stati Uniti. Nel tempo comunque Arday si costruì una certa notorietà sui media generalisti britannici, intervenendo ai festival e in contesti non solo accademici.

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Al momento della nomina Arday aveva un curriculum e pubblicazioni non eccezionali per il posto a cui era candidato, da docente ordinario, uno degli incarichi più ambiti, per di più in un’università così stimata. Aveva anche una storia personale di riscatto, citata con enfasi nel comunicato di Cambridge: autistico, nato in un quartiere periferico di Londra da una famiglia ghanese e con trascorsi scolastici difficili. Il comunicato citava anche elementi biografici che poi furono smontati: che non fosse stato in grado di parlare fino a 11 anni e di leggere fino a 18, per esempio, o che fosse stato costretto a frequentare una scuola speciale.

L'esterno del Jesus College dell'università di Cambridge, dove lavorava Jason Arday worked, il 7 agosto

L’esterno del Jesus College di Cambridge, dove lavorava Jason Arday, il 7 agosto (EPA/TOLGA AKMEN)

Le discussioni recenti si sono concentrate sugli elementi meno plausibili che Arday raccontava di sé: il più citato era aver corso 30 maratone in 35 giorni per beneficenza, un ritmo proibitivo persino per atleti professionisti, o aver fatto il volontario per costruire pozzi nelle favelas brasiliane. Era imminente l’uscita, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dell’autobiografia per cui aveva detto d’aver ricevuto un anticipo da «1,4 milioni», non si sa in che valuta. Lo scandalo però si era allargato a luglio, con accuse circostanziate sulla qualità del suo lavoro di ricerca, a partire da quella di aver copiato la tesi di dottorato, ottenuto alla John Moores University di Liverpool.

Le inchieste di queste settimane hanno scoperto che il caso pubblico aveva avuto un antefatto rimasto riservato. Nel 2025 un giornalista di Times Higher Education, una rispettata rivista di settore, aveva inviato a Cambridge un lungo dossier sulle discrepanze nel lavoro di Arday, che lui stesso aveva contattato per un articolo. Arday si era rivolto a uno studio legale e aveva denunciato per intimidazione il giornalista. L’indagine si era chiusa in un nulla di fatto, però intanto l’articolo non era uscito.

Molte critiche a Cambridge vertono sul fatto che le incongruenze nel lavoro accademico segnalate dalla rivista, a differenza di quelle biografiche, in teoria erano alla portata di Cambridge e, anzi, avrebbero dovuto essere notate in un processo di selezione rigoroso: per esempio, errori grammaticali o citazioni identiche attribuite ad altri ricercatori. Il New York Times ha scoperto che, tre mesi dopo la nomina di Arday, due studiosi britannici avevano contattato privatamente l’università per segnalare i possibili plagi, ma non c’erano state conseguenze. Dopo lo scandalo, Cambridge ha detto che rivedrà i processi di selezione.

I tabloid hanno messo in moto la loro macchina scandalistica, ma del caso si sono occupati anche i media più seri, come BBC, con toni meno esasperati. I commentatori di destra l’hanno utilizzato per sostenere la teoria secondo cui le università sarebbero ostaggio del cosiddetto “wokismo”. «Sembra si siano bevuti la pozione DEI», ha detto Jacob Rees-Mogg, un politico di destra che è ospite fisso del podcast quotidiano del Telegraph, citando l’acronimo inglese di diversity, equality, inclusion («diversità, uguaglianza, inclusione»). I media hanno continuato a indagare anche dopo le dimissioni, che Arday aveva motivato con le attenzioni incessanti e gli attacchi personali.

L’ex direttore del Guardian, Alan Rusbridger, ha scritto su Prospect che, per confutare le teorie della destra sulle università come “cittadelle woke”, basta guardare al corpo docenti di Cambridge: solo 75 su 6.180 docenti sono neri, l’1,2 per cento (un dato in linea con quello di altre università britanniche). Sulle ammissioni di nuovi studenti, il dato invece è del 4,6 per cento. Rusbridger sostiene comunque che i problemi di selezione vadano esaminati, riferendosi anche a un altro ex ricercatore di Cambridge da cui erano partite le accuse di plagio, Nathan Cofnas, oggi all’università di Gand in Belgio.

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Nel 2024 Cofnas aveva detto di essere stato cacciato da Cambridge per le sue teorie filosofiche, al limite dell’eugenetica, e in una newsletter aveva scritto che se ci fosse meritocrazia «i neri scomparirebbero da tutte le posizioni di alto profilo all’infuori di sport e intrattenimento». Prima di lavorare a Cambridge, Cofnas aveva già espresso posizioni simili, per esempio in un articolo accademico del 2019 che era stato contestato per gli accostamenti tra le idee filosofiche e quelle dei no-vax e di chi nega il cambiamento climatico. Eppure era stato assunto lo stesso, seppur con un incarico meno prestigioso di quello di Arday.

Pratinav Anil, uno storico dell’università di Oxford, ha scritto sulla rivista New Statesman che la storia di Arday è «una storia inglese: la parabola di una delle nostre istituzioni nazionali e dell’indole nazionale, della nostra credulità e della nostra crudeltà». Diversi intellettuali progressisti come Priyamvada Gopal, professoressa di Studi postcoloniali a Cambridge, hanno riflettuto sul caso per la sua portata più ampia, e su come rischia di delegittimare le università, a prescindere dall’orientamento politico di chi ci insegna. Sia l’università di Cambridge che quella di Glasgow, dove Arday aveva lavorato in precedenza, hanno aperto un’indagine sui suoi titoli professionali.