Nel sud del Libano non c’è quasi più niente
Israele sta distruggendo in modo deliberato e sistematico abitazioni, infrastrutture, depositi d'acqua e praticamente ogni altra cosa
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Israele sta demolendo sistematicamente abitazioni, uffici, ospedali, cliniche sanitarie, scuole, infrastrutture, depositi d’acqua e praticamente ogni altra cosa nel territorio che occupa nel sud del Libano. L’intento, secondo esperti e ong che si occupano della questione, è rendere quella zona del Libano «inabitabile», cacciando definitivamente la popolazione che ci viveva e creando così una “zona cuscinetto” vicina al proprio confine.
L’occupazione iniziò nell’ottobre del 2024, quando l’esercito israeliano invase il Libano in risposta ai bombardamenti di Hezbollah, il gruppo politico e militare filoiraniano che ha una presenza molto forte nel sud del Libano. Da allora la presenza militare israeliana è aumentata o si è ridotta a seconda delle circostanze: nel momento di massima espansione Israele era arrivato a occupare quasi il 14 per cento di tutto il territorio libanese.
Dopo un cessate il fuoco negoziato lo scorso aprile, Israele si è ritirato fino alla zona attuale, un’ampia fascia di circa 10-15 chilometri di profondità che corre lungo tutto il confine tra i due paesi e che rappresenta circa il 6 per cento del territorio del Libano. I residenti di questo territorio sono circa 270mila e sono quasi tutti scappati, anche se in tutto il paese le persone sfollate sono oltre un milione (molte sono scappate da altre zone e durante altre fasi della guerra, e non sono più riuscite a tornare alle proprie case).
In teoria Israele dovrebbe ritirarsi del tutto dal paese, ma i negoziati arrancano e il governo israeliano ha fatto capire che non intende ritirarsi da quella che ormai ritiene la sua “zona cuscinetto” al confine. Israele ha imposto come condizione del ritiro il disarmo completo di Hezbollah, che è un compito quasi impossibile visto che il gruppo è la forza militare più potente del Libano e ha stretti legami con la società civile e con la politica del paese.
Approfittando di questo stallo, Israele sta sistematicamente distruggendo tutto quello che c’è nel territorio che occupa in Libano. Non è solo la conseguenza di bombardamenti e combattimenti. Sono abbattimenti intenzionali, a volte fatti sì con i bombardamenti, ma più spesso con bulldozer ed esplosioni controllate.

Una famiglia libanese si ripara dal sole sotto un pannello solare danneggiato dopo che la casa dove viveva è stata distrutta a Zawtar al Gharbieh, nel sud del Libano, 5 agosto 2026 (AP Photo/Mohammed Zaatari)
Il Financial Times ha analizzato fotografie satellitari, immagini e video girati sul posto, e ha confermato che decine di migliaia di edifici sono stati abbattuti: non soltanto abitazioni e uffici ma anche scuole, ospedali, cliniche, moschee. La distruzione è sistematica, tanto che di interi villaggi ormai rimangono praticamente solo macerie. Alcuni di questi insediamenti sono note roccheforti di Hezbollah (in cui la presenza del gruppo era molto forte, anche se comunque vi abitavano molti civili), altri erano invece paesi cristiani o sunniti (Hezbollah è un gruppo sciita; sunnismo e sciismo sono le due grandi correnti dell’islam).
Sono stati distrutti o danneggiati anche monumenti storici, come moschee del Sedicesimo secolo, rovine romane e castelli risalenti al tempo delle Crociate.
Questa distruzione non è tenuta nascosta da Israele. Già questa primavera il ministro della Difesa Israel Katz annunciava apertamente che il modello di Israele per il sud del Libano erano «Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza che sono state praticamente rase al suolo. A luglio Katz annunciava che erano state rase al suolo circa 20mila case: «Ventiquattro cittadine libanesi, alcune vecchi di centinaia di anni, e abbiamo distrutto tutti gli edifici».
Israele sostiene che questa distruzione sistematica sia difensiva: servirebbe a proteggere le comunità israeliane che vivono nel nord di Israele, vicino al confine con il Libano, e che subiscono attacchi frequenti con razzi e missili da parte di Hezbollah.
Ma Israele non si limita a abbattere gli edifici (che comunque sono in gran parte abitati da civili): distrugge anche le infrastrutture e le risorse naturali. In questi mesi sono state distrutte cisterne e sistemi per la raccolta e la distribuzione dell’acqua, importantissimi in una zona arida come il sud del Libano; sono stati distrutti pannelli solari, strade e tutti i ponti sul fiume Litani (due sono poi stati parzialmente riparati).
Israele ha anche sradicato o dato fuoco a migliaia di alberi, tra cui molti ulivi importanti per l’economia locale. Ha devastato i campi agricoli: in alcuni casi spargendo erbicida e in altri usando ordigni al fosforo bianco, una sostanza chimica incendiaria che oltre a bruciare contamina il suolo. Secondo le autorità libanesi Israele fa scoppiare deliberatamente degli incendi per distruggere campi e foreste.
Senza case, scuole, ospedali, infrastrutture per l’acqua e per l’energia, è praticamente impossibile per la popolazione locale tornare nelle proprie terre, anche dopo che Israele si sarà ritirato. Questo è l’effetto desiderato, ha detto al Financial Times Kristine Beckerle, una funzionaria dell’ong Amnesty International: «Se fai terra bruciata stai creando una zona desolata che è invivibile e stai rendendo molto difficile il ritorno degli abitanti nel Libano del sud».
Il giornale israeliano Jerusalem Post ha notato che questa politica è ormai sistematica in tutti i paesi e i territori in cui Israele è intervenuto militarmente negli ultimi anni: attualmente Israele occupa circa mille chilometri quadrati di territorio nella Striscia di Gaza, in Libano e in Siria (tanto, se si considera che tutta la superficie di Israele è di 20mila chilometri quadrati) e in tutti questi territori sta facendo distruzioni e demolizioni sistematiche.
Il Jerusalem Post l’ha chiamata la dottrina delle rovine: creare delle zone cuscinetto devastate e invivibili per impedire che i nemici di Israele vi si possano avvicinare, senza badare a cosa succede alla popolazione di quei luoghi.



