La destra italiana e i cantautori, un rapporto complicato

Meloni ama Guccini e Salvini ama De André, ma per molte persone di sinistra è un'appropriazione indebita

Fabrizio De André in concerto al teatro Brancaccio di Roma, nel 1998. (Luciano Viti/Getty)
Fabrizio De André in concerto al teatro Brancaccio di Roma, nel 1998. (Luciano Viti/Getty)
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Nell’ultima settimana il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno fatto parlare di sé a causa della loro passione per due tra i cantautori italiani più amati di sempre, Fabrizio De André e Francesco Guccini. Salvini ha partecipato a un concerto in ricordo di De André all’Agnata, la tenuta sarda in cui il cantautore viveva con la famiglia, venendo contestato da alcuni spettatori; Meloni ha definito «profondo» il suo amore per la musica di Guccini in un messaggio pubblicato subito dopo la sua morte, avvenuta lo scorso 6 agosto.

Queste dimostrazioni di apprezzamento di politici di destra per cantautori storicamente associati alla sinistra non sono nuove, e puntualmente generano dei malcontenti e delle proteste. Talvolta sono motivate da passione sincera, che quindi prescinde dall’appartenenza politica: in questi giorni è circolato un video in cui Meloni citava con toni molto enfatici un verso di “Cirano”, una delle canzoni più famose di Guccini, già nel 2004.

Ma esiste anche un fenomeno di appropriazione da parte della destra di artisti di sinistra, o che comunque in vita avevano sostenuto valori incompatibili con quelli di culture politiche che, come per esempio quella di Meloni, hanno stretti legami con il post-fascismo. La ragione è che tra i grandi cantautori ce ne sono stati pochi che non fossero riconducibili più o meno direttamente alla sinistra: e infatti la destra ha provato spesso a rivendicare almeno quelli che rimasero perlopiù distanti dalla politica, come Lucio Battisti (che pure non era propriamente un cantautore).

La destra italiana del resto ha storicamente avuto difficoltà a costruire un proprio patrimonio culturale spendibile al di fuori della tradizione fascista, a cui sono legati molti dei suoi riferimenti storici, da Gabriele D’Annunzio a Ezra Pound. Fare propri personaggi e opere estranee a quel mondo è un modo per provare a ridefinire la propria identità e ad affrancarla, almeno in parte, dal passato. Anche prendendoli all’estremo opposto dello spettro politico.

Uno degli esempi più noti è quello di Antonio Gramsci, intellettuale comunista le cui teorie sull’egemonia sono ora apprezzate anche a destra: recentemente sono state riprese anche dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che gli ha dedicato un libro. E un discorso simile vale per Pier Paolo Pasolini, diventato un riferimento per quei movimenti di destra radicale che intrecciano nostalgie neofasciste e critica al capitalismo. È poi risaputa l’ossessione della destra italiana per gli universi narrativi fantasy, in particolare quello del Signore degli anelli, che ha generato un grande equivoco che ha appiccicato a J. R. R. Tolkien l’etichetta falsa di scrittore addirittura vicino ai totalitarismi di destra.

Nel caso del cantautorato italiano, però, è più difficile attribuire alla destra una simile intenzione. In primo luogo perché in Italia la canzone d’autore è stata un fenomeno culturale e commerciale enorme per almeno una trentina d’anni, apprezzato trasversalmente al di là delle opinioni politiche. È quindi del tutto plausibile che Salvini e Meloni si siano appassionati alla loro musica in modo disinteressato, per pura passione.

E del resto il cantautorato sembra essere una passione che accomuna anche altri esponenti della destra, di governo e non: dal generale Roberto Vannacci, duramente criticato per aver utilizzato “Futura” di Lucio Dalla per promuovere il suo movimento, al presidente del Senato Ignazio La Russa, che l’anno scorso si era esibito cantando “Goganga” di Giorgio Gaber ad Atreju.

Ma in realtà l’associazione tra la sinistra e la canzone d’autore italiana, incentivata dalle posture intellettuali e politicamente impegnate di molti cantautori degli anni Sessanta e Settanta, è meno immediata di quanto si possa pensare.

In alcuni casi questa sovrapposizione è effettivamente fondata. Guccini per esempio fu certamente un cantautore coinvolto nelle vicende operaie e vicino all’anarchismo, anche se fu spesso insofferente nei confronti della sinistra. Diventò suo malgrado un riferimento per i movimenti studenteschi e operai degli anni Settanta e scrisse “La locomotiva”, che ancora oggi viene suonata a manifestazioni legate al movimento dei lavoratori, come il Concertone del primo maggio e le feste dell’Unità. Un discorso simile vale per Antonello Venditti, che ha parlato in più occasioni delle sue simpatie comuniste.

In molti altri però il legame non è così automatico. Collocare politicamente De André è già un’operazione più complessa. In vita non esplicitò mai una particolare appartenenza, e amava definirsi anarchico in senso “spirituale” prima ancora che politico.

La sua visione era comunque del tutto estranea a quella della destra securitaria e xenofoba espressa per esempio da Salvini: lo si può evincere con chiarezza ascoltando le sue canzoni, che riflettevano una grande sensibilità per la condizione delle persone povere ed emarginate, oltre che una marcata diffidenza nei confronti del potere e delle istituzioni, compresa la polizia. Una concezione simile dell’anarchismo, insieme a una certa difficoltà a riconoscersi nella tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, si ritrova anche nella produzione di Giorgio Gaber, che dedicò al tema una delle sue canzoni più famose.

Ci sono poi ovviamente cantautori che hanno manifestato apertamente loro distanza dalla sinistra come Franco Califano, amico dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, o Bruno Lauzi, che fu un sostenitore del Partito Liberale.

C’è anche chi nel tempo ha cambiato il proprio posizionamento politico. L’esempio più estremo è probabilmente quello di Giovanni Lindo Ferretti. I CCCP, fondati nel 1982 con Massimo Zamboni, si richiamavano fin dal nome all’Unione Sovietica e al comunismo più ortodosso, in stretto legame con l’Emilia e la sua tradizione di sinistra. Dopo lo scioglimento del gruppo però Ferretti assunse posizioni sempre più conservatrici su temi come immigrazione e aborto.

Molti ne rimasero sorpresi, considerando il posto che i CCCP ebbero nell’immaginario della sinistra radicale italiana, ma altri nel tempo hanno sottolineato come le uscite più reazionarie di Ferretti fossero a loro modo coerenti con la sua personale ideologia legata alle tradizioni e al comunitarismo contadino.

– Leggi anche: Chi furono i CCCP

Altri, pur non rivendicando mai ideali di destra, rifiutarono fin dagli inizi di essere accostati a un preciso schieramento politico. Il caso più famoso è quello di Francesco De Gregori, che ha sempre mostrato una certa riluttanza per l’impegno politico nelle canzoni.

Nell’aprile del 1976, durante un concerto al Palalido di Milano, fu contestato e sottoposto a una sorta di “processo politico” da gruppi di autonomi, che lo accusavano di essere distante dalle lotte sociali e di non mettere la propria musica al servizio della causa. L’episodio, passato alla storia come il «processo a De Gregori», è diventato uno degli esempi più noti della tensione tra il cantautorato e la militanza negli anni Settanta.

Le posizioni di De Gregori peraltro non sono cambiate più di tanto. A maggio aveva criticato pubblicamente Bruce Springsteen per la sua attività di opposizione politica a Donald Trump. «Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele. Non do lezioni, visto che anche io ho le idee confuse. Per citare Whitman “contengo moltitudini”», aveva detto.

Ci fu poi un grosso fraintendimento attorno a Lucio Battisti, che pur non essendo propriamente un cantautore (scriveva la musica, ma non i testi) viene spesso compreso in quella stagione musicale e culturale.

Per anni circolarono voci, insistenti ma senza prove, di una sua presunta vicinanza alla destra. Furono alimentate dalla sua estrema riservatezza, dal rifiuto di esporsi politicamente e anche da alcuni episodi interpretati con molta malafede come degli indizi: dal mancato interesse per le iniziative della sinistra militante al verso «boschi di braccia tese» di “La collina dei ciliegi”, fino a un gesto durante una trasmissione televisiva che alcuni interpretarono come un saluto romano. Queste interpretazioni pretestuose nel tempo si sono radicate, anche se lo stesso Mogol, il suo più stretto collaboratore, ha ribadito più volte che Battisti non era semplicemente interessato alla politica.

C’è anche chi ha suggerito una posizione più diplomatica e di dialogo. Per esempio la cantante Dori Ghezzi, la storica compagna di De André, non ha condiviso il comportamento di chi ha contestato Salvini: «Io sono sempre di sinistra, però è giusto creare un dialogo, altrimenti non saremmo più in un paese democratico». L’attrice e comica Alice De André, nipote del cantautore, ha invece un’opinione molto diversa: «Una ragazza che contesta un politico a un concerto di De André non è fuori luogo, è forse una delle cose più coerenti che sia riuscita durante tutta la serata. Mio nonno fermava i concerti per le contestazioni, fermava la musica, parlava, discuteva. Quindi, se proprio vogliamo parlare di rispetto, ieri Salvini poteva alzarsi e rispondere, non indignarsi per essere stato contestato».

– Leggi anche: Gli ultimi anni di Lucio Battisti