Com’è che adesso il regime venezuelano incontra gli oppositori
Come tutto in Venezuela non è proprio come sembra, e ovviamente è un processo orchestrato dagli Stati Uniti
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Giovedì in Venezuela c’è stato un incontro tra il regime e alcuni rappresentanti dell’opposizione, raccontato da entrambe le parti con un certo ottimismo come l’inizio della transizione democratica. È avvenuto su impulso degli Stati Uniti che, oltre a gestire il petrolio venezuelano, danno ordini al governo da quando, a gennaio, hanno deposto l’ex presidente Nicolás Maduro con un’operazione militare e l’hanno sostituito con l’attuale presidente ad interim Delcy Rodríguez. Se non fosse per le pressioni degli Stati Uniti, il regime si sarebbe risparmiato sia l’incontro sia alcune concessioni fatte all’opposizione.
C’è una grossa avvertenza: non hanno partecipato né María Corina Machado, la principale leader dell’opposizione venezuelana a cui gli Stati Uniti hanno ripetutamente impedito di tornare in patria, né esponenti del suo partito Vente Venezuela. Machado non era stata consultata sui colloqui, ma ha detto che non li ostacolerà e li valuterà sulla base dei risultati. È un’apertura importante, tanto più perché Machado a fine maggio aveva presentato un proprio piano per la transizione, intestandosi la guida di ogni eventuale negoziato con il regime.
Gli Stati Uniti però avevano altri programmi.
Ci sono comunque alcuni elementi concreti per non sottovalutare l’incontro di questa settimana, ed è la ragione per cui Machado non lo ha sconfessato subito. Anzitutto per chi c’era. Il regime era rappresentato da Jorge Rodríguez, presidente del parlamento e fratello di Delcy, una specie di super ministro con poteri che esulano dal suo incarico ufficiale. Per l’opposizione c’era Dinorah Figuera, che non è una marionetta ma un’oppositrice vera, anche se meno nota e meno influente di Machado. Dal 2018 vive in esilio in Spagna a causa delle minacce ricevute in Venezuela, dove è tornata di recente proprio per partecipare ai colloqui.

Un ritratto di María Corina Machado durante una manifestazione nella città di Panama, il 23 maggio (Enea Lebrun/Getty Images)
Figuera era una delle leader del “parlamento del 2015”, in cui l’opposizione ottenne clamorosamente la maggioranza alle elezioni di quell’anno e che per questo il regime di Maduro cercò di sabotare, svuotandolo dei suoi poteri e nominandone uno alternativo. Fu quel parlamento di opposizione a eleggere come presidente ad interim Juan Guaidó, che in quegli anni fu riconosciuto come leader legittimo del Venezuela da buona parte della comunità internazionale, Stati Uniti inclusi. Quando nel 2023 Guaidó cadde in disgrazia, Figuera prese il suo posto come presidente del “parlamento del 2015”. Gli Stati Uniti hanno giocato su questa continuità per conferire legittimità istituzionale a Figuera come negoziatrice.
Dopo l’incontro di giovedì, a cui non erano ammessi giornalisti, Figuera e Rodríguez hanno diffuso due comunicati identici nel testo e diversi solo nella grafica. Si impegnano a fare negoziati permanenti dal 12 agosto in poi. Altre volte in passato il regime aveva accettato di incontrare gli oppositori, ma erano stati tentativi di facciata e privi di esiti. La differenza è che questi sono patrocinati dagli Stati Uniti e procederanno finché lo vorranno gli Stati Uniti, che possono condizionare il regime proprio perché trattengono i proventi del petrolio, essenziali al funzionamento dello stato. Il ruolo degli Stati Uniti è stato evidente nella gestazione dei colloqui.
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Il 18 giugno Figuera era andata in Venezuela per un primo incontro interlocutorio con Rodríguez. I colloqui veri e propri, però, tardavano a iniziare. L’11 luglio Rodríguez aveva escluso concessioni sulla Commissione elettorale e sul Tribunale supremo, due organi fondamentali per il regime. Grazie al loro controllo era stato marginalizzato il “parlamento del 2015” e Maduro aveva potuto attribuirsi la vittoria delle presidenziali del 2024 nonostante le avesse perse. A fine giugno poi c’è stato il terribile doppio terremoto che ha causato più di 6mila morti in Venezuela, e il regime ha strumentalizzato la tragedia anche per rinviare ogni discorso sulla transizione.
Queste uscite massimaliste di Rodríguez però non devono essere piaciute agli Stati Uniti. Pochi giorni dopo sono stati annunciati i colloqui con Figuera e il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che di fatto governa a distanza il Venezuela, si è affrettato a ripostare il comunicato che li annunciava. Giovedì, arrivando in aeroporto prima dei colloqui, Figuera ha detto che il regime si è impegnato a rinnovare la composizione della Commissione elettorale e del Tribunale supremo tra novembre e dicembre: un passaggio propedeutico a eventuali nuove elezioni, che l’opposizione chiede da tempo.

Le ricerche tra le macerie dopo il terremoto, nella zona di La Guaira (AP Photo/Ariana Cubillos)
I tempi prospettati dal regime sono un po’ sospetti. Sono successivi alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, il 3 novembre. Se il Partito Repubblicano del presidente Donald Trump perdesse seggi, o addirittura la maggioranza al Congresso, Trump potrebbe essere costretto a concentrarsi di più sulla politica interna e questo allenterebbe la pressione sul regime. Al momento, insomma, il governo venezuelano sta prendendo tempo: deve mostrare agli Stati Uniti che li ascolta, che fa sul serio e sta dialogando con l’opposizione, anche se col pezzo di opposizione che si è scelto. Non è affatto detto che continuerà a farlo, né che manterrà le promesse.
La stessa amministrazione Trump è ambigua. Trump ostenta buoni rapporti con Rodríguez e si dice molto soddisfatto del suo operato. Agli Stati Uniti potrebbe convenire tenersi un governo che li asseconda, e che attraverso gli apparati di sicurezza può garantire una certa stabilità, piuttosto che uno espresso dall’opposizione in modo democratico, ma meno controllabile. È anche vero che non ci sono ancora le condizioni politiche perché Rodríguez tratti direttamente con Machado, che la propaganda del regime dipinge da anni come il male assoluto. Rischierebbe di spaccare il chavismo, il movimento politico alla base del regime.
In tutto questo, la repressione si è fatta meno visibile ma non è sparita. In Venezuela ci sono ancora più di 500 prigionieri politici, vari media digitali e internazionali sono inaccessibili, proseguono le intimidazioni ai danni di attivisti e giornalisti. «La persecuzione politica non termina anche se sono diminuiti gli arresti», ha avvertito Justicia, Encuentro y Perdón, una delle principali associazioni per i diritti umani.
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