Milei voleva dare più terre agli stranieri in Argentina, ma gli è andata male
La sua proposta è stata cancellata e l’opposizione lo ha accusato di svendere il paese, cavalcando il patriottismo emerso per i Mondiali
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In Argentina il presidente ultraliberista Javier Milei ha dovuto rinunciare a una riforma che aveva spinto molto. Nella notte di venerdì, dopo dieci ore di seduta del parlamento e mentre fuori c’erano proteste e scontri tra la polizia e centinaia di manifestanti, il Senato ha approvato la proposta di legge di Milei cancellando però la parte più contestata, che avrebbe alzato dal 15 al 25 per cento il limite dei terreni che possono essere di proprietà di persone straniere. Per Milei è una grossa sconfitta politica, in una fase in cui il suo governo è già indebolito dagli scandali.
La proposta di legge era stata presentata a marzo, con il nome retorico di “Legge sull’inviolabilità della proprietà privata”. La parte più contestata era proprio l’allentamento delle restrizioni per i proprietari terrieri stranieri. Inizialmente Milei voleva cancellarle del tutto, ma nei giorni scorsi, quando si era capito che il parlamento non l’avrebbe seguito, aveva fatto una concessione agli alleati: non più un’eliminazione, ma un tetto del 25 per cento. Il partito di Milei, La Libertad Avanza, è quello con più seggi sia al Senato che alla Camera, ma il parlamento è frammentato e per ottenere la maggioranza conta di volta in volta sui voti degli alleati e di partiti esterni al governo.
Secondo il governo, la riforma avrebbe consentito di attrarre capitali stranieri. L’opposizione invece lo ha accusato di svendere l’Argentina e, siccome se n’è discusso nel periodo dei Mondiali di calcio, ha avuto buon gioco a sfruttare il moto patriottico suscitato dalla partita contro la nazionale inglese per le rivendicazioni sulle isole Falkland/Malvinas. Nelle proteste in piazza contro la legge si sono rivisti gli stessi striscioni, con lo slogan «le Malvinas sono argentine». L’accostamento ha funzionato anche perché, sulla questione delle Falkland/Malvinas, Milei ha un approccio meno rivendicativo dei governi precedenti.

La manifestazione fuori dal parlamento, il 6 agosto a Buenos Aires (AP Photo/Rodrigo Abd)
All’ultimo momento Milei ha dovuto sacrificare anche un altro punto ideologico della legge: quello che avrebbe ridotto i vincoli su boschi e terreni distrutti dagli incendi, previsti per evitare che ne vengano appiccati di dolosi per farci progetti immobiliari. Nella versione approvata dal Senato sono rimaste invece altre misure volute da Milei, per esempio per facilitare gli sfratti e rendere più difficili gli espropri.
Il dibattito sulle proprietà terriere di aziende o famiglie straniere va avanti da tempo in Argentina. La vendita fu incentivata negli anni Novanta dal presidente Carlos Menem nel quadro delle riforme neoliberiste con cui sperava di attrarre capitali esteri per rafforzare il peso argentino (la valuta locale), che si era svalutato pesantemente negli anni Ottanta. Nel 2011 il governo peronista di Cristina Kirchner introdusse il limite del 15 per cento che, allo scopo di evitare concentrazioni, si applica sia a livello nazionale che regionale e provinciale.
A quel punto però c’era già stata un’incetta di terreni, soprattutto nelle zone più remote dell’Argentina. Circa il 5 per cento dei terreni argentini ha proprietari stranieri, secondo il centro studi Observatorio de tierras. In tutto sono 130mila chilometri quadrati, all’incirca come il Nord Italia. In 36 dipartimenti (l’equivalente delle province) su 379 il limite del 15 per cento è già stato superato. I principali proprietari stranieri sono statunitensi, seguiti da italiani e spagnoli. Un caso noto in Italia è la famiglia Benetton, che possiede circa 9mila chilometri quadrati in Patagonia.
L’approvazione di una legge così contestata era considerata un test per Milei, che in passato era riuscito a imporre la sua volontà politica al parlamento e agli alleati. In particolare era vista come una prova generale per un’altra proposta di legge contestata dalle opposizioni: la riforma elettorale che tra le altre cose eliminerebbe l’obbligo di primarie finanziate dallo stato per selezionare i candidati delle varie coalizioni per le presidenziali. Le prossime sono nel 2027 e ci si aspetta una ricandidatura di Milei: la sua rielezione sarebbe facilitata da una riforma del genere perché, tra le altre cose, priverebbe l’opposizione frammentata di un momento in cui ricompattarsi.
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