La storia delle chat di Delmastro, dall’inizio
Il parlamento deve decidere se renderle accessibili alla procura di Roma, che le chiede da settimane
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Mercoledì pomeriggio è atteso il voto della Camera sulla richiesta della procura di Roma di avere alcune chat del deputato Andrea Delmastro Delle Vedove, di Fratelli d’Italia. Secondo la procura quei messaggi sono necessari per l’indagine sul ristorante di cui Delmastro era stato socio insieme alla figlia di un uomo condannato in via definitiva per reati di mafia: lui non è indagato, ma lo scorso marzo si era dimesso da sottosegretario al ministero della Giustizia anche per via di questa inchiesta.
Dal momento che Delmastro è un deputato, l’accesso della procura alle sue chat deve essere autorizzato dalla Camera. La procedura per autorizzare o respingere la richiesta avrebbe dovuto concludersi a fine luglio, ma ci sono stati dei rinvii, tra molte polemiche, e la decisione definitiva finora non è stata presa.
La procura vorrebbe leggere i messaggi scambiati tra Delmastro e Mauro Caroccia, ristoratore che attualmente sta scontando in carcere una condanna definitiva per reati di mafia. Grazie a un’inchiesta del Fatto Quotidiano a marzo si era scoperto che Delmastro aveva delle quote del ristorante Bisteccherie d’Italia, a Roma, di proprietà di Miriam Caroccia, figlia di Mauro. Lui disse di non conoscere il padre, ma la sua versione risultò contraddittoria in diversi punti. Per esempio, c’è una foto che ritrae Delmastro proprio insieme a Caroccia.
Molto in sintesi, la procura sospetta che Miriam Caroccia sia stata usata come prestanome del padre per aprire il ristorante, visto che lui dopo la condanna non poteva farlo. Per accertare questa ipotesi, la procura ha sequestrato il telefono di Mauro Caroccia. Lui e la figlia hanno raccontato agli investigatori che esisteva una chat di gruppo per gestire il ristorante, e che ne faceva parte anche Delmastro. Il 25 maggio la procura di Roma aveva quindi chiesto alla Camera l’autorizzazione per accedere ai messaggi ricevuti e inviati da Delmastro.
Secondo la procura le comunicazioni di questa chat sono «indispensabili» per verificare la versione data dai Caroccia e per ricostruire come veniva effettivamente gestita la società proprietaria del ristorante Bisteccherie d’Italia.

La giunta per le autorizzazioni della Camera riunita per esaminare il caso delle chat di Delmastro, il 4 agosto 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Il 22 luglio però la giunta per le autorizzazioni ha respinto la richiesta della procura. La giunta per le autorizzazioni è un organismo parlamentare che ha il compito di dare un parere in casi come questo: la sua composizione rispecchia gli equilibri parlamentari, e quindi anche lì la destra ha la maggioranza. La decisione è stata molto criticata dalle opposizioni e ha causato una zuffa al Senato tra i senatori del Movimento 5 Stelle e quelli di Fratelli d’Italia, il partito di Delmastro.
Nella relazione di maggioranza redatta da Pietro Pittalis, di Forza Italia, la richiesta della procura è stata contestata in vari modi: la procura non avrebbe ben spiegato perché l’accesso alle chat sia davvero indispensabile, né adeguatamente specificato le conversazioni da acquisire, i criteri per selezionare i messaggi più rilevanti e il periodo da esaminare. Secondo la relazione, autorizzando l’acquisizione delle chat si rischierebbe inoltre di consentire l’accesso ad altre comunicazioni estranee all’indagine. Infine, sempre secondo la maggioranza, la procura non avrebbe esplicitato perché per l’indagine non siano sufficienti altri strumenti, come l’analisi dei documenti e dei flussi bancari della società.
Le due relazioni di minoranza, elaborate da Federico Gianassi del Partito Democratico e da Carla Giuliano del Movimento 5 Stelle, si sono invece espresse a favore dell’autorizzazione, contestando i vari punti della relazione di Pittalis.
Il 24 luglio l’avvocato di Caroccia ha depositato in procura le chat tra il suo assistito e Delmastro. Le chat, secondo l’avvocato, chiarirebbero che il vero proprietario del ristorante è proprio Delmastro. Questo però ha creato un conflitto tra il diritto alla difesa di Caroccia e l’immunità parlamentare di Delmastro: senza l’autorizzazione della Camera la procura non può verificare se quello che sostiene l’avvocato di Caroccia sia vero o falso.
Il 30 luglio la Camera avrebbe dovuto votare sull’autorizzazione, ma quella mattina la procura di Roma ha inviato nuovo materiale e una nuova richiesta di poter utilizzare quelle chat. Nella lettera inviata al presidente della Camera Lorenzo Fontana il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha ribadito la necessità di esaminare le chat per proseguire con le indagini e detto che anche Delmastro era disponibile a farle vedere. Lo stesso Delmastro, quel giorno, aveva confermato di aver mandato spontaneamente alla procura le sue chat con Caroccia perché non ha «alcunché da nascondere». Senza autorizzazione della Camera però la procura non può leggerle.
A causa della lettera di Lo Voi il voto della Camera era stato sospeso. Il presidente della giunta Devis Dori, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, aveva poi detto di voler rendere disponibili le chat ai membri della giunta. La maggioranza che sostiene il governo si era però opposta, e quindi Fontana aveva deciso di chiedere un parere alla giunta per il regolamento della Camera, un altro organo parlamentare che invece si occupa dare pareri sull’interpretazione dei regolamenti di Camera e Senato.

I deputati del M5S con uno striscione per la vicenda della chat di Delmastro alla Camera, 3 agosto 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Martedì la giunta per il regolamento ha deciso di rimandare di nuovo alla giunta per le autorizzazioni la decisione su come procedere. Quest’ultima ha poi votato per non fare altri approfondimenti sulle chat di Delmastro dopo la lettera di Lo Voi, e di sottoporre direttamente la richiesta della procura al voto dell’aula.
La decisione della giunta per le autorizzazioni ha di nuovo suscitato molte proteste da parte dei parlamentari dell’opposizione, e Dori ha ipotizzato di sottoporre la vicenda alla Corte costituzionale.



