Le molte funzioni degli occhiali da sole

«Non servono solo a velare la luce, ma gli occhi. A nascondere. Nerone usava smeraldi, i giudici dell'antica Cina li indossavano per non far intuire la loro espressione, ma per me i più curiosi sono quelli a fessura delle popolazioni artiche»

Un giorno all'ippodromo di Ascot, Surrey, Regno Unito. (Tim Graham Photo Library via Getty Images)
Un giorno all'ippodromo di Ascot, Surrey, Regno Unito. (Tim Graham Photo Library via Getty Images)
Antonio Stella
Antonio Stella

Ha cominciato nel 1974 come cronista al Corriere d'Informazione, poi è partito per il militare e al suo ritorno il lavoro da giornalista non c'era più. Così ha cominciato a lavorare nel negozio di ottica della sua famiglia, ma per tutta la vita gli è rimasto l'amore per i giornali. Nel 1979 ha inventato la rassegna stampa di Radio Popolare, cedendo poi la conduzione a Gad Lerner. Collezionava quotidiani con titoli a nove colonne, solo che ormai li fanno quasi ogni giorno.

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Guardando uno dei molti album di fotografie di funerali di famiglia (fino agli anni 60/70 si usavano e non erano diversi almeno esteriormente dagli album di nozze), mi rivedo a undici anni con gli occhiali da sole dietro al nero e imponente carro funebre che trasportava mio nonno in chiesa per i riti del caso. Ero l’unico dei presenti che li indossava. La prima spiegazione che mi sono dato – sono figlio di ottici – si scontrava con il fatto che a quel funerale c’erano, appunto, anche gli ottici, cioè i miei genitori e mia zia, ma nessuno di loro portava occhiali da sole.

L’unica certezza che ho potuto desumere dalla foto è che ripararsi gli occhi dalla luce del sole, come accade d’estate, è solo uno dei molti usi possibili degli occhiali da sole. Ecco, si dice occhiali da sole o per il sole? Macchina da scrivere o macchina per scrivere? Va bene uguale secondo l’Accademia della Crusca, ma anche se ci sono opinioni diverse, il “da” è quello che si è ormai darwinianamente imposto.

Viggiù, Varese, metà anni Sessanta (Archivio Antonio Stella)

Di occhiali da sole si parla dai tempi di Nerone, che per ripararsi gli occhi usava smeraldi sagomati (ovviamente di color verde smeraldo). A raccontarlo è Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, naturalmente:

«Nero princeps gladiatorum pugnas spectabat in smaragdo»

(«L’imperatore Nerone i combattimenti dei gladiatori li guardava in uno smeraldo»)

Chissà poi se è vero.

Benché gli smeraldi siano strani, per me gli occhiali da sole più curiosi rimangono quelli senza lenti, a fessura, utilizzati dalle popolazioni artiche. Sono costituiti da un frontale in legno o corno con una fessura orizzontale di pochi millimetri. Tra tutti i modelli possibili, sono quelli funzionalmente più puri, cioè concepiti proprio per riparare gli occhi dalla luce del sole, ancora più accecante perché riflessa dal ghiaccio.

È una soluzione dal design efficace, ingegnosa ed esteticamente caratterizzante, ma non si è diffusa, anche se fu ripresa dal designer Bruno Munari che nel 1955 sulla rivista Stile industria lanciò “gli occhialini paraluce a 5 lire” prevedendo che in poco tempo sarebbero diventati un prodotto di massa come «i ventagli, i bicchierini e le tazze di carta», cosa che evidentemente non avvenne.

Occhiali da neve in corno e tendini di caribù per ridurre l’esposizione al sole ma non la sua intensità (via Wikimedia)

La pubblicità degli occhialini paraluce progettati da Bruno Munari sul numero 41 del del 5 settembre 1955 di “Stile Industria“, rivista pubblicata da Editore Domus e diretta da Alberto Rosselli. La didascalia dice: «La produzione di oggetti a costo praticamente nullo presenta già oggi una sua storia. Sono oggetti dalla vita di solo poche ore, od anche di pochi minuti, sono ad esempio i ventagli, i bicchierini e le tazze di carta, ed altri che secondo le occasioni o le stagioni forniscono elementi di uso e di propaganda. Di una precisa funzionalità, sono forme inventive alle volte sorprendenti. Bruno Munari ad esempio, ha studiato questi occhiali paraluce ricavandoli da una striscia di cartone opportunamente ritagliata e ripiegata secondo un disegno semplicissimo. Rispondono perfettamente al loro scopo e sono anche eleganti: li vedremo presto negli stadi e sulle spiagge al posto delle vecchie visiere di cartone. Saranno bianchi o di differenti colori, a vari disegni, con profili e forme leggermente diverse per uomini e donne; li noteremo, dopo le partite di calcio, a migliaia per terra o nei cestini dei rifiuti assieme ai bicchierini ed ai ventagli di carta». (fonte: munart.org)

Che nessuno abbia ripreso l’idea di Munari e la tradizione degli inhuit è strano perché da una trentina di anni almeno non c’è griffe della moda che non abbia creato la sua linea di occhiali da sole (accanto a quella da vista). A scrivere l’elenco completo ci vorrebbero pagine. Di sicuro, però, il connubio tra gli occhiali da sole e i “brand” li ha trasformati in accessori preziosi, innalzandone il prezzo, che spesso (molto spesso, sempre più spesso) non dipende, come molti credono, dalla qualità delle lenti e della montatura – come è facile immaginare – ma dal posizionamento della griffe. Non è detto, quindi, che gli occhiali economici siano di minor qualità di altri più costosi.

Il marchio italiano (rilevato nel 1995 da Luxottica) più famoso e “iconico” è Persol, riconoscibile per la tipica cerniera di metallo a forma di freccia. Ma il dilagante e molesto aggettivo “iconico” andrebbe usato soprattutto per il nome, per una ragione che è lampante, anche se può sfuggire, e anche a me, infatti, è sfuggita per anni: per-sol/per il sole. L’idea è di un ottico torinese, Giuseppe Ratti, che nel 1917, in piena Prima guerra mondiale, sperimenta in un cortile di via Caboto a Torino i primi occhiali da aviatore con lenti affumicate. Dopo aver attraversato un’altra guerra mondiale, nel 1957 la Persol (il marchio è stato brevettato nel 1938) lancia il modello 649 pensato per i tranvieri torinesi, ma diventato “iconico” grazie a Marcello Mastroianni che lo indossa nel film di Pietro Germi Divorzio all’italiana del 1961.

L’altro marchio mondiale degli occhiali da sole, la Coca-Cola, è l’americano Ray-Ban, il cui nome vuol dire, banalmente, che blocca, banna i raggi. A suo tempo prodotto dalla americana Bausch & Lomb, come Persol è stato comprato da Luxottica nel 1999. Era nato per l’aviazione e consacrato dal cinema: prima il modello a goccia Aviator indossato dai piloti americani della Seconda guerra mondiale che li portarono in Italia insieme alle sigarette e al chewing gum (il cevingum lo chiamavamo), poi l’altro modello famoso, o “iconico” pure lui, è il Wayfarer, prodotto dal 1956 ma dilagante dal 1980 grazie a John Belushi e Dan Aykroyd che lo indossano in The Blues Brothers di John Landis.

Il terzo marchio “mondiale” è Polaroid, con lenti “polarizzate” (che in pratica bloccano i raggi di luce riflessi) inventate da Edwin H. Land nel 1929. I Polaroid, che erano e sono di fascia economica, furono lanciati in Italia negli anni ’60/’70 inizialmente solo nei negozi di ottica, poi anche nelle farmacie, una scelta boicottata dagli ottici che si rivelò un disastro per il marchio. Nel 2011 sono stati acquistati dall’italiana Safilo, concorrente di Luxottica, che ne ha tentato il rilancio.

Intorno ai tre grandi, ci sono molti marchi specializzati in occhiali da sole “tecnici”: per il ghiacciaio, per sciare, per andare in bici, da infilare sotto il casco della moto, per nuotare, per il golf, per il tiro a segno e per altro ancora. La maggior parte montano lenti colorate in plastica (metacrilato, policarbonato o nylon), ma alcune marche “tecniche” di alta gamma le hanno in vetro temperato antiriflesso sulla superficie interna e spesso con un film polarizzato all’interno di due lenti neutre (o graduate) di vetro.

(A proposito del “polarizzato”, potrebbe essere utile sapere che in certe situazioni impedisce di vedere strumentazioni a loro volta polarizzate come gli schermi delle cabine di pilotaggio degli aerei e di molte auto di alta gamma. Inoltre, proprio per dirla tutta, con le lenti polarizzate, predilette dai pescatori che “vedono” sott’acqua, si rischia di non accorgersi delle lastre di ghiaccio che si formano d’inverno su alcuni tratti di asfalto).

In tutti questi casi è evidente che la funzione degli occhiali da sole è progressivamente slittata dalla necessità originaria (riparare genericamente gli occhi dalla luce eccessiva) ad altre.

Non sapevo (ma mi piace dar credito) che in Cina nel 1200 i giudici indossassero occhiali “affumicati”, per non far intuire l’espressione degli occhi durante la lettura della sentenza. L’uso aspecifico degli occhiali da sole è infatti non velare il sole, ma gli occhi. È il “mascheramento”. È nascondere:

  • lo sguardo a chi abbiamo di fronte;
  • le occhiaie o gli occhi gonfi quando abbiamo bevuto o fumato troppo la sera prima;
  • di essere andati a letto presto ma di voler far credere di aver fatto l’alba;
    di non vedere (vedi Ray Charles, José Feliciano, Aleandro Baldi, Andrea Bocelli);
  • la propria identità per non essere riconosciuti quando si è latitanti o molto famosi;
  • un occhio arrossato come ha fatto il presidente francese Emmanuel Macron a Davos.

Al di là di rari casi di impellente necessità, siccome il nascondersi è sempre anche un mostrarsi, sono motivazioni che hanno tutte a che fare con il desiderio di apparire più belli, misteriosi o alla moda.

– Leggi anche: C’è un motivo se Macron si è presentato a Davos con questi occhiali da sole

E infatti negli ultimi tempi c’è, da parte delle grandi multinazionali che producono lenti (da vista, da sole e da sole/vista) la tendenza a proporre al consumatore (attraverso la pubblicità e i punti vendita specializzati) occhiali “da sole” (relativamente da sole o per niente da sole) le cui finalità sono prettamente cosmetiche. Sfumature cipria, fucsia, azzurro e di molti colori anche miscelati. Molte donne li usano per evitare di sprecare tempo a truccarsi quando, magari, devono uscire solo per mezz’ora ad accompagnare i figli a scuola. E più o meno la stessa cosa succede a chi indossa occhiali da sole per nascondere la commozione a un funerale.

Per proteggere davvero dai fastidiosi e in certi casi dannosi raggi solari, le lenti devono essere di alcune tinte, non tutte (marroni, verdi, grigioverdi, grigie) e con gradi di assorbimento della luce solare compresi tra il 60% e il 95% (tenendo conto che oltre l’85% non sono adatte per la guida). La percentuale esprime la quantità di luce visibile trattenuta perché non arrivi alla superficie oculare e penetri all’interno attraverso il forame pupillare. E infatti l’unica funzione per cui gli occhiali da sole NON vanno assolutamente usati è proteggere gli occhi dalla luce del sole durante un’eclissi di sole, come quella del prossimo 12 agosto 2026 (per attrezzarsi in modo appropriato rimandiamo alle indicazioni del ministero della Salute).

– Leggi anche: La prossima eclissi totale di Sole è un pensiero per la Spagna

Anche le lenti sfumate (sopra scure e sotto chiare) sono forse (forse) più fashion ma poco utili allo scopo originario, se si considera che i riflessi di luce fastidiosi spesso arrivano dal basso, dalle superfici (acqua, neve, strade, sabbia).

Fin quando non furono introdotte – dai francesi – le lenti in materiale plastico, per i tedeschi della Zeiss l’unico colore disponibile era il marrone, più o meno tendente al ruggine. Negli occhiali americani c’era invece una prevalenza di verde e grigioverde. Non è solo – ma anche, e decisiva – una questione soggettiva: in ogni caso il marrone vivifica il verde (preferito dai miopi e da chi va per prati, come i giocatori di golf), mentre il verde e il grigioverde fanno risaltare l’azzurro del cielo e del mare (ed è quindi preferito da naviganti, aviatori e marinai, oltre che dagli ipermetropi).

E le fotocromatiche? Sono lenti (neutre o graduate) che diventano scure se esposte al sole. Esistono da una cinquantina d’anni e prima erano solo in vetro, ma si sono diffuse relativamente da poco diventando via via più reattive nello scurimento e nello schiarimento. Chi le utilizza deve sapere che in auto (se non si viaggia in spider o cabrio) non funzionano, perché i raggi UV (ultravioletti) che fanno scurire le lenti vengono assorbiti dal parabrezza. In bicicletta funzionano, in motocicletta con la visiera abbassata non funzionano, sempre per lo stesso motivo. Sono più efficienti (reattive) con il freddo (in particolare sulla neve) piuttosto che con il caldo, che spesso filtra parte degli UV, con la sua “cappa” di umidità.

Soprattutto, chi li utilizza deve sapere che velare gli occhi può conferire un’aria misteriosa e sinistra, che può essere controproducente. Insomma, se fate il politico e fate comizi all’aperto non usatele. Altrimenti, come è capitato a un famoso onorevole e primo ministro italiano che non nominiamo, potreste assumere un aspetto un po’ mafiosetto (che teoricamente, da alcuni, potrebbe essere percepito come negativo). Ai funerali, invece, potrebbero essere indicati, ma nel 1961 quando morì mio nonno le lenti fotocromatiche non c’erano ancora.

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