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  • Mercoledì 5 agosto 2026

A Gaza migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie

Molti palestinesi aspettano da anni di poter recuperare e seppellire i familiari, ma le limitazioni imposte da Israele bloccano le ricerche

Il funerale collettivo di 112 persone palestinesi nella città di Gaza, il 4 agosto 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)
Il funerale collettivo di 112 persone palestinesi nella città di Gaza, il 4 agosto 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)
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Martedì nella città di Gaza c’è stato un funerale collettivo per 112 persone uccise da un bombardamento israeliano nel novembre del 2023. Da allora i loro corpi erano rimasti sotto le macerie del grande edificio che li ospitava, nel quartiere Sabra. Sono stati recuperati negli scorsi mesi e sono di fatto un’eccezione: si stima che oltre 8.000 corpi siano ancora sepolti dai detriti in tutta la Striscia di Gaza.

Quasi dieci mesi dopo l’inizio del cessate il fuoco, la rimozione delle macerie e la ricerca dei dispersi rimangono quasi completamente bloccate, soprattutto per l’assenza di mezzi pesanti. Molti palestinesi attendono da anni di poter seppellire i loro familiari: spesso sanno dove sono, provano a cercare i corpi o i resti a mani nude, ma devono fermarsi di fronte all’impossibilità di spostare macerie voluminose, per cui non bastano nemmeno i normali mezzi escavatori.

Anche i corpi recuperati per il funerale collettivo sono solo una parte di quelli delle persone disperse nell’attacco sul quartiere Sabra del novembre 2023. Appartenevano tutti a due grandi famiglie di Gaza (a cui spesso si fa riferimento come clan, per le loro grandi dimensioni), Abu Shreia e al Hassaina: si stima che oltre 350 persone furono uccise in quell’attacco, e 153 restano disperse.

I corpi avvolti nelle bandiere palestinesi a Gaza, il 4 agosto 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)

I lavori di recupero dei cadaveri sono svolti dalla Protezione civile palestinese, che però ha mezzi limitatissimi. Mahmoud Basal, un portavoce dell’ente, ha detto che gli unici mezzi pesanti a disposizione sono quelli che entrarono attraverso l’Egitto e la Mezzaluna Rossa palestinese (il corrispettivo locale della Croce Rossa) per la ricerca degli ostaggi israeliani, e che poi sono rimasti a Gaza. Per il resto Israele blocca ogni altro possibile ingresso di mezzi e strumentazioni, continuando a considerarli come dual use, cioè potenzialmente utilizzabili anche per scopi militari.

Lo sgombero delle macerie è quindi praticamente bloccato. Le Nazioni Unite stimano che sia stato rimosso circa l’1 per cento degli oltre 60 milioni di tonnellate di detriti presenti: per completare l’operazione potrebbero servire oltre sette anni. Oltre all’assenza di mezzi, un ulteriore problema è la presenza di bombe non esplose, che rende questo genere di lavoro particolarmente pericoloso e lento.

Secondo i dati delle autorità di Gaza, nei primi sei mesi dopo l’inizio del cessate il fuoco erano stati recuperati 759 corpi; nello stesso periodo gli attacchi israeliani sulla Striscia, proseguiti nonostante l’accordo, avevano ucciso altre 738 persone.

La rimozione delle macerie dopo un attacco a Khan Younis, il 6 novembre 2023 (AP Photo/Mohammed Dahman)

Più passa il tempo più tutto diventa difficile: anche quando si recuperano corpi o resti, la loro identificazione è complicata dal naturale processo di decomposizione e dalla disponibilità pressoché nulla di strumenti forensi e di tecnologie di analisi del DNA.

Ahmad Alhendawi, direttore regionale dell’ong Save the Children, presente a Gaza dal 1973, dice che il governo israeliano continua a bloccare anche l’ingresso di strumenti specialistici e di risorse forensi, e a restringere l’accesso delle squadre che si occupano di ricerca e recupero dei corpi.

Una zona della città di Gaza ridotta in macerie, il 30 luglio 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)