La canzone più allucinata dei Beatles

60 anni fa "Tomorrow Never Knows" chiuse Revolver e aprì il periodo psichedelico di John Lennon e Paul McCartney

I Beatles nel 1966 (Getty)
I Beatles nel 1966 (Getty)
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Uno dei fatti universalmente noti ma a cui è più difficile credere, parlando di musica, è che tra il primo disco dei Beatles e l’ultimo passarono solo 7 anni. La carriera della band più famosa e amata della storia della musica si può dividere in diversi modi, ma il più grossolano distingue i primi Beatles, quelli del travolgente successo mondiale raggiunto con formidabili canzoni d’amore, e i secondi Beatles, quelli delle sperimentazioni e del massimo fervore creativo di John Lennon e Paul McCartney.

A segnare il passaggio tra le due fasi furono due dischi, Rubber Soul del 1965 e Revolver, che uscì il 5 agosto del 1966, sessant’anni fa. E a chiudere Revolver era una delle canzoni più amate dai veri beatlesiani, che anticipò la successiva fase psichedelica e quello che sarebbe arrivato nei dischi successivi: la ricerca di stati di coscienza alterati, la fascinazione per le filosofie orientali, l’influenza della musica indiana, la ricerca di nuove possibilità espressive attraverso tecniche di registrazione avveniristiche per i tempi, come nastri invertiti, sovraincisioni, loop ed effetti elettronici.

L’idea di “Tomorrow Never Knows” venne a John Lennon. Nell’aprile del 1966 visitò la libreria della galleria d’arte londinese Indica insieme a McCartney, nella speranza di imbattersi in qualche libro che potesse stimolare la sua creatività. Inizialmente Barry Miles, il proprietario della libreria, gli consigliò un saggio sulla filosofia di Friedrich Nietzsche. Un famoso aneddoto racconta dell’imbarazzo di Lennon quando scoprì che pronunciava male quel nome.

Lennon però si lasciò affascinare da un altro volume: si intitolava L’esperienza psichedelica, era stato scritto dallo psicologo statunitense Timothy Leary e promuoveva l’utilizzo di sostanze psicoattive come mezzo per espandere le proprie capacità mentali. Lennon lo divorò in pochi giorni, e decise di trarne spunto per scrivere il testo di una nuova canzone, che intitolò provvisoriamente “The Void”.

Come ha raccontato il giornalista musicale Ian Leslie nel suo libro John + Paul. Una storia d’amore in musica, per Lennon lavorare a “Tomorrow Never Knows” fu anche l’occasione per dimostrare di avere un’influenza sul gruppo pari a quella di Paul McCartney, che fino a quel momento era stato il principale ideatore di molte delle innovazioni musicali dei Beatles.

Era stato McCartney, soprattutto nel precedente Rubber Soul, a introdurre un modo diverso di scrivere canzoni, con arrangiamenti più complessi, strumenti insoliti per il rock dell’epoca e soprattutto nuove soluzioni in studio, come le sovraincisioni, che permettevano di registrare separatamente gli strumenti e sovrapporli successivamente. Di fronte a questa capacità di innovazione musicale, Lennon scelse di distinguersi in un altro modo: e cioè portare la controcultura nelle canzoni dei Beatles.

L’obiettivo di Lennon era descrivere le sensazioni che provava quando la sua mente era alterata, e per farlo violò tutte le convenzioni del pop del tempo. Decise di non ricorrere alle rime e di utilizzare il pentametro giambico, cioè una struttura ritmica della poesia inglese basata su cinque coppie di sillabe, una accentata e una non accentata, molto usata nella letteratura classica. Mise in fila otto strofe apparentemente prive di senso, probabilmente scritte sotto l’effetto di LSD, che aveva scoperto l’anno precedente e aveva abbracciato compulsivamente. Per introdurle prese in prestito una frase dal libro di Leary, riproducendola quasi interamente: «Turn off your mind, relax and float down stream» («Spegni la mente, rilassati e lasciati trasportare dalla corrente»).

L’incisione iniziale era grezza e molto poco melodica, dato che Lennon la cantò su un solo accordo. Quando la fece ascoltare agli altri membri del gruppo e al produttore George Martin negli studi di Abbey Road, McCartney rimase entusiasta: era diversa da qualsiasi canzone mai scritta dai Beatles, e si affrettò a trovare qualche stratagemma per impreziosirla. Nonostante i noti alti e bassi della loro relazione, profondamente intima e complessa, i due fin dall’inizio avevano costruito un rapporto di sana competizione artistica, che li stimolava non solo nella composizione delle proprie canzoni ma anche nel miglioramento di quelle dell’altro. Alla fine erano tutte firmate Lennon-McCartney.

In studio Lennon dava indicazioni vaghe e strampalate: disse a Martin che la canzone avrebbe dovuto suonare «come un’arancia», o come un discorso del Dalai Lama «pronunciato dalla montagna più alta». Inizialmente suggerì di cantare stando appeso a testa in giù, ma Martin propose una soluzione molto più pragmatica: ossia far passare la sua voce attraverso un altoparlante rotante Leslie, solitamente utilizzato per gli organi.

Quando il problema della voce fu risolto, McCartney decise di metterci del suo e abbondare con le stravaganze. Realizzò molte parti musicali su più nastri, tra cui un accordo orchestrale, un motivo di sitar, un suono di flauto ottenuto attraverso il Mellotron (una specie di vecchio sintetizzatore utilizzato per riprodurre suoni strumentali) e una traccia che riproduceva le sue stesse risate, che distorse fino a ottenere un suono simile al verso dei gabbiani. Poi assemblò tutti questi elementi in fase di montaggio.

I Beatles nel 1966 (Santi Visalli/Getty Images)

Il risultato fu la cosa più strana che i Beatles avessero composto fino a quel momento, qualcosa che non aveva nulla da spartire con la forma canzone. Era come se Lennon recitasse un mantra su una serie di frammenti sonori sovrapposti, in un flusso continuo di voci, strumenti ed effetti elettronici. «Mischiava la musica indiana con Stockhausen, la filosofia psichedelica con la poesia e la commedia inglese», ha scritto Leslie, secondo cui “Tomorrow Never Knows” spiazzò il pubblico e la critica musicale del tempo, che faticarono a trovare le parole adatte per descrivere quella che di fatto era «una concatenazione ultraterrena di rumori».

“Tomorrow Never Knows” non fu la canzone più popolare di Revolver, che ne conteneva di molto meno sperimentali e più orecchiabili: “Here, There and Everywhere” e “Eleanor Rigby”, per esempio. Ma anticipò molte cose che i Beatles avrebbero sperimentato nella seconda metà degli anni Sessanta, quando cominciarono ad avere ambizioni d’avanguardia.

Dopo la sua uscita la loro musica si distanziò moltissimo da quella della cosiddetta “Beatlemania”, il periodo in cui i Beatles si affermarono come la band più famosa al mondo grazie al successo di una serie di canzoni pop orecchiabili, divertenti e romantiche. E anche la loro immagine cambiò completamente.

Alla fine dell’agosto del 1966, qualche settimana dopo l’uscita di Revolver, fecero il loro ultimo tour statunitense. Da quel momento in poi diradarono moltissimo le loro apparizioni pubbliche e smisero del tutto di esibirsi dal vivo, concentrando la maggior parte degli sforzi nel lavoro in studio.

Anche se non fu più possibile vederli dal vivo, da un punto di vista strettamente creativo quello fu il momento migliore della carriera dei Beatles, che dopo Revolver spinsero sempre un po’ più in là il confine del loro suono: i testi diventarono più surrealisti e allusivi e la musica si fece più enigmatica, complessa e stratificata, anche per via dell’ampissimo utilizzo di sovraincisioni, effetti sonori e manipolazioni dei nastri.

Il successivo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967) fu un disco dalla rilevanza culturale enorme. Lennon e McCartney furono ancora più radicali nei rispettivi campi (i testi e il lavoro in studio), dimostrarono un’alchimia fenomenale e realizzarono quello che secondo molti critici è uno dei migliori album di rock psichedelico di quel decennio. La band proseguì nella stessa direzione anche nel successivo Magical Mystery Tour (1967) e parzialmente nel cosiddetto White Album (1968), prima di abbandonare la psichedelia in Abbey Road (1969) e Let It Be (1970), il loro ultimo disco.

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