Quanto abbiamo speso, come e dove, col Superbonus

Ci sono nuovi dati, ora che è quasi esaurito: molto nel Nord Italia, comunque, e per i villini 15 volte quanto per le case popolari

Ponteggi su palazzi per la ristrutturazione delle facciate, Genova, 2 febbraio 2023 (ANSA/LUCA ZENNARO)
Ponteggi su palazzi per la ristrutturazione delle facciate, Genova, 2 febbraio 2023 (ANSA/LUCA ZENNARO)
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Il cosiddetto Superbonus 110% è ormai quasi esaurito. Introdotto nel 2020, è stato da subito molto discusso da politici e analisti, criticato per i costi altissimi e lo scarso contributo alla crescita, per la sua iniquità e per aver contribuito all’aumento dei prezzi. Chi lo difende ne sottolinea il valore nel sostenere l’economia dopo la crisi causata dal Covid. Per capire meglio com’è andata, sono utili i dati raccolti e pubblicati pochi giorni fa da ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Mostrano quanti soldi abbiamo speso, come e dove, e con quali risultati.

Il Superbonus 110% è un’agevolazione fiscale che rimborsa in modo molto generoso – il 110 per cento, per l’appunto – i costi dei lavori edilizi per aumentare l’efficienza energetica degli edifici. Negli anni è stata ridimensionata più volte: nel 2026 ne possono usufruire solo alcuni territori colpiti dai terremoti del 2009 e del 2016. Ma è rimasta molto larga e accessibile fino a relativamente poco tempo fa, molto dopo la fine dell’emergenza causata dalla pandemia, sostenuta innanzitutto dal Movimento 5 Stelle ma anche da ampie parti del Partito Democratico e del centrosinistra, e che ha incontrato a volte favore e indulgenza anche dentro Forza Italia e la Lega.

Dal maggio 2020 al maggio 2026 gli investimenti ammessi ai rimborsi erano quasi 125 miliardi di euro e hanno generato quasi 132 miliardi di detrazioni, cioè sconti sulle imposte e quindi meno entrate per lo Stato. Vuol dire che il Superbonus 110% è costato quasi il 6 per cento del prodotto interno lordo italiano: poco meno di quanto lo Stato spende per finanziare la sanità in un anno. E circa il 52 per cento degli investimenti è stato fatto per ristrutturare edifici nelle regioni del nord Italia, nonostante in queste regioni ci abiti poco meno del 47 per cento della popolazione italiana nonché generalmente la metà più ricca.

Per quanto riguarda le singole regioni, i dati confermano questa tendenza: quella con i maggiori investimenti è di gran lunga la Lombardia (circa il 19 per cento del totale), anche se quella in cui la spesa per abitante è stata maggiore è la Valle d’Aosta (4.377,87 euro). Al contrario, quella in cui è stata minore è la Sicilia (1.469,08 euro).

ENEA ha calcolato che a fine 2025 (quando gli investimenti erano poco superiori a 119 miliardi di euro) il risparmio energetico ottenuto dagli interventi finanziati col Superbonus era stato di 16,2 terawattora all’anno, circa il 5 per cento del consumo di energia elettrica in Italia. Il costo di un chilowattora all’anno risparmiato è quindi circa 7 euro. Chiaramente questo costo va spalmato sugli anni di vita utile degli interventi e degli impianti, ossia il periodo in cui continuano a funzionare efficientemente.

Tra i vari interventi quelli che hanno utilizzato più risorse (circa il 67 per cento) sono stati gli interventi di isolamento termico degli edifici, che hanno contribuito al 67 per cento del risparmio energetico generato. Sono state ben più efficienti, da questo punto di vista, le sostituzioni dei vecchi impianti di riscaldamento, il cui costo per chilowattora all’anno risparmiato è stato di quasi 4 euro.

Poco più del 10 per cento degli investimenti è andato invece ai pannelli fotovoltaici e ai sistemi di accumulo, che nella maggior parte dei casi sono stati fatti insieme: chi ha messo i pannelli solari spesso ha messo anche le batterie per accumulare l’energia che producevano, in modo da utilizzarla quando il sole non c’è. Sono state poi installate grazie ai finanziamenti del Superbonus circa 350mila colonnine per ricaricare le auto elettriche. La cosa particolare di questi interventi sono i costi medi: abbastanza vicini ai costi massimi che la legge consentiva di detrarre.

Infine, gli interventi sono stati effettuati prevalentemente in abitazioni di tipo “civile” (quasi il 44 per cento) ed “economico” (poco più del 38 per cento): le prime sono caratterizzate da materiali di buona qualità e finiture curate, mentre le seconde hanno materiali più standard e dotazioni essenziali. Sono stati numerosi anche gli interventi destinati ai villini — edifici indipendenti o semindipendenti con giardino — che hanno coperto il 10 per cento del totale, rappresentando complessivamente oltre 15 miliardi di euro di investimenti finanziati. Per fare un confronto, solo un miliardo di euro è stato impiegato per la ristrutturazione di immobili adibiti a edilizia residenziale pubblica, le cosiddette “case popolari”, dato che per gli enti che le gestiscono, benché pubblici, era molto più difficile accedere al Superbonus.

Per quanto riguarda l’impatto sull’economia invece, un rapporto dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) del 2025 ha stimato che l’insieme dei bonus edilizi, tra cui principalmente il Superbonus 110%, ha avuto effetti «significativi» sulla crescita economica e dell’occupazione subito dopo la pandemia, perché circa due terzi degli investimenti finanziati con questi bonus non sarebbero stati fatti altrimenti. Questi effetti si sono però esauriti nel 2023. Nonostante ciò, la spesa per queste misure è continuata a crescere, rendendole insostenibili economicamente e contribuendo a peggiorare il loro rapporto tra costi e benefici. Questo rapporto sarebbe stato migliore, secondo l’UPB, se «l’intervento fosse stato circoscritto temporalmente alle fasi iniziali».