Che suono facevano gli strumenti antichi?
Per decenni abbiamo provato a suonare quelli che sono arrivati fino a noi, con pessimi risultati: oggi esistono tecnologie innovative
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Lavorando alla colonna sonora di Odissea di Christopher Nolan, il compositore Ludwig Göransson prese una decisione fuori dal comune: utilizzare principalmente strumenti che sarebbero potuti esistere nell’antichità. Tra gli altri ha usato una lira e un aulos, uno strumento a fiato fatto di due canne che si soffiano insieme, e che nell’antichità accompagnava le rappresentazioni teatrali, i cortei e i banchetti.
L’aulos che si sente nel film è una copia moderna: Callum Armstrong, il musicista che lo suona, ha spiegato che l’originale da cui è stato ricavato risale a un periodo compreso fra il sesto e il quinto secolo avanti Cristo, e che di strumenti come quello non è sopravvissuta nessuna ancia originale. L’ancia è la linguetta sottile che vibra quando ci si soffia sopra, producendo il suono. Armstrong ha passato mesi a ricostruirne la forma leggendo le fonti antiche e provando a dedurre da quelle come fosse fatta. La musicologa Rosa Fragorapti ha raccontato una cosa simile a proposito della lira, e cioè che per suonarla in modo filologicamente accurato ha dovuto incrociare le raffigurazioni sui vasi, i testi e la propria esperienza di musicista, perché non esisteva nessuno che potesse insegnarle come si suona correttamente.
Quello che Armstrong e Fragorapti hanno fatto per il film è una versione semplificata di un lavoro che va avanti da decenni fra archeologi, musicologi e ingegneri acustici, ovvero replicare il suono che facevano gli strumenti antichi a partire da quelli che sono arrivati fino a noi.
Il problema principale è che per capire che suono fa uno strumento antico bisognerebbe prima aprirlo per vedere com’è fatto dentro, e poi suonarlo. Nei flauti e nelle trombe, per esempio, il suono dipende dalla forma delle cavità interne e negli strumenti a corda contano invece la densità e l’elasticità del legno. A questo si aggiunge che le parti da cui il suono dipende più direttamente sono spesso quelle che si conservano peggio: delle lire antiche restano i telai e quasi mai le corde, e lo stesso vale per le pelli dei tamburi.
Di fronte a queste complessità, in passato si provò a testare direttamente gli strumenti antichi a disposizione. Nel 1939, per esempio, a un trombettiere dell’esercito britannico di nome James Tappern fu affidato il compito di suonare in diretta radio due trombe – una d’oro e una d’argento – che erano state trovate nella tomba di Tutankhamon.
Nessuno suonava quegli strumenti da più di tremila anni, e Tappern si rese conto immediatamente di un problema. Le trombe egizie non hanno un bocchino, la parte dello strumento a fiato su cui il musicista appoggia le labbra. Al loro posto c’è un’apertura larga poco più di un centimetro, rinforzata da un anello di metallo. Lui decise quindi di modificare le antiche trombe per infilarci dentro uno dei propri bocchini, e finì per danneggiare gli strumenti. La tromba d’argento, in particolare, si frantumò durante le prove, e dovette essere aggiustata in tempo per la trasmissione.
Alla fine le trombe vennero suonate per tre minuti circa, emettendo un suono più stridulo del previsto:
Quando nel 1941 si tentò una seconda trasmissione, al posto degli strumenti originali venne usata una copia, e le due trombe sono considerate troppo fragili perché qualcuno possa suonarle di nuovo. In generale, gli esperti di oggi maneggiano gli oggetti antichi con meno leggerezza di un tempo.
Negli ultimi anni vari musei e istituti di ricerca in giro per il mondo hanno trovato soluzioni tecnologiche innovative. A Boston, per esempio, un gruppo di ricercatori del MIT e del Museum of Fine Arts (MFA) locale lavora sul tema dalla fine del 2024, con risultati notevoli.
Il MFA cominciò a raccogliere strumenti musicali nel 1917 e oggi ne conserva poco più di 1.450 provenienti da sei continenti, il più antico dei quali risale al 1550 avanti Cristo circa. Alla fine del 2024 il ricercatore del MIT Benjamin Sabatini ha contattato Mark Rau, un professore di tecnologia musicale e ingegneria elettronica, estremamente infastidito dal fatto che gli strumenti del museo non fossero accompagnati da esempi audio.
Insieme, Sabatini e Rau si rivolsero a Jared Katz, il curatore degli strumenti musicali del MFA. Katz studia le pratiche musicali dell’antichità e da anni lavorava già a un modo per far tornare a suonare gli strumenti più fragili. Il suo metodo principale consisteva nello scansionare l’oggetto originale, ricavarne un modello digitale e stamparlo in 3D, in modo da produrne una copia che si può suonare quanto si vuole senza che l’originale corra rischi. Gli scanner di superficie, però, registrano soltanto la forma esterna, e in un flauto o in un fischietto il suono dipende dalle cavità interne, che Katz doveva ricostruire per deduzione, partendo dai fori visibili e dalle proporzioni dell’oggetto.
Sabatini e Rau gli proposero di risolvere questo limite utilizzando un macchinario industriale per TAC. Il principio è lo stesso della procedura che si fa negli ospedali: i raggi X attraversano il materiale, e da centinaia di immagini prese da angolazioni diverse si ricostruisce l’oggetto intero, interno compreso, senza toccarlo. Le copie stampate in 3D vengono poi usate come modelli per fabbricare stampi in gesso, dentro i quali si cola argilla liquida per ottenere repliche in ceramica.
Il primo risultato presentato in pubblico è stato un fischietto della cultura Paracas, una ceramica peruviana databile fra il 600 e il 175 avanti Cristo, suonato a un evento del MIT nel novembre del 2025. Finora è stata scansionata una trentina di strumenti e l’obiettivo è arrivare almeno a cento; il gruppo – che nel frattempo ha ricevuto un importante finanziamento – vorrebbe poi passare agli strumenti in legno, come i violini, lavorando con liutai locali su legname di crescita antica. Il caso su cui stanno lavorando adesso è un flauto poliglobulare della cultura Veracruz, nel Messico precolombiano.
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Esperimenti simili sono avvenuti anche altrove, negli ultimi anni. Fra il 2016 e il 2018 un progetto dell’Università del Kent con la Manchester Metropolitan University e il Petrie Museum di Londra ha scansionato e riprodotto una serie di strumenti dell’antico Egitto, tra cui alcuni flauti di Pan di canna, sonagli di ceramica, nacchere di legno e due coppie di doppi flauti.
Il progetto più ambizioso è stato però lo European Music Archaeology Project, finanziato dall’Unione Europea con quattro milioni di euro a partire dal 2013. Il gruppo ha fatto ricostruire da artigiani specializzati una serie di strumenti a fiato di cui restavano solo reperti archeologici: il carnyx di Tintignac, una tromba di bronzo gallica lunga quasi due metri sormontata da una testa di animale, ritrovata in un tempio gallo-romano in Francia; il corno di Loughnashade, in Irlanda; un lur svedese dell’età del bronzo; alcune tibiae romane da Pompei; e un organo che nell’antica Roma accompagnava i combattimenti dei gladiatori nelle arene.
Ricostruire uno strumento di questo tipo richiede molti tentativi. Il trombonista scozzese John Kenny, che suona il carnyx da trent’anni, ha raccontato che la prima ricostruzione produceva un suono sgradevole, e che la seconda è costata 28mila sterline (più di 32mila euro) e ha richiesto a un artigiano quattrocento ore di martellatura a mano. Kenny ci ha inciso un disco, Dragon Voices, e continua a portarlo in concerto.
In Cina, invece, dal 2007 un gruppo di ricercatori cinesi lavora sulle campane di bronzo del marchese Yi di Zeng, un set di sessantaquattro campane risalenti al 433 avanti Cristo e ritrovate nel 1978 in una tomba a Suizhou, nella provincia dello Hubei.
Ogni campana produce due note diverse a seconda che venga colpita al centro o di lato ma le campane sono troppo grandi e troppo preziose perché ci si possa fare sopra degli esperimenti: la più pesante supera i duecento chili. I ricercatori hanno quindi lavorato su un modello al computer: l’oggetto è stato diviso in migliaia di piccole porzioni e per ciascuna si è calcolato come si propagano le vibrazioni e quindi come suona nel complesso.



