I dubbi sulla legge per dare i domiciliari ai detenuti con tossicodipendenze
Per come è stata fatta sembra improbabile che abbia un impatto significativo sul sovraffollamento nelle carceri
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Mercoledì la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva, con 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astenuti, un disegno di legge presentato dal governo per assegnare misure alternative ai detenuti con dipendenze da sostanze e da alcol, facendoli così uscire dal carcere. Il disegno di legge fa parte del piano del governo per risolvere il problema del sovraffollamento in carcere, annunciato l’anno scorso. Ma ci sono alcuni dubbi su come è stato pensato e sulla sua applicabilità, nonostante il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’abbia definito «un provvedimento epocale».
La legge prevede che possano accedere alla detenzione domiciliare – in una struttura terapeutica o in quello che il tribunale consideri un «luogo idoneo», quindi non a casa propria – i detenuti che aderiscono già a un programma terapeutico di riabilitazione e che debbano ancora scontare una pena non superiore agli otto anni, quattro nel caso di alcuni reati considerati più gravi.
Nordio ha detto che la legge dovrebbe consentire la detenzione domiciliare per almeno 10mila persone, tra le oltre 60mila che al momento occupano le carceri italiane (su circa 40mila posti disponibili), con un tasso di affollamento che ha raggiunto quasi il 140 per cento. Il suo stesso ministero, però, rispondendo all’opposizione su questo punto, ha confermato che la legge contiene soldi per la detenzione domiciliare di circa 500 persone. Ha aggiunto che la copertura finanziaria è stata pensata per il 2026 e che «auspica» di poterla estendere nei prossimi anni anche per altri detenuti.
Non è chiaro poi come la legge faccia i conti con uno dei problemi maggiori che rendono difficile l’accesso alla liberazione anticipata, soprattutto nel caso dei detenuti con problemi di tossicodipendenza: i posti disponibili nelle comunità di recupero. Secondo i dati contenuti nella documentazione della stessa legge, in Italia i detenuti con tossicodipendenza sono quasi 20mila, circa il 32 per cento del totale, e i posti disponibili nelle comunità terapeutiche sono 13.276.
Non si sa con precisione di quanto, ma di certo una buona parte di questi posti sono già occupati, e anzi si sa che spesso i posti nelle comunità mancano. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che si occupa dei diritti delle persone detenute, ha detto che è «difficile» che nelle comunità terapeutiche italiane risultino 10mila posti liberi.
Per questo Gonnella ha chiesto se il governo avesse verificato la disponibilità dei posti nelle comunità, prima di promettere l’uscita dal carcere di 10mila persone.
La legge prevede inoltre una serie di requisiti per poter accedere alla misura: innanzitutto il detenuto deve volerlo, e poi deve essere stato condannato per un reato correlato alla sua dipendenza. È un requisito che non tiene conto del fatto che molte dipendenze, con tutti i relativi problemi, si sviluppano in un momento successivo al compimento del reato, una volta entrati in carcere.
Il piano del governo per ridurre il sovraffollamento carcerario prevede anche la costruzione di nuove carceri, una misura diversa e non inclusa nel disegno di legge sulla detenzione domiciliare. Un anno fa il governo annunciò 60 «interventi edilizi» in tre anni per aggiungere poco meno di 10mila nuovi posti, e di costruire «moduli prefabbricati» in cui mettere i detenuti.
Il governo non ha dato aggiornamenti puntuali sull’andamento del piano: al question time di mercoledì alla Camera Nordio ha detto che il piano sta procedendo; secondo i dati di Antigone da inizio 2025, quando è partito, a oggi, i posti disponibili sono 481 in meno.
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