Nessuno sa bene come la Cina abbia tenuto giù il prezzo del petrolio
C'è stato un grande e brusco taglio delle importazioni, ma come ci sia riuscita e quanto durerà è «la domanda da un milione di dollari»
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Dopo l’inizio della guerra tra Iran e Stati Uniti il prezzo del petrolio è aumentato, ma non ha mai raggiunto i livelli temuti e previsti da molti analisti. Le ragioni per cui non è successo sono molte, ma c’è un fattore che ha influito più di altri: la Cina ha ridotto decisamente e bruscamente le importazioni di petrolio. Come ci sia riuscita e per quanto ancora la situazione resterà così è quella che Michal Meidan, responsabile della ricerca sull’energia in Cina presso l’Oxford Institute for Energy Studies, ha definito «la domanda da un milione di dollari». Ma qualche risposta esiste.
Il prezzo del petrolio è aumentato a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, da cui ogni anno passava circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo e che ha bloccato circa 13 milioni di barili al giorno. Il Brent, uno dei principali indici del petrolio, costava 71,9 dollari al barile il 27 febbraio, un giorno prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran. È passato in pochi giorni a costare più di 100 dollari al barile senza però mai andare oltre i 120, nonostante diversi economisti si aspettassero un aumento fino a 150 o 200 dollari al barile.
Il prezzo non è aumentato più di tanto per diversi motivi: gli Stati Uniti hanno aumentato la loro produzione di petrolio fino a livelli record; parte del petrolio del Golfo è stata trasportata verso ovest tramite l’oleodotto che arriva a Yanbu, in Arabia Saudita, permettendo l’esportazione dal Mar Rosso ed evitando totalmente Hormuz; gli stati hanno poi fatto ampio uso delle proprie riserve di petrolio.
Il motivo però più determinante è stato che la Cina ha ridotto le sue importazioni da una media di 11-12 milioni di barili al giorno negli ultimi cinque anni a circa 8 milioni tra maggio e giugno 2026. Questa riduzione rappresenta il 74 per cento del calo del commercio globale di petrolio: contribuendo a ridurre la domanda, in un momento di riduzione dell’offerta, ha evitato che i prezzi crescessero ancora di più. La cosa interessante è che circolano molte ipotesi, ma nessuno sa esattamente come sia riuscita a ridurre così bruscamente le sue importazioni di petrolio evitando una crisi energetica interna.

Stazione di benzina a Pechino, in Cina, 23 marzo 2026 (Lintao Zhang/Getty Images)
Storicamente il prezzo del petrolio è stato influenzato innanzitutto dalle scelte dei paesi che lo esportano, i quali aumentando o diminuendo l’offerta ne diminuivano o aumentavano il prezzo. Nel 1973 un embargo petrolifero imposto dall’OPEC, la principale organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ridusse solo del 7 per cento la fornitura globale ma fece crescere i prezzi del 130 per cento.
Quanto sta avvenendo con la Cina è abbastanza inedito, perché non riguarda l’offerta: un paese importatore è riuscito a influenzare il prezzo del petrolio riducendo la propria domanda. Lo ha fatto peraltro utilizzando solo in parte le proprie riserve, e in misura maggiore consumandone di meno.
È difficile sapere quanto siano grandi le riserve cinesi di petrolio perché lo stato non fornisce dati ufficiali e trasparenti sul loro riempimento. Le uniche stime si basano sull’osservazione dei depositi visibili dall’alto – per questo si parla di “riserve superficiali” – ma nessuno conosce quanto quei serbatoi siano pieni, né se ce ne siano altri non visibili.
Si ipotizza comunque che prima della guerra le riserve cinesi ammontassero a circa 1,4 miliardi di barili e aumentassero in media di 1,5 milioni di barili al giorno; e che da aprile in poi le riserve cinesi si siano ridotte di meno di un milione di barili al giorno. Secondo le principali ipotesi, fin qui sono state intaccate soprattutto le riserve commerciali delle aziende petrolifere, in Cina molto legate al partito e al governo; quelle strategiche controllate direttamente dallo stato sono rimaste praticamente inalterate.
Il grosso del calo delle importazioni di petrolio cinesi, circa il 60 per cento, si deve invece alla riduzione dell’attività delle raffinerie. Il petrolio di cui abbiamo parlato finora, infatti, è il cosiddetto “petrolio greggio”, cioè petrolio non raffinato. Il “greggio” viene trasformato dalle raffinerie in carburanti come la benzina, il gasolio o quelli usati dagli aerei. A marzo il governo cinese aveva ordinato alle principali aziende energetiche statali di sospendere temporaneamente le esportazioni di prodotti raffinati per garantirne la disponibilità interna.
Senza la possibilità di esportare le eccedenze di carburante, le raffinerie non hanno avuto incentivi economici ad acquistare nuovo “greggio” o ad aumentare la produzione: a giugno 2026 la lavorazione del “greggio” è scesa quindi ai livelli minimi dal 2021. A luglio questo divieto è stato in parte allentato, ma le esportazioni di prodotti petroliferi dalla Cina sono ancora fortemente limitate. A farne le spese sono stati soprattutto diversi paesi dell’Asia sud orientale e del Pacifico che importavano carburanti dalla Cina, come Vietnam, Australia e Filippine: ma se il sacrificio fosse stato semplicemente trasferito altrove, dovremmo vedere comunque gli effetti pieni della riduzione dell’offerta.
La riduzione della produzione di petrolio raffinato a causa delle limitazioni imposte dalla Cina è una delle cause, insieme ai bombardamenti ucraini che hanno colpito 24 delle 34 principali raffinerie russe, della diminuzione dell’offerta globale di carburanti: e quindi di un aumento del loro costo che è stato persino più marcato di quello del petrolio. Si vede per esempio osservando il “crack spread 3-2-1”, un indicatore che misura quanto costano in più due barili di benzina e uno di gasolio rispetto a tre barili di “greggio”: negli ultimi mesi è aumentato in tutto il mondo, negli Stati Uniti è più che raddoppiato passando da circa 25 dollari al barile prima della guerra a circa 65.
Se il calo brusco delle importazioni cinesi di petrolio si deve innanzitutto a queste ragioni, il paese attraversa da tempo una più generale riduzione della domanda interna dei carburanti. La vendita di veicoli elettrici in Cina ha raggiunto i massimi storici (il 58,5 per cento di tutte le auto vendute nel paese nel mese di giugno erano elettriche) e ad aprile 2026 i passeggeri ferroviari sono aumentati dell’11 per cento rispetto all’anno precedente.
Anche l’industria chimica cinese ha contribuito alla diminuzione della domanda di petrolio. Il settore aveva costruito negli scorsi anni impianti che ora producono più della domanda del mercato: le aziende hanno quindi preferito ridurre la produzione e svuotare i magazzini piuttosto che importare petrolio a prezzi più alti. Infine, ha contribuito anche il generale rallentamento dell’economia cinese. A causa della crisi del settore immobiliare, per esempio, la produzione di cemento è calata dell’8 per cento nel primo semestre del 2026 e si è ridotto il consumo di gasolio nei cantieri.
Resta comunque difficile stabilire per quanto ancora la Cina importerà così poco petrolio. Il fatto che sembra non stia usando più di tanto le sue riserve è considerato rassicurante per l’economia mondiale, perché vuol dire che ci vorranno mesi – secondo gli esperti tra i sei mesi e un anno – prima che trovi necessario riempirle nuovamente. Quando accadrà, e la domanda crescerà quindi molto e all’improvviso, è probabile che il prezzo del petrolio aumenterà di conseguenza: soprattutto se lo stretto di Hormuz non sarà allora stabilmente riaperto.



