Cosa non va nella proposta della maggioranza sul voto fuori sede
È stata criticata perché imporrebbe scadenze molto restrittive ed escluderebbe la maggior parte dei lavoratori stagionali
- Condividi
- X
- Regala il Post

Pochi giorni fa la Camera ha approvato un emendamento alla riforma della legge elettorale che introduce la possibilità per i fuori sede di votare dove vivono, senza che debbano tornare nel loro comune di residenza per farlo. Se il testo della riforma verrà approvato anche dal Senato, l’Italia avrà finalmente una legge sul voto fuori sede, dopo un dibattito durato anni. Le associazioni e i comitati che si sono occupati del tema si dicono soddisfatti, ma hanno anche proposto di modificare quelle che ritengono alcune criticità.
La prima riguarda i requisiti per essere considerati fuori sede. Può iscriversi all’apposito elenco di elettori fuori sede solo chi, per motivi di studio o lavoro, prevede di restare fuori dalla propria regione di residenza almeno nove mesi. Per le persone che restano fuori dalla regione di residenza per motivi medici invece bastano tre mesi. L’articolo 8 della riforma dice che questo requisito va dimostrato attraverso una «certificazione o altra documentazione», per esempio l’iscrizione all’università o un contratto di lavoro della durata minima di nove mesi (le tipologie di documenti accettati verrebbero definite in seguito, attraverso eventuali decreti attuativi).
Molti attivisti per il voto fuori sede sostengono che nove mesi siano un intervallo di tempo eccessivamente lungo. Il comitato Voto dove vivo ha fatto notare che questo requisito escluderebbe dal voto fuori sede molte persone che si trasferiscono fuori dalla propria regione di residenza per periodi più brevi, come i lavoratori stagionali, i cui contratti di solito durano tra i tre e i sei mesi.
Gli elettori residenti in Italia ma che si trovano temporaneamente all’estero per motivi di studio, lavoro e salute, per esempio, possono votare per corrispondenza se restano fuori dal paese per un periodo minimo di solo tre mesi. Anche nelle due precedenti sperimentazioni del voto fuori sede (realizzate dal governo di Giorgia Meloni in occasione delle elezioni europee del 2024 e dei referendum costituzionali del 2025) il requisito era stato fissato ad almeno tre mesi.
Il deputato Fabio Roscani, presidente di Gioventù nazionale (la sezione giovanile di Fratelli d’Italia) e primo firmatario dell’emendamento sul voto fuori sede, dice che i comuni con un’alta concentrazione di lavoratori stagionali si troverebbero in difficoltà a gestire una grossa quantità di pratiche per le richieste di iscrizione. «Capiremo, magari più avanti, come migliorare alcuni aspetti tecnici e organizzativi, tra cui anche questo», dice.

L’approvazione all’unanimità dell’emendamento per il voto fuori sede, durante i lavori sulla legge elettorale alla Camera dei deputati (Roberto Monaldo/LaPresse)
Un altro problema riguarda i termini temporali per chiedere l’iscrizione all’elenco degli elettori fuori sede. Il testo della riforma dice che bisogna mandare la richiesta entro il 31 dicembre di ogni anno per poter votare alle elezioni che si terranno nell’anno successivo. Se però si diventa fuori sede dopo il 31 dicembre (per esempio perché ci si iscrive all’università e ci si trasferisce solo dopo aver passato il “semestre filtro” di medicina) si può comunque mandare la richiesta di iscrizione per votare nell’anno in corso, purché lo si faccia entro 30 giorni da quando si matura la condizione di fuori sede e almeno 45 giorni prima delle elezioni.
Secondo i comitati queste scadenze impongono limiti eccessivamente rigidi alla possibilità di iscriversi e richiedono una burocrazia superflua. La richiesta infatti va ripresentata ogni anno, anche quando non ci sono elezioni programmate per l’anno successivo. Il governo, per esempio, potrebbe cadere prima della scadenza naturale del suo mandato e alle elezioni anticipate non potrebbero votare i fuori sede che l’anno precedente hanno evitato di iscriversi perché in teoria non erano previsti appuntamenti elettorali.
Nelle due sperimentazioni di voto fuori sede realizzate dal governo era stato possibile chiedere l’iscrizione agli elenchi con termini temporali molto più flessibili. Nel 2025, per esempio, era bastato presentare la domanda entro il 35esimo giorno prima delle elezioni.
I comitati sono preoccupati anche per il fatto che, se la riforma elettorale dovesse essere approvata dal Senato in autunno, non è detto che ci sia il tempo per istituire l’albo e permettere alle persone di iscriversi prima del 31 dicembre, in vista delle elezioni politiche del 2027. Alla fine dello scorso gennaio il ministero dell’Interno aveva deciso di non introdurre il voto fuori sede per il referendum sulla giustizia che si sarebbe tenuto un mese e mezzo dopo, il 22 e 23 marzo, sostenendo che non ci sarebbero stati i «tempi tecnici» necessari ai comuni per predisporre le procedure.
Secondo comitati e attivisti è un problema anche il fatto che il voto dei fuori sede sarebbe conteggiato tra quelli del collegio dove hanno domicilio temporaneo, non in quello dove hanno la residenza. In questo modo, secondo loro, i fuori sede (spesso studenti e ragazzi giovani, con un orientamento politico in maggioranza progressista) verrebbero sovra-rappresentati nelle grosse città dove vivono e dove già di solito prevale il centrosinistra, mentre la loro rappresentanza si ridurrebbe nei collegi più spopolati dai quali provengono, dove il loro peso politico potrebbe invece contribuire a far vincere il centrosinistra.
Proprio questo spostamento di voti è ciò che in un primo momento aveva creato qualche perplessità sull’emendamento all’interno della Lega. Il partito infatti temeva uno scombussolamento degli equilibri nei collegi del nord Italia, storicamente più vicini al centrodestra. Alla fine però Matteo Salvini si era espresso pubblicamente dicendosi a favore.

Una manifestazione di Gioventù nazionale per il voto fuori sede in piazza Montecitorio, a Roma, martedì 21 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
L’emendamento era stato presentato in modo unitario da tutti i partiti di governo (dopo qualche resistenza anche da parte di Forza Italia) ed era stato votato all’unanimità con anche i voti dell’opposizione. È stato proposto soprattutto su impulso di Fratelli d’Italia, la cui componente giovanile, Gioventù nazionale, ha sempre spinto a favore del voto fuori sede. Con questo emendamento e con le sperimentazioni degli anni passati (non replicate per il referendum sulla giustizia) il centrodestra ha voluto intestarsi una battaglia politica a lungo rivendicata dai partiti di centrosinistra e da associazioni di orientamento progressista.
Le opposizioni infatti hanno spesso ricordato che la prima proposta di legge sul voto fuori sede fu presentata nel 2023 dai partiti di centrosinistra. Durante la discussione nella commissione Affari costituzionali la maggioranza di centrodestra la riscrisse completamente, trasformandola di fatto in una legge delega per il governo (cioè una legge con cui il parlamento delega il governo a legiferare). Fu quindi approvata dalla Camera, e da allora è rimasta ferma in Senato.
Sarebbe stata una legge solo sul voto fuori sede, meno soggetta a cambiamenti rispetto alla norma inserita nella legge elettorale attualmente in discussione: se un’altra maggioranza dovesse cambiare di nuovo la legge elettorale, infatti, anche il voto fuori sede potrebbe cambiare di nuovo o essere eliminato del tutto. E in Italia le leggi elettorali cambiano spesso.



