Ritratto dell’editore da cucciolo (con libri per l’estate)

«Mi viene la folle folle folle idea di far l’amore, quest’agosto, coi miei libri del passato invece che con quelli che avevo programmato di leggere durante le ferie. E così ogni tanto apro una scatola recuperata dal garage e pesco un libro di allora»

Ritratto di famiglia negli anni Settanta. A scanso di equivoci: la famiglia non è quella dell'autore (Foto di H. Armstrong Roberts/ClassicStock/Getty Images)
Ritratto di famiglia negli anni Settanta. A scanso di equivoci: la famiglia non è quella dell'autore (Foto di H. Armstrong Roberts/ClassicStock/Getty Images)
Marco Cassini
Marco Cassini

Ha fondato le case editrici SUR (nel 2011) e minimum fax (nel 1994). Dirige la Scuola del libro e, con Gianmario Pilo, il festival “La grande invasione” a Ivrea. Con Martina Testa ha curato l’antologia Burned Children of America (minimum fax 2001, Penguin 2003). La sua ultima traduzione è Fotografie del mondo perduto di Lawrence Ferlinghetti (2025).

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Per molto tempo, ho avuto una stanza tutta per me.

Prima di andare ad abitare da solo, per una decina d’anni – anche se formalmente facevo parte dello stato di famiglia materno – avevo vissuto in ottima autonomia: la mansarda al piano sovrastante l’appartamento di mia madre, che in precedenza aveva alloggiato tre fratelli maschi Cassini, poi due e infine me solo, era separata dalla casa principale (l’inaccessibile regno delle donne, dove per qualche anno con mia madre aveva vissuto anche mia sorella Diana) soltanto da una scala a chiocciola, ma aveva un suo ingresso indipendente.

Io e mia madre alimentavamo tacitamente un reciproco equivoco: restandole accanto (per la precisione, sopra) e introiettando la sua sindrome del nido vuoto, io intendevo ritardare il più possibile il momento in cui l’avrei lasciata sola; lei in cuor suo sperava che anch’io lasciassi al più presto il tetto materno, poiché già da tempo non ero più un pullo ma un ingombrante volatile, appollaiato sul comignolo della sua casa.

Finché un giorno, di buon mattino, non fui svegliato da un vocio sommesso accompagnato da un cospicuo sferragliare. Affacciandomi dalla porta della camera da letto, vidi mia madre discutere con una squadra di operai. Quando furono andati via, lei mi spiegò con il più placido dei toni: «Da domani iniziano i lavori per separare del tutto la mansarda dal piano di sotto, così quando tu andrai ad abitare da solo io potrò affittarla».

Capii che era ora di spiccare finalmente il volo e togliermi di mezzo.

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Tutto questo mi torna alla memoria mentre, trent’anni dopo quei fatti, mi trovo a dover svuotare il garage di mia madre. È un garage piuttosto grande.

Già a quei tempi su ciascuna delle pareti del garage erano appoggiate scaffalature metalliche su cui veniva riposto un po’ di tutto: dai servizi di piatti o bicchieri in eccesso (tra cui diversi completi da 12 o da 24 coperti che erano stati regali di nozze per i miei genitori) a mobilia di ogni genere, elettrodomestici la cui effimera fortuna risale a una stagione ormai remotissima (un coltello elettrico per il roast beef, la padella elettrica per fare le crêpes); cyclette e televisori catodici; addobbi natalizi e ceste per ogni occasione; tavoli e sedie da terrazzo in quantità invidiabili anche per un’agenzia di catering; memorabilia accumulati in almeno tre generazioni; enciclopedie del tutto inattuali e contenitori dal contenuto imperscrutabile; biciclette per qualsiasi età e vasi per piante di ogni foggia misura materiale; porte e finestre di chissà più quale appartamento in cui qualcuno della nostra famiglia ha transitato; collezioni di: presepi, oggettini in silver o in vetro, pulcinella, bottigliette mignon di liquori; un baule pieno di Barbie e uno con attrezzature quasi intonse adatte a diverse attività sportive iniziate con entusiasmo e subito abbandonate (pattini, racchette, perfino katane). L’elencazione potrebbe raggiungere fattezze omeriche: sono certo che la maggior parte delle famiglie con uno spazio a disposizione da dedicargli possa vantare un analogo museo-discarica.

Quando poi, alla morte di mia mamma, la casa è stata venduta, insieme con la famosa mansarda e con questa sua pertinenza al piano -1, abbiamo dovuto affrontare il problematico sbarazzo di tutto quell’accumulo.

Ritratto (con libri) dell’editore (foto Michele Corleone)

Il grosso è stato regalato a vicini, parenti, parrocchie, portato a mercatini e rigattieri. Tranne una grossa eccezione, che ha a che fare con Il Mio Problema: l’accumulo seriale di libri. Una faccenda che se da una parte ha comportato una scoperta inattesa, dall’altra ha rivoluzionato i miei piani di lettura per quest’estate.

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La mia passione per i libri non è stata precoce: risale solo agli anni del liceo.

Nei primi tempi dopo il trasferimento della mia famiglia a Roma un mix di saudade, ricerca delle radici e desiderio di tenere in vita le amicizie d’infanzia rendeva frequenti le mie visite a Napoli. L’umiliazione provata sui campetti di calcio nell’essere apostrofato come “Napoli” (quando non con epiteti offensivi tratti dai famosi cori razzisti da stadio: erano gli anni in cui si rompeva il gemellaggio fra la tifoseria partenopea e quella capitolina) cercava una sua forma di resistenza culturale: per ogni “terrone”, “coleroso” o “terremotato” il mio rigurgito d’orgoglio doveva trovare un puntello letterario cui sorreggersi. E così passavo i miei fine settimana tra negozi e bancarelle a Port’Alba, la zona delle librerie napoletane, che saccheggiavo riportandomi a Roma una piccola biblioteca a puntate: De Filippo, Viviani, Russo, e poi avvicinandomi via via alla contemporaneità Marotta, La Capria, i due Rea, fino al più recente De Crescenzo di Bellavista. Opere impegnative come le Storie e leggende napoletane di Croce e volumetti di cultura locale di editori-librai come Guida, Pironti, Colonnese, Dante & Descartes.

Nel frattempo a Roma mia mamma aveva aperto una cartolibreria. Vista l’esiguità degli spazi poteva vendere solo libri scolastici, ma accompagnarla dai grossisti era per me l’equivalente di una visita a un parco dei divertimenti. Senza rendermene conto assorbivo nozioni che mi sarebbero tornate utili nella mia futura vita da editore: familiarizzavo con prenotazioni, ordini, fatture, e con il famigerato rompicapo del diritto di resa; mi costruivo una mappa mentale delle case editrici e dei relativi distributori; imparavo il concetto del prezzo di vendita, dell’iva assolta dall’editore, della percentuale spettante alla libreria, e di quel misterioso rettangolino con tante barrette verticali che da qualche tempo iniziava a comparire sulle quarte di copertina.

Finito il liceo, la mia biblioteca personale, cui iniziavano ad aggiungersi anche gli ingombranti testi universitari, contava diverse centinaia di volumi. Con l’aumentare della mia socialità romana (anche grazie alla mansarda semi-indipendente) i viaggi della saudade a Napoli erano diventati meno frequenti e così nei fine settimana invece di prendere il diretto Termini-Centrale via Formia, davo sfogo a una nuova attività complementare che iniziava a rendersi necessaria: trovare una sistemazione per i libri sulle pareti della mansarda.

Ikea non era ancora arrivata in Italia, le falegnamerie erano un esercizio commerciale ancora piuttosto diffuso, e il caso volle che proprio a due passi da casa avviasse la sua attività la famiglia Borzelli che, tuttora operante, sul suo sito si definisce laconicamente “uno degli ultimi rimasti”. Non sempre potevo permettermi l’acquisto di una nuova mensola o scaffale, così feci di necessità virtù e capii che potevo risolvere il problema di spazio, e al contempo quello economico, facendo incetta delle più solide tra le cassette di legno che la frutteria vicino casa lasciava all’esterno del negozio perché venissero recuperate dal camion della nettezza urbana.

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Questa cura, questa passione, questo accumulo orgoglioso furono senz’altro all’origine della mia scelta di diventare editore: cosa che avvenne quando abitavo ancora nella mansarda. Qui ospitavo le riunioni di redazione: prima della rivista che fondai durante le vacanze di Natale del 1992; e poi della casa editrice, che esordì nel ’94. In quei primordi da editore portavo a casa scorte aggiuntive di volumi che compravo alle prime fiere del libro che visitavo, o nelle librerie dove andavo a studiare la produzione delle case editrici a cui mi ispiravo, che volevo imitare o da cui avrei voluto differenziarmi. Ormai ogni angolo della mansarda era diventato ricettacolo di cumuli di volumi, le cassette si impilavano l’una sull’altra e ben presto raggiungevano il basso soffitto spiovente. Per guadagnare spazio per i libri, iniziai a dormire in un divano-letto che richiudevo ogni mattina, in modo da poter trasformare la camera da letto in piccolo ufficio, che inevitabilmente s’ingombrò di pubblicazioni.

Il gioioso tracollo arrivò quando nel 1995 iniziai a collaborare con il manifesto, sul cui inserto letterario la talpa libri tenevo una rubrica dedicata ai tascabili, “Pocket ma buoni”, che durò un paio d’anni. Mandai un fax a una lista di case editrici recuperata dal catalogo del primo Salone del Libro di Torino cui avevo partecipato, annunciando la nascita della rubrica: un inarrestabile profluvio di volumetti iniziò a scorrere verso di me. Mi stavano proprio simpatici, questi “colleghi” editori! E io ricambiavo la loro fiducia segnalando, recensendo, soprattutto raccontando la nascita di nuove collane o case editrici, cosa che (in quel periodo della genesi della mia attività editoriale) era al tempo stesso fonte di curiosità e oggetto di studio.

Di tutto questo mio apprendistato non ricordavo granché, fino al momento in cui, qualche domenica fa, in una scaffalatura del garage di mia mamma – dopo aver spostato strati di cianfrusaglie, comodini in vimini, scatole di piastrelle di scorta di chissà quale rifacimento di bagno – non mi è venuto incontro un tell mardikh di casse e casse di libri dimenticati. Chissà perché non le avevo trasferite con me quando ero andato ad abitare nella mia prima casa post-mansarda. Forse l’intenzione era di recuperarle il prima possibile, forse la nuova casa necessitava di scaffalature appropriate in attesa delle quali lasciai momentaneamente quei libri nel garage. Sta di fatto che di tutto quell’accumulo libresco dei miei anni di editore da cucciolo non devo più aver sentito il bisogno.

Rimasti per tre decenni a contatto con una parte umida del garage, molti di quei libri erano ormai inservibili, cosicché una catasta alta come un rilievo alpino con gran pena l’ho dovuta recare giù nel cassonetto della carta. Un’altra parte (l’equivalente di tre viaggi nella Smart di mia sorella), non rovinata salvo l’acre odore di cantina ineradicabile dalle pagine, è ora allocata, in attesa di più congrua destinazione, nel corridoio di casa mia.

La presenza di quella montagna magica di libri da un’altra epoca, da un altro me, mi permette quotidianamente di guardarmi dentro, facendo di tanto in tanto un carotaggio nella mia formazione di lettore, sfalsata di così poco rispetto alla mia formazione di editore.

Mi viene la folle folle folle idea di far l’amore, quest’estate, coi miei libri del passato invece che con quelli che avevo programmato di leggere durante le ferie. E così ogni tanto apro una scatola, pesco un singolo libro, recupero un gruppetto di titoli.

Ho ritrovato la prima raccolta di classici (Niente di nuovo sul fronte occidentale, Il diario di Anna Frank, Il vecchio e il mare, Il giardino dei Finzi-Contini) che collezionai in edicola, nel 1986, fiero di poter usare la paghetta settimanale per iniziare a comporre uno scaffale fatto di volumi che allora mi sembravano preziosi, ma di cui l’occhio appena più smaliziato di uno studente alla prima settimana di master in editoria percepirebbe tutta l’apparenza posticcia: copertina in finta pelle, risguardi in finta carta marmorizzata, rilegatura a finto filo refe. Unica cosa vera rimasta, insieme alla letteratura: l’odore di muffa.

C’è anche qualcuno degli “innumerevoli tentativi di imitazione” dei Millelire: soprattutto i libri di Comix, stampati da Panini, tra cui quello scritto da mio fratello Riccardo: un compendio di brevi saggi in varie lingue, fra cui il latino, sul nostro (e, come avremmo visto ben presto, non solo nostro) comune mito alimentare proibito d’infanzia, Nutella Nutellae. Un libro che vendette, contro ogni possibile previsione e complice l’esiguo prezzo di vendita, due milioni di copie.

Vengo catapultato negli anni in cui ebbi l’intuizione di sistemare a casa, divisi per editore anziché in ordine alfabetico, i libri con cui tornavo dalle mie scorribande in libreria e alle fiere: la letteratura dell’est Europa nella preziosa carta delle prime edizioni e/o; quella scandinava – e dal formato inconfondibile – di Iperborea; un gruppetto di “chicche” letterarie dell’editore Scheiwiller; la dissacrante “Contatti” dell’editore Alberto Castelvecchi (che aveva esordito appena un anno prima di me, e mi aiutò a raccapezzarmi fra le prime regole del mestiere); i “Ritmi” di Theoria (fra cui la mia bibbia di quegli anni, Guida alla beat generation di Emanuele Bevilacqua); i sorprendenti “Sonagli” di Laterza; l’illustratissima “Universale Electa/Gallimard”; la “Storia dei Movimenti e delle Idee” di Editrice Bibliografica; i “Taschinabili” di Fahrenheit 451 collezionati direttamente nella libreria e casa editrice di Campo de’ Fiori; i “Vascelli” della Biblioteca del Vascello; le diverse collane della fortunata stagione dei Libri dell’Unità (negli anni veltroniani del quotidiano, a partire dal 1993 erano uscite le monografie del Castoro su cinema e letteratura; “L’ABC della fantascienza”: Asimov, Bradbury, Clarke; “Scrittori tradotti da scrittori”) e via catalogando. Tutto rigorosamente in lire.

Tutto da mettere in valigia quest’estate, per un viaggio che potrebbe anche non avere destinazione, dato che la meta è già, evidentemente, in queste pagine.

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Breve appendice estiva
Volendo trasformare questo viaggio fra i libri della mia formazione in un breve elenco di consigli di letture estive, ripesco cinque titoli molto diversi fra loro. Ognuno aveva avuto un significato particolare quando li “persi” nel garage di mia mamma, e ha creato un’altrettanto significativa epifania al suo ritrovamento.

Poesia: Anna Achmatova, 47 poesie
Umorismo: Riccardo Cassini, Nutella Nutellae
Fotografia: Luciano De Crescenzo, La Napoli di Bellavista
Narrativa: Marco Lodoli, Diario di un millennio che fugge
Saggistica: Marcelle Padovani con Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra

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