Var e AI hanno una cosa in comune
«Non si tratta solo di immagini o di gol. Per gran parte della mia vita vedere è stato sufficiente. Oggi è il contrario. Tutto può essere ricreato, smentito, confermato da un secondo parere. Si è modificato il ritmo con cui un’emozione riesce a diventare tale. Tra l’evento e la reazione si apre sempre più spesso un intervallo, uno spazio vuoto che non riesco a riempire»
- Condividi
- X
- Regala il Post

Avevo forse dieci anni quando un giocatore tedesco dal lungo cognome – che tutti chiamavamo semplicemente Kalle – durante una partita di Coppa Uefa si alzò in cielo per deviare in rovesciata il cross di un compagno. Sobbalzai sul divano, con tutta la mia famiglia. L’inquadratura successiva ritraeva un arbitro con le spalle curve e un braccio alzato. Il gol era stato annullato per gioco pericoloso. Conservo ancora il sentimento di una profonda ingiustizia. Non solo perché il gol era valido, ma perché ho dovuto rimangiarmi un’esultanza già consumata.
La mia passione per il calcio, solida fin dall’infanzia, ha assunto proporzioni quasi patologiche. Ammetto di conoscere anche i giocatori della squadra giovanile del mio club e di almanaccare spesso, prima di addormentarmi, la formazione della partita successiva, oltre ad articolate operazioni di calciomercato.
Quella per il cinema – che è anche una professione – si è definita nell’adolescenza e si è organicamente estesa nel tempo includendo la fotografia. Vedo moltissimi film, per piacere e per lavoro, e ogni settimana passo ore a setacciare siti di tutto il mondo, alla ricerca di fotografi sconosciuti le cui opere finiscono nel mio archivio di collezionista virtuale e talvolta sulla mia pagina social.
I progressi tecnologici hanno tuttavia fatto sì che quel godimento immediato davanti a un’immagine o a un gol sia ora inquinato dalla stessa presenza ingombrante: quella del dubbio.
– Leggi anche: La fine della fine di Giacomo Papi
Davanti al flusso di video dei social network, alle pagine di una rivista fotografica o alle sequenze di un nuovo film, è oggi un riflesso comune interrogarsi sulla natura di quelle immagini – se siano reali o generate dall’AI. La questione riguarda ogni forma di rappresentazione realistica e pone evidenti problemi etici oltre che estetici, soprattutto quando si tratta di immagini che rivendicano uno statuto documentario. Il tema merita ben altro approfondimento, per questo intendo considerarne unicamente la dimensione temporale: non l’opposizione tra reale e artefatto, ma il tempo che intercorre tra percezione e piacere.
Esiste naturalmente un’enorme differenza tra finzione e inganno. Non ho alcuna difficoltà a lasciarmi trasportare dallo sguardo di E.T., dalle visioni di 2001: Odissea nello spazio o dalle architetture di Metropolis. In quel caso il patto è chiaro: siamo in mondi artificiali e l’intensità dell’immagine resta intatta perché non richiede alcuna verifica. Il problema nasce nel momento in cui questo equilibrio si rompe, quando non so più se posso fidarmi di ciò che vedo.
Mentre ammiro il battello a vapore di Fitzcarraldo in bilico sul crinale di una montagna, issato da centinaia di persone con un argano rudimentale, per me è rilevante sapere che si tratta dell’idea folle di un regista visionario, affiancato da una troupe pronta a seguirlo nel suo delirio, e non del lavoro di un algoritmo a seguito di un prompt, per quanto sofisticato. Nei film contemporanei che fanno uso massiccio dell’AI, la suspension of disbelief – ovvero la sospensione dell’incredulità su cui si basa il patto tra chi racconta una storia e chi ci crede o finge di farlo – resta intatta rispetto alla storia e ai personaggi perché riesco ancora a crederci e a commuovermi, ma si incrina rispetto alla loro fabbricazione. È come se alla fiducia nell’immagine si sostituisse una suspension of belief, una sospensione della credulità, ed è questo che ormai è diventato il mio criterio di lettura della fotografia o dei video giornalistici.

Sul set di Fitzcarraldo diretto da Werner Herzog, Perù, 10 luglio 1981 (Jean-Louis Atlan/Sygma via Getty Images)
Susan Sontag definiva la fotografia un certificato di presenza: la prova che qualcosa è davvero esistita davanti all’obiettivo. Ora, davanti a un ritratto di straordinaria intensità o a un paesaggio che sembra impossibile, la prima domanda che mi faccio non è più «come è stata scattata?», ma semplicemente «è stata scattata?». E questa domanda basta a interporre una distanza tra me e l’immagine, generando la necessità di una verifica e una conseguente attesa di validazione.
Con il calcio quell’attesa si misura in minuti. Se la revoca del gol di Kalle arrivò dopo pochi istanti, oggi possono passare minuti prima che il VAR – un protocollo di convalida attraverso sofisticate strumentazioni video – comunichi se il gol è regolare oppure no.
– Leggi anche: Salvati dagli errori di Vincenzo Latronico
Grazie al VAR il calcio ha forse guadagnato in termini di giustizia. Ma ha introdotto un tempo morto in cui l’esultanza resta in sospeso. Una sorta di crisi di fiducia nei sensi, ma anche qualcosa di più sottile: quando esultavo per Kalle, lo facevo con la mia famiglia, con gli altri tifosi allo stadio. Oggi quell’esperienza collettiva si scompone talvolta in una serie di esultanze leggermente asincrone, davanti alla pausa dell’azione in cui verrà sancita l’eventuale convalida del gol.
Parliamo ovviamente di attese di natura diversa: il VAR sospende il giudizio su ciò che è accaduto, l’intelligenza artificiale sul modo in cui è stato creato. Ma l’effetto soggettivo è simile. Il piacere viene sospeso in una sorta di purgatorio della certificazione.
Non si tratta solo di immagini o di gol. Per gran parte della mia vita vedere è stato sufficiente – non perché tutto fosse vero, ma perché bastava che lo fosse in quel momento, e la fiducia precedeva la verifica. Oggi è il contrario. Viviamo in un mondo in cui quasi tutto può essere ricreato, analizzato, smentito, confermato da un secondo parere. Si è modificato qualcosa di più sottile del giudizio: il ritmo con cui un’emozione riesce a diventare tale. Tra l’evento e la reazione si apre sempre più spesso un intervallo, e in quell’intervallo c’è uno spazio vuoto che non riesco a riempire.
Continuo a cercare immagini che mi sorprendano e partite che mi emozionino. Ma il dubbio è diventato parte del paesaggio. Non è cambiato ciò che vedo. È cambiato il momento in cui ci credo.
– Leggi anche: Ripensamenti di un expat di Adriano Valerio





















