Parliamo sempre meno

È emerso da dati raccolti nell’arco di quattordici anni, e abbiamo detto fin troppo

Una fila di clienti concentrati ognuno sul proprio smartphone
Clienti in fila in attesa dell’apertura di un negozio di abbigliamento, a New York (Robert Alexander/Getty Images)
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Rispetto al passato le persone parlano meno, sia al telefono che faccia a faccia, con conoscenti o sconosciuti. Due psicologi statunitensi che si occupano di questo fenomeno da oltre vent’anni, Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, ne hanno scritto a marzo in una ricerca molto commentata da allora. Si basa su decine di studi condotti tra il 2005 e il 2019, in cui ai partecipanti era stato chiesto di indossare ogni giorno per lunghi periodi dei registratori ambientali.

Dall’analisi delle registrazioni quotidiane di 2.197 persone – di età compresa tra i 10 e i 94 anni, e residenti perlopiù negli Stati Uniti, ma anche in Messico, Australia ed Europa – è emerso che tra il 2005 e il 2019 il numero medio di parole pronunciate ogni giorno da ciascuna è diminuito del 28 per cento. È passato da circa 16mila parole quotidiane nel 2005 a circa 12.700 nel 2019, senza differenze significative tra donne e uomini.

Ogni persona, di anno in anno, pronunciava in media 338 parole al giorno in meno rispetto alla media giornaliera dell’anno precedente. Corrispondono in totale a circa 120mila parole all’anno in meno, di anno in anno: più o meno 15 ore di conversazione, considerando un ritmo normale di 140 parole al minuto.

Un gruppo di persone concentrate ognuna sul proprio smartphone

Un gruppo di persone a una fermata dell’autobus a Giacarta, Indonesia, il 6 marzo 2026 (AP Photo/Dita Alangkara)

I dati attestano una diminuzione delle conversazioni, ma non forniscono risposta a molte domande rimaste aperte. Non è chiaro, per esempio, se siano diminuite le conversazioni solo tra amici, solo tra familiari o solo tra sconosciuti, o se siano diminuite in generale tutte le parole pronunciate, senza distinzioni.

Per molti aspetti è una tendenza poco sorprendente. Maneggiare in silenzio lo smartphone è diventato normale e socialmente accettabile in diverse situazioni in cui un tempo solo parlare poteva togliere le persone dall’imbarazzo del silenzio: in attesa dal medico, alle fermate dei mezzi pubblici, in taxi, in ascensore, al ristorante. E si possono fare con lo smartphone in silenzio molte cose per cui un tempo parlare era proprio necessario: come ordinare del cibo, per esempio, o prenotare un ristorante.

La tendenza storica descritta nella ricerca coincide in effetti con la progressiva diffusione degli smartphone e con un precedente, generale spostamento della comunicazione verso i canali digitali, probabilmente influente sulla riduzione delle parole parlate. Come ha detto Pfeifer al Post, almeno una parte delle parole che prima venivano pronunciate oggi viene trasmessa per iscritto, tramite app e messaggi.

Email ed SMS hanno permesso di rendere testuali molte conversazioni che in precedenza sarebbero state soltanto orali, più raramente epistolari, o non si sarebbero svolte affatto. I social media hanno poi ulteriormente raccolto e gratificato il bisogno di comunicare delle persone, riducendo allo stesso tempo la loro attitudine a frequentare i luoghi in cui prima si chiacchierava, e in cui per forza di cose era più facile farlo anche con persone sconosciute o esterne alla propria cerchia.

Una coppia seduta a un tavolino, ognuno sul proprio smartphone

Una coppia seduta fuori da un bar a Roma, il 2 ottobre 2023 (Patrick Smith/Getty Images)

È possibile che il numero totale di parole che produciamo, quindi anche di quelle scritte, non sia diminuito nel tempo. E potrebbe persino essere aumentato. Se poi la parola scritta sia sufficiente a soddisfare ed esaurire tutti i bisogni comunicativi umani è un altro discorso, non facile. «I messaggi testuali rappresentano una forma di comunicazione molto limitata, in cui abbiamo a disposizione un solo canale, mentre nelle conversazioni verbali ce ne sono a disposizione diversi, come espressioni facciali, tono, gesti, postura e contesto», spiega Pfeifer.

Gli smartphone sono quasi certamente una parte della spiegazione, ma non tutta, e lo si può supporre anche sulla base di aspetti anagrafici emersi nella ricerca. La diminuzione delle parole pronunciate è in effetti più marcata tra le persone più giovani, che per comunicare utilizzano messaggi e social media presumibilmente più delle persone adulte e anziane. Quelle con meno di 25 anni hanno pronunciato in media 451 parole al giorno in meno rispetto alla media giornaliera dell’anno precedente.

Ma anche le parole pronunciate dalle persone con più di 25 anni stanno diminuendo: 314 parole al giorno in meno, di anno in anno. E questo lascia supporre che il fenomeno sia esteso e trasversale, in parte generazionale e in parte legato a cambiamenti strutturali nel modo in cui le persone si riuniscono e comunicano.

Un’altra ipotesi che spiegherebbe perché le persone parlano meno, solo in parte correlata agli smartphone, è la progressiva diminuzione delle brevi interazioni informali di tutti i giorni. Casse automatiche, colonnine touchscreen e navigatori GPS, per esempio, hanno ridotto le occasioni di scambiare due parole con qualcuno, anche solo per chiedere indicazioni o per stipulare un contratto telefonico. E anche la diffusione crescente del lavoro da remoto e non in ufficio potrebbe essere stato un fattore influente.

Una donna utilizza una cassa automatica

Una donna utilizza una cassa automatica in un minimarket a Schnega, in Germania, il 16 agosto 2022 (Morris MacMatzen/Getty Images)

Alcune persone diffidano del valore delle registrazioni come metodo scientifico di raccolta dei dati, ma è una tecnica usata nelle scienze sociali da diversi decenni. Prima si usavano dei micro-registratori a cassetta, ultimamente delle app per smartphone.

Charles Raison, un ricercatore e professore di psichiatria all’università del Wisconsin-Madison, ha utilizzato spesso questo metodo nei suoi studi, e ha raccontato di recente al New Yorker che le persone si dimenticano abbastanza velocemente di essere registrate. Di solito, per questioni di privacy, indossano una spilla che informa i loro interlocutori della possibilità che le conversazioni siano registrate per una ricerca.

Ma alla fine nelle conversazioni non si parla praticamente mai della ricerca, e le persone non sembrano influenzate da quell’informazione. «Dopo un po’, i partecipanti si rilassavano. Facevano sesso con il registratore nella stanza. Andavano in bagno con il registratore addosso», ha detto Raison.

Una ragazza e un ragazzo su una panchina, lei distesa con la testa sulle sue gambe, lui concentrato sullo smartphone

Una coppia in un parco a San Pietroburgo, Russia, il 19 giugno 2026 (AP Photo/Dmitri Lovetsky)

Uno dei limiti della ricerca segnalato dallo stesso Mehl, l’altro autore insieme a Pfeifer, è piuttosto il fatto che includa solo dati provenienti da società occidentali e individualiste. Non è detto che in culture più collettiviste le conversazioni faccia a faccia e le interazioni casuali e spontanee siano diminuite. Un altro limite è che la raccolta dei dati si ferma al 2019, e non è possibile stabilire se da allora la tendenza sia cambiata. «Sarei sorpreso se si fosse invertita», ha detto, citando la riduzione della socialità per la pandemia.

Sia lui sia Pfeifer si sono chiesti se la diminuzione delle conversazioni abbia costi individuali e sociali, e quali, anche se è un aspetto di cui la ricerca non si occupa direttamente. «Diversi studi hanno dimostrato, e altri ancora ne occorrono, che i legami sociali che creiamo tramite messaggi o chat non sono forti quanto quelli che si formano attraverso interazioni faccia a faccia, e che le persone che intrattengono più conversazioni verbali tendono ad avere un maggiore benessere psicologico», dice Pfeifer.

Due bambini con uno smartphone seduti vicino a due donne anziane

Due bambini seduti vicino a due donne anziane su una panchina in una piazza a Chongqing, Cina, il 28 febbraio 2025 (Cheng Xin/Getty Images)

Sarebbe sbagliato immaginare le parole in meno misurate nella ricerca come un’unica lunga conversazione che le persone hanno smesso di avere ogni giorno. Come scrivono Mehl e Pfeifer, «trecento parole al giorno potrebbero corrispondere a una breve conversazione in corridoio con un vicino, un collega o persino uno sconosciuto. Una barzelletta raccontata ai propri cari. Una risposta più dettagliata alla domanda: “Com’è andata la giornata?”».

Sono parole che prima erano distribuite in vari brevi momenti della giornata. E pronunciarle e ascoltarle, anche se sembra una cosa di poco conto, potrebbe contribuire a ridurre la sensazione di isolamento e di solitudine di molte persone. Conversare con gli sconosciuti, in particolare, può servire anche a imparare cose nuove, migliorare l’umore e limitare la diffidenza.