Lavorare da remoto ci fa stare peggio?

Secondo un’ampia ricerca uscita su Science avrebbe effetti negativi sulla salute mentale, soprattutto di chi vive da solo

La vista su due stanze vuote, fotografate da un corridoio al buio
L’interno di una casa a Berlino, in Germania, il 30 ottobre 2020 (Sean Gallup/Getty Images)
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Un’ampia ricerca condotta negli Stati Uniti e pubblicata a giugno sulla rivista Science sostiene che la diffusione del lavoro da remoto abbia ridotto la socialità e peggiorato la salute mentale di molti lavoratori e lavoratrici. Lo studio descrive questi effetti come una specie di costo umano nascosto, spesso trascurato perché il lavoro da remoto è tendenzialmente apprezzato da chi lo svolge e desiderato da chi non può farlo. La ricerca ha ricevuto attenzioni anche per il metodo e per le dimensioni significative della popolazione presa in considerazione: oltre mezzo milione di americani.

Le autrici sono tre economiste: Natalia Emanuel della Federal Reserve Bank of New York, Emma Harrington dell’università della Virginia e Amanda Pallais dell’università di Harvard. Hanno messo insieme i dati di cinque grandi sondaggi condotti negli Stati Uniti tra il 2011 e il 2024, escludendo il 2020 e il 2021, gli anni della pandemia, su un totale di oltre 588mila lavoratori e lavoratrici. E hanno suddiviso l’intero campione della ricerca in due gruppi, sulla base di un indice standard che distingue tra professioni svolte soltanto o perlopiù in presenza (medici, infermieri, cuochi, eccetera) e altre che possono essere svolte da remoto (ingegneri informatici, impiegati e altre, che negli Stati Uniti sono circa un terzo del totale).

L’obiettivo era analizzare le risposte date nel corso del tempo, per confrontare se e come la salute mentale dei lavoratori e delle lavoratrici e il loro tempo trascorso in solitudine fossero cambiati una volta superata la fase più intensa della pandemia. Da allora molti settori hanno infatti introdotto stabilmente il lavoro da remoto o modalità ibride con quello in presenza: si stima che circa il 28 per cento delle giornate lavorative degli statunitensi di età compresa tra 20 e 64 anni sia interamente in remoto (quattro volte più che nel 2019 e dieci volte più che a metà degli anni Novanta). E proprio dal gruppo di professioni che permettono lo smart working sono emersi i risultati della ricerca più significativi.

Una donna lavora in casa

Una donna lavora in casa a Berna, Svizzera, il 22 agosto 2020 (Stefan Wermuth/Bloomberg/Getty Images)

In media, i lavoratori e le lavoratrici di settori che permettono il lavoro da remoto dicevano di trascorrere circa un’ora in più da soli e presentavano più segni di disagio psicologico rispetto a chi non lavorava da remoto. Dall’analisi delle risposte emergeva che il tempo trascorso in solitudine non veniva recuperato in attività sociali prima o dopo il lavoro, e che durante il lavoro da remoto le persone comunicavano meno con i colleghi e interagivano meno con team diversi dal proprio.

Tra chi viveva da solo gli effetti psicologici del lavoro da remoto erano maggiori rispetto a chi viveva con altre persone. Negli ultimi anni, circa il 25 per cento dei lavoratori e delle lavoratrici da remoto che vivevano soli diceva di trascorrere l’intera giornata senza nessun contatto sociale di persona. Ed è probabile che un isolamento così diffuso, secondo le autrici, abbia avuto ripercussioni negative molto estese sulla salute mentale di quel sottogruppo.

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Anche l’aumento di stress riferito, visite psichiatriche e prescrizioni di antidepressivi e ansiolitici, è risultato più marcato in chi lavorava da remoto e viveva in solitudine. Una spiegazione plausibile, secondo le autrici, è che l’ufficio sia un luogo in cui per le persone è facile farsi degli amici, come avviene per esempio in altri luoghi frequentati abitualmente, come luoghi di culto, scuole, palestre. «Creare e mantenere queste amicizie richiede quasi sempre incontri di persona: il nostro cervello è programmato per connettersi faccia a faccia, e persino gli strumenti digitali più avanzati sono un surrogato inadeguato», hanno scritto Emanuel e Harrington.

Un gatto domestico in una cesta vicino a un laptop

Un gatto domestico in una cesta vicino a un laptop (Lewis Mulatero/Getty Images)

Le conclusioni della ricerca non implicano però che il ritorno in ufficio, che dopo la pandemia è stato imposto a molti dipendenti sia pubblici sia privati, sia una soluzione. Le autrici ricordano anzi che il lavoro da remoto ha anche molti effetti positivi sulla qualità della vita di lavoratori e lavoratrici: può ridurre le spese per il trasporto, permettere alle persone di passare più tempo con famiglia e amici, e rendere i luoghi di lavoro più accessibili per le persone con disabilità. Ma le conseguenze dovrebbero essere oggetto di studi più ampi e numerosi, in modo da strutturare meglio l’organizzazione del lavoro integrando modalità da remoto e in presenza.

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«Riguardo al lavoro da remoto la cosa migliore per la salute mentale è lasciare che le persone scelgano», ha detto a Scientific American Nicholas Bloom, economista dell’università di Stanford, non coinvolto nella ricerca ma autore di numerosi studi e analisi sull’impatto del lavoro da remoto. A seconda dei casi, secondo lui, gli effetti negativi dell’isolamento possono essere più che compensati dai vantaggi in termini di minore stress e maggior tempo trascorso con amici e familiari.

Anche altri ricercatori contestano la metodologia della ricerca, perché non permette di distinguere nel gruppo dei lavoratori da remoto se il lavoro fosse completamente da remoto o in modalità ibrida. Ed è una distinzione invece rilevante, perché in molte aziende la modalità ibrida è diventata la forma prevalente tra le due, ed è improbabile che abbia gli stessi effetti del lavoro completamente da remoto. Un altro limite della ricerca è che si basa sui dati del solo contesto statunitense, probabilmente influenzato da fattori specifici di quel contesto.

Persone alla scrivania viste attraverso le finestre di un ufficio

La facciata esterna di un ufficio a Londra, il 29 gennaio 2026 (John Keeble/Getty Images)

Fin dai primi anni dopo la pandemia, il lavoro da remoto è al centro di un dibattito molto polarizzato, in cui di solito prevalgono due tendenze contrapposte a intenderlo o come un diritto del lavoratore, o come una limitazione della libertà delle aziende di stabilire le modalità più appropriate per il lavoro richiesto. Negli studi scientifici, ancora limitati, prevale invece un approccio più sfumato, in cui sta gradualmente emergendo una tendenza a considerare convergenti gli interessi dei lavoratori e delle aziende.

«Mi chiedo spesso se il lavoro da remoto sia, tutto sommato, un vantaggio o un problema. Anche i datori di lavoro se lo chiedono, sebbene spesso sembriamo trovarci su posizioni opposte riguardo a questa questione così controversa», ha scritto la giornalista scientifica Sujata Gupta, che in passato ha lavorato per Nature e il New Yorker, tra gli altri, e dal 2019 lavora da remoto per il sito Science News. E ha aggiunto che questa sua esperienza le ha reso familiari «sia la sensazione di responsabilizzazione che quella di isolamento che possono accompagnare il lavoro in solitaria».

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Ne ha parlato con la ricercatrice Emma Zang, una sociologa dell’università di Yale non coinvolta nella ricerca ma autrice di un articolo di commento su questo tema uscito lo stesso giorno su Science. Zang ha detto che le aziende dovrebbero considerare le relazioni sociali come una «parte integrante della progettazione del lavoro», e quindi dovrebbero coordinarlo in base alle esigenze sia di gruppo sia individuali di ciascun dipendente, inclusi quelli che lavorano da remoto o in modalità ibrida.

Chiedere di lavorare in presenza tutti insieme potrebbe essere svantaggioso, perché il lavoro richiede sia momenti di concentrazione, sia interazioni informali, fondamentali per la creatività. E per chi lavora in modalità ibrida, secondo Zang, avrebbe invece più senso una programmazione ragionata degli incontri in ufficio. Quanto a chi lavora completamente da remoto, per limitare il rischio di isolamento, le aziende potrebbero valutare la possibilità di sovvenzionare le spese di affitto di spazi di coworking, oppure formare dei team specifici di lavoratori da remoto che occasionalmente ma stabilmente si incontrano di persona.