Il dilemma di liberarsi delle collezioni ereditate da nonni e genitori

Sono ingombranti, con un valore spesso solo affettivo, sia venderle sia smaltirle è un lavoraccio

(Esra Nur Kalay/Pexels)
(Esra Nur Kalay/Pexels)
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In una vecchia casa a centinaia di chilometri da dove vive, Mariavittoria Salucci possiede sessanta bambole di porcellana. Le ha comprate sua nonna in edicola, mese dopo mese, negli anni Novanta. «L’idea era quella di darmele da adulta perché, se ci avessi giocato da piccola, sicuramente le avrei rotte», racconta. Oggi stanno quasi tutte in un armadio, ancora impacchettate.

La sua è una storia tra tante: sempre più spesso chi riceve un’eredità, se è fortunato insieme ai soldi, si ritrova con enormi quantità di oggetti ingombranti e di dubbio gusto e valore, e che talvolta sono stati tenuti proprio con la convinzione che un giorno sarebbero stati preziosi. Le bambole di quella collezione, per esempio, si vendono a una decina di euro l’una su siti come eBay, ma molti hanno ereditato soprammobili, statuette, modellini, servizi da tavola che sul mercato dell’usato trovano pochi compratori, che si possono solo buttare e magari pagare qualcuno che lo faccia di mestiere. Spesso poi c’è anche il senso di colpa di buttare degli oggetti con del valore affettivo.

A partire dagli anni Sessanta, e soprattutto nei decenni successivi, l’espansione economica in Italia, il progredire della produzione industriale e il radicarsi del consumismo permisero a sempre più persone, anche non particolarmente benestanti, di comprare e accumulare oggetti. Oggi quelle persone sono anziane, e in molti casi muoiono senza aver smaltito quei beni da sé.

Sono oggetti, peraltro, di cui spesso le generazioni più giovani non sanno che farsi, sia perché vivono in spazi più piccoli rispetto a nonni e genitori, sia perché rispetto a qualche decennio fa è molto cambiato il rapporto delle persone con i propri hobby. Collezionare qualcosa mese dopo mese per vent’anni richiede tempo libero e una certa dedizione, ed entrambe le cose sono diventate rare: il primo è sempre più assorbito dal lavoro e da altre forme di intrattenimento, la seconda è mediamente diminuita a causa della maggiore quantità di stimoli e della minore soglia dell’attenzione.

Capire cosa si può e si vuole fare, con queste masse di oggetti, è complesso. Salucci, per esempio, dice di non aver mai pensato di buttare le bambole, per quanto ingombranti e «inquietanti», «per motivi affettivi, anche se alla fine manco le vedo mai». Per chi, invece, si decide a liberarsene, le vie possibili sono molte, faticose in modi diversi.

Intanto, si può cercare di regalare ad amici, parenti o associazioni quello che si trova in casa. Gregorio Conti ha ereditato dal padre una collezione di costruzioni Lego, anche rare ma usate nel tempo per giocare, e quindi con qualche pezzo mancante. Per venderle avrebbe dovuto smontare tutto e ripristinare le condizioni sufficienti a renderle interessanti per un altro collezionista. Così, ha regalato tutto ad amici del fratello che hanno figli, in modo che ci giocassero.

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In altri casi, ci si arrabatta con i contatti che si hanno. Marco Petraccia, per esempio, ha ereditato dal padre un grande quantitativo di oggetti rurali di uso comune, oltre a mobiletti e sculture in legno fatte a mano. «Pensava che avessero un valore inestimabile», dice: «sognava di aprire un museo o una galleria». Petraccia è riuscito a liberarsi di gran parte degli oggetti grazie a un conoscente antiquario che ha comprato alcuni pezzi e gli ha indicato a quale mercatino rivolgersi per il resto. Il mercatino ha portato via tutto con tre carichi di un camioncino, lasciando alla famiglia metà del ricavato. «Il costo maggiore è stato in termini di tempo e anche a livello emotivo», dice.

Altrimenti c’è sempre la possibilità di pagare una ditta di sgombero per svuotare una casa intera in un colpo solo. Sono aziende che arrivano con un camion e un paio di operai, portano via tutto quello che c’è, e si occupano poi di smistarlo tra quello che si può rivendere e quello che va conferito in discarica come rifiuto.

Il costo dello sgombero dipende dal valore degli oggetti trovati in casa: le stesse ditte spiegano nei loro materiali informativi che può anche essere gratuito se durante il sopralluogo trovano abbastanza cose rivendibili da coprire le spese. A Roma l’oggettistica mista, cioè piatti, vasi e soprammobili, viene quotata dai quindici ai venticinque euro a scatolone. Alcune città, come Milano, offrono anche servizi di ritiro in strada entro limiti di peso e di quantità precisi.

C’è poi un’opzione che richiede un certo dispendio di tempo e di energie: la vendita sul mercato dell’usato. Esistono naturalmente vari siti che permettono di mettere direttamente in vendita quel che si vuole – come Vinted, Subito.it o eBay – ma è un lavoro vero e proprio. Bisogna capire come funziona la piattaforma, fotografare ogni pezzo in modo che si veda bene e sembri appetibile, scrivere una descrizione, cercare a quanto lo stanno vendendo gli altri per capire a che prezzo metterlo.

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Poi bisogna rispondere ai messaggi, contrattare, imballare quello che si è venduto e portarlo al punto di ritiro, e ripetere tutto il procedimento per ogni pezzo. Nel caso di una collezione, questo significa moltiplicare l’operazione per decine o centinaia di volte, per ricavare cifre che spesso non ripagano il tempo impiegato. Chi ci prova finisce spesso per mettere in vendita l’intero lotto in blocco, a un prezzo molto più basso della somma dei singoli pezzi.

Lotti di sorprese Kinder in vendita su Vinted

Un’alternativa sono i negozi dell’usato in conto terzi, che in Italia sono circa tremila e secondo una stima del ministero dell’Ambiente rivendono ogni anno 230mila tonnellate di beni usati. In questo caso i privati portano i propri oggetti al negozio, che non li acquista direttamente ma li espone. Se qualcuno li acquista, trattengono una percentuale sul prezzo di vendita e danno il resto al proprietario.

Alessandro Giuliani, portavoce di Rete ONU, l’associazione di categoria degli operatori dell’usato, spiega che ci sono comunque delle categorie che difficilmente questi negozi accettano: «piatti da collezione venduti in abbonamento, statuette di produzione seriale, bomboniere e souvenir, articoli in rame e in peltro, servizi di bicchieri con gambo e da liquore, enciclopedie e i libri tascabili, centrini all’uncinetto», dice. «Funzionano poco anche i mobili ingombranti e gli armadi fuori misura, l’abbigliamento classico e i completi da uomo, e, ovviamente, videocassette, musicassette, CD, DVD e televisori non smart».

Quasi sempre, dice, si tratta di una questione di qualità: «C’è chi vende servizi di piatti di manifattura storica a cifre importanti, dopo pochi giorni di esposizione in negozio. I servizi di piatti più ordinari, al contrario, possono rimanere invenduti per mesi anche se sono offerti a un prezzo molto basso».

Quello che invece si vende bene, dice Giuliani, sono da una parte gli oggetti che servono a qualcosa, costano parecchio da nuovi e durano a lungo: utensili e articoli di ferramenta, attrezzatura sportiva, elettronica di consumo. Ci rientrano anche gli articoli per l’infanzia, perché i bambini crescono più in fretta di quanto le cose si consumino, e infatti esiste un intero settore di negozi dell’usato dedicato solo a quelli. La seconda categoria è quella degli oggetti di pregio, cioè il design, il modernariato e tutto ciò che ha una manifattura identificabile.

«Nel mezzo tra queste due fasce c’è la produzione seriale di media qualità, che oggi ha poco valore di mercato», dice. Giuliani spiega che i negozi – ma anche le bancarelle dei venditori più seri – calcolano il valore di ogni oggetto anche in base allo spazio che occupa e a quanto tempo è probabile che resti in stock. Quando nel mercato dell’usato circolano già moltissimi esemplari di una stessa categoria di oggetto, insomma, accettarne altri non è conveniente. Alberto Olivi, per esempio, ha ereditato dalla nonna materna le collezioni complete delle sorpresine degli ovetti Kinder degli anni Novanta. Ha guardato su internet se valessero qualcosa, e ha fatto vari giri in diversi mercatini dell’usato. «Mi hanno risposto che di quella roba sono decisamente saturi», dice.

Un’ultima strada, a cui si pensa raramente, sono le case d’aste, che non trattano soltanto pezzi di grande valore. In questi casi si comincia mandando le fotografie di tutti gli ambienti, in modo che la casa d’aste capisca se c’è qualcosa di interessante. In quel caso manda un esperto a fare un sopralluogo e una valutazione, che è gratuita, e trattiene poi una percentuale sul prezzo di vendita. Anche qui, però, funziona soltanto se si possiedono oggetti che hanno un mercato.

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