Altre storie di attentati in aereo falliti

Dopo l’11 settembre è stata quasi sempre questione di prontezza e abilità dell’equipaggio o dei passeggeri, ma anche di fortuna

(AP Photo/Alan Diaz)
(AP Photo/Alan Diaz)
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Sul dirottamento avvenuto mercoledì a bordo dell’aereo in volo tra Dubai e Tel Aviv e poi atterrato in Arabia Saudita alcuni dettagli sono ancora poco chiari. Le informazioni emerse fin dalle prime ore permettono però di includerlo in una casistica nota e con alcuni precedenti nella storia dell’aviazione civile: gli attentati falliti grazie – o anche grazie – all’intervento di qualcuno a bordo.

Il più famoso e raccontato è quello dei passeggeri che l’11 settembre 2001 non sventarono l’attentato, ma impedirono che uno dei quattro aerei dirottati negli Stati Uniti si schiantasse nel luogo prestabilito dagli attentatori. Morirono tutti, ma con il loro intervento evitarono morti tra i civili a terra, perché l’aereo precipitò su un terreno vuoto in Pennsylvania.

I dirottamenti da parte di persone a bordo sono diventati piuttosto rari dopo l’11 settembre, perché le misure di sicurezza introdotte da allora hanno reso quasi impossibile per il personale non autorizzato accedere alla cabina di pilotaggio. Hanno anche reso in generale molto difficile trasportare armi e oggetti pericolosi in cabina. Ma qualcuno ci è riuscito, e in quelle rare occasioni la prontezza dell’equipaggio e dei passeggeri a bordo è servita a sventare l’attentato.

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Pochi mesi dopo l’11 settembre, il 22 dicembre 2001, un cittadino inglese di 28 anni, Richard Reid, si imbarcò a Parigi sul volo 63 della American Airlines diretto a Miami. Nascosta nelle scarpe aveva una piccola quantità di TATP, un esplosivo potente quasi come il tritolo ma difficile da individuare con i controlli, perché fatto con materiali che si trovano anche in prodotti comuni come i disinfettanti. Durante il viaggio, dopo che alcuni passeggeri avevano segnalato un odore di fumo, un’assistente di volo vide Reid chino su un sedile che cercava di accendere un fiammifero.

Quando notò che aveva tra le mani una scarpa con una miccia, cercò di fermarlo ma fu spinta a terra; un’altra assistente fu morsa a una mano. Il trambusto attirò l’attenzione degli altri passeggeri, tra i quali un ex giocatore di basket, che riuscirono a immobilizzare Reid – un omone di 1 metro e 93 – fino alla fine del volo. L’aereo, scortato da aerei da caccia, fu fatto atterrare a Boston.

Si scoprì che Reid, arrestato e in seguito condannato all’ergastolo, era stato addestrato da al Qaida. Secondo gli artificieri dell’FBI, i circa 280 grammi di esplosivo che aveva nelle scarpe erano sufficienti per un’esplosione che avrebbe provocato uno squarcio nella fusoliera e avrebbe fatto precipitare l’aereo. Una delle ipotesi degli investigatori per spiegare le difficoltà impreviste dell’attentatore fu che l’esplosivo si fosse inumidito: Reid indossava quelle scarpe già dal giorno prima, quando aveva provato a imbarcarsi su un altro volo ma era stato respinto.

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Un tentativo simile si verificò il giorno di Natale del 2009, a bordo del volo Northwest Airlines 253, in viaggio da Amsterdam a Detroit. Tra i passeggeri c’era un uomo nigeriano di 23 anni, Umar Farouk Abdulmutallab, che aveva studiato ingegneria a Londra. Secondo le testimonianze degli altri passeggeri, rimase chiuso in bagno per una ventina di minuti mentre l’aereo si stava avvicinando a Detroit. Poi uscì e tornò al suo posto, dove chiese una coperta e, di nascosto, cercò di fare detonare una piccola bomba rudimentale. Era fatta in parte con lo stesso esplosivo usato da Reid otto anni prima, ma in questo caso era cucita all’interno dei pantaloni e della biancheria.

La detonazione provocò delle piccole esplosioni, come di petardi, che bruciarono i pantaloni e le gambe di Abdulmutallab. Un passeggero olandese di 28 anni, seduto nella sua stessa fila, scavalcò gli altri per lanciarsi verso di lui: gli tolse dalle mani un pezzo di plastica in fiamme e lo immobilizzò, mentre gli altri passeggeri e assistenti di volo spegnevano il fuoco con una coperta.

Abdulmutallab, già noto ai servizi segreti britannici per i suoi rapporti con gruppi estremisti, fu arrestato all’atterraggio e curato per le ustioni alle mani e alle gambe, e infine processato e condannato anche lui all’ergastolo. Dalle indagini emerse che non era riuscito a provocare una grande esplosione per un difetto del detonatore.

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Un caso di dirottamento con uno scontro tra passeggeri a bordo avvenne durante un volo interno del 29 giugno 2012 nel nord ovest della Cina, ma le ricostruzioni si basano solo sulle informazioni diffuse dalle autorità cinesi, mai confermate da fonti indipendenti. Si verificò sul volo Tianjin Airlines 7554, partito da Hotan e diretto a Ürümqi, nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, con 101 persone a bordo. Dieci minuti dopo il decollo, secondo diversi testimoni, sei uomini cercarono di prendere il controllo dell’aereo. Erano di etnia uigura, la minoranza cinese turcofona e prevalentemente musulmana che vive perlopiù nello Xinjiang, da anni oppressa da politiche repressive del governo cinese.

Secondo la versione ufficiale, alcuni dirottatori avevano finto una disabilità e si erano imbarcati con sbarre di metallo nascoste nelle stampelle. Gli altri passeggeri e l’equipaggio si scontrarono con i dirottatori, due dei quali morirono a causa delle ferite. L’aereo invertì la rotta e atterrò a Hotan, dove altre persone a bordo furono soccorse e medicate. I due uiguri furono gli unici morti. Il Congresso mondiale uiguro, un’organizzazione internazionale con sede in Germania, contestò la versione ufficiale e sostenne che la rissa a bordo fosse stata provocata da un litigio per i posti tra passeggeri uiguri e cinesi han, il gruppo etnico maggioritario del paese.

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Prima dell’11 settembre i casi di dirottamenti erano molto più frequenti, ma raramente davano luogo a scontri violenti in volo tra dirottatori armati e passeggeri disarmati. A intervenire erano perlopiù negoziatori esterni o personale armato a bordo, ma la convinzione comune in caso di dirottamento era che i civili potessero essere salvati assecondando le richieste dei dirottatori (spesso con uno scambio di prigionieri).

Quei casi risalgono soprattutto alla fine degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta, quando l’intensificazione degli scontri tra Israele e Palestina portò a numerosi dirottamenti da parte di terroristi palestinesi, sia di voli della compagnia israeliana El Al sia di altri. Il primo della serie è ricordato come il dirottamento più lungo della storia: cominciò il 23 luglio 1968, quando l’aereo del volo El Al 426 in viaggio da Roma a Tel Aviv fu dirottato ad Algeri da membri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), e si concluse dopo 40 giorni di trattative con il rilascio di tutti i passeggeri in cambio della liberazione di alcuni prigionieri palestinesi.

Il caso probabilmente più noto di dirottamento finito con uno scontro a bordo fu invece il volo El Al 219, partito da Tel Aviv il 6 settembre 1970 e diretto a New York, con 148 persone a bordo. Anche in questo caso i dirottatori erano due membri armati dell’FPLP, che a un certo punto del volo corsero verso la cabina di pilotaggio minacciando l’equipaggio di far esplodere una granata. Secondo le ricostruzioni, il pilota effettuò una manovra che fece perdere l’equilibrio ai dirottatori, e nello scontro che ne seguì uno dei due fu ucciso da un agente di sicurezza a bordo. L’aereo effettuò poi un atterraggio di emergenza all’aeroporto di Heathrow.

In quella stessa giornata l’FPLP dirottò con successo e senza scontri altri due aerei, facendoli atterrare a Dawson’s Field, un vecchio campo d’aviazione inglese della Royal Air Force nel deserto della Giordania settentrionale. Dopo la liberazione degli ostaggi, gli aerei furono fatti esplodere.

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