Gli allevamenti di pesce hanno un problema con le acciughe
Con un effetto a catena, la decisione del Perù di sospenderne la pesca potrebbe far aumentare i prezzi del pesce anche nei nostri supermercati
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Gli allevamenti di pesce sono alle prese con un aumento globale dei costi, causato anche da un fattore all’apparenza secondario: la decisione del Perù di sospendere la pesca dell’acciuga peruviana (Engraulis ringens), a causa del fenomeno climatico noto come El Niño. Gli effetti di questa scelta mostrano bene come, in un mercato interconnesso, problemi locali possono avere ripercussioni globali.
Le acciughe sono uno degli ingredienti più usati per gli alimenti negli allevamenti di pesce, e il Perù è di gran lunga il principale produttore: pesca quasi il 40 per cento delle acciughe a livello mondiale, più della Cina (12 per cento) e del Messico (10 per cento), per esempio. Secondo i dati dell’Organizzazione degli ingredienti marini (IFFO), un’organizzazione di settore, dalle acciughe peruviane si ricava il 15-20 per cento del cibo per gli allevamenti di tutto il mondo.
Da maggio il governo peruviano ha sospeso la pesca delle acciughe nelle aree vicine alla costa nel nord e nel centro del paese, ossia dove di solito se ne pescano di più. Lo ha fatto per ragioni legate all’arrivo di El Niño, un fenomeno ricorrente che, tra le altre cose, provoca il riscaldamento delle acque vicino alle coste delle Americhe.
Normalmente lungo la costa del Perù è presente una corrente fredda, la corrente di Humboldt, che va dal sud del Cile al nord del Perù e favorisce la risalita verso la superficie di acque ricche di nutrienti fondamentali per la sopravvivenza di mammiferi e pesci, incluse le acciughe.
Il riscaldamento provocato da El Niño mette in crisi questo sistema: la risalita delle acque con nutrienti è più difficile e le acciughe adulte, per inseguire il cibo, si spostano a una profondità maggiore, dove le reti dei pescatori non arrivano. Alcune restano nelle zone abituali, ma sono perlopiù molto giovani e pescarle non è sostenibile: gli esemplari più giovani sono anche quelli che in futuro potranno riprodursi, e pescarne troppi farebbe declinare la popolazione.

La corrente di Humboldt (Wikimedia Commons)
Già alla fine del 2025, in previsione dell’arrivo di El Niño, il Perù aveva deciso che la pesca delle acciughe sarebbe stata meno intensa rispetto al passato. A maggio poi ha rilevato che tra le acciughe pescate la percentuale di esemplari giovani era troppo alta, e ha deciso di sospenderla.
Meno acciughe pescate significa molto meno cibo per gli allevamenti, e che quello che c’è costa più caro. Già da mesi – in previsione degli effetti delle restrizioni – il prezzo della farina di pesce, usata come ingrediente per i mangimi, è aumentato molto: secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, nel primo trimestre del 2026 una tonnellata costava 1.999 dollari, e 2.360 dollari in quello successivo. Un anno fa il prezzo era di 1.452 dollari.

Alcuni pescatori scaricano delle acciughe al porto di El Callao, in Perù, nel 2012 (AP/Rodrigo Abd)
Con un effetto a catena, gli aumenti nei prezzi dei mangimi fanno aumentare quelli dei prodotti finiti, e quindi si ripercuotono sui consumatori. Javier Blas, scrittore e opinionista di Bloomberg esperto di merci ed energia, sostiene che il prezzo del salmone potrebbe salire anche del 20-25 per cento nel 2027.
La mancanza di acciughe e il costo del mangime sono un problema per il mercato a livello globale, anche perché negli ultimi decenni la quantità di pesce allevato è aumentata moltissimo.
Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nel 1990 la quantità di pesce pescato è stata di 84,6 milioni di tonnellate, quella del pesce allevato 13 milioni. Nel 2025 la quantità di pesce pescato è aumentata leggermente (92,9 milioni di tonnellate), mentre quella del pesce allevato è aumentata di quasi 7 volte: 102 milioni di tonnellate.
Anche il consumo di pesce è aumentato parecchio a livello globale, passando da una media di 13,4 chili per persona a livello mondiale nel 1990 a 21,3 chili nel 2024, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.
Questi cambiamenti sono dovuti soprattutto all’aumento della produzione e del reddito nei paesi del sudest asiatico, in particolare la Cina, che è il principale produttore mondiale di pesce in allevamento. È quindi anche uno dei paesi più esposti alle conseguenze della decisione del Perù, visto che nel 2025 la metà delle sue importazioni di farina di pesce veniva da lì.



