Come si è arrivati alla clamorosa sconfitta del governo sulla legge elettorale

E quanti sono stati i “franchi tiratori” del centrodestra che hanno votato contro le indicazioni di Giorgia Meloni

L'aula della Camera subito dopo la bocciatura dell'emendamento di Fratelli d'Italia sulla legge elettorale, il 14 luglio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
L'aula della Camera subito dopo la bocciatura dell'emendamento di Fratelli d'Italia sulla legge elettorale, il 14 luglio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Caricamento player

Martedì pomeriggio Giorgia Meloni ha subìto la sua più rilevante sconfitta parlamentare da quando è presidente del Consiglio: un emendamento proposto e fortemente voluto dal suo partito, Fratelli d’Italia, e su cui il governo si era esplicitamente dichiarato favorevole, è stato bocciato dall’aula della Camera col contributo decisivo dei partiti della maggioranza di governo. Riguardava una riforma che per Meloni è prioritaria: quella della legge elettorale. Almeno una quarantina di deputati di centrodestra, più probabilmente una cinquantina, ha votato contro le indicazioni della presidente del Consiglio.

È un fatto politico notevolissimo, ma non si può dire che fosse inatteso. Per tutta la giornata di martedì, infatti, l’umore prevalente nei gruppi di maggioranza alla Camera era che l’emendamento non sarebbe stato approvato, o che comunque la sua approvazione sarebbe stata estremamente a rischio. Meloni ha tentato varie soluzioni, alcune perfino in contraddizione tra loro, per provare a rimediare all’ultimo minuto: non è bastato. Per un solo voto, l’emendamento non è stato approvato.

Da ormai un anno Meloni incalza i suoi principali alleati, Antonio Tajani di Forza Italia e Matteo Salvini della Lega, per modificare la legge elettorale, cioè l’insieme di regole che servono a calcolare i seggi spettanti ai partiti in parlamento sulla base dei voti che hanno preso alle elezioni politiche: stabilire con quale legge si voterà è cruciale, visto che le prossime elezioni politiche si terranno l’anno prossimo, probabilmente in primavera.

Meloni ha insistito ma ha fatto anche un po’ di confusione. Il problema fondamentale è stato che tutte le modifiche da lei ipotizzate prospettavano, per un verso o per l’altro, maggiori vantaggi per il suo partito, a discapito proprio di Lega e Forza Italia.

Dopo mesi trascorsi a cercare di superare le resistenze degli alleati, e dopo faticose mediazioni, a fine febbraio era stato prodotto un testo condiviso: il cosiddetto Stabilicum, così chiamato dai proponenti proprio per ribadire lo scopo fondamentale della legge, e cioè garantire una maggioranza stabile e un governo duraturo (il nome in questa specie di latino maccheronico è un’abitudine italiana ormai consolidata, nata per attribuire ironicamente solennità ai nomi di leggi considerate problematiche).

– Leggi anche: Il governo è stato sconfitto in un importante voto sulla legge elettorale alla Camera

Lo Stabilicum prevede un premio di maggioranza consistente, cioè una quota di seggi extra da assegnare alla lista o alla coalizione che arriva prima: se prende almeno il 42 per cento dei voti, oltre ai seggi che già le spetterebbero ne vengono aggiunti 70 alla Camera (su 400 totali) e 35 al Senato (su 200), presi da un listino nazionale “bloccato”, cioè un elenco di candidati indicati dai partiti della coalizione, su cui quindi gli elettori non hanno possibilità di scelta.

Per spartire il resto dei seggi, invece, inizialmente la legge prevedeva che si votasse su listini anche in questo caso bloccati, e che quindi gli elettori potessero scegliere solo di votare un certo partito: chi sarebbe stato eletto e in che ordine lo avrebbero deciso i partiti stessi a priori. Si capì ben presto che entrambe le caratteristiche esponevano la riforma al rischio di bocciatura da parte della Corte costituzionale. Così a un certo punto si sono rese necessarie delle modifiche: il premio è rimasto sostanzialmente lo stesso, con delle limature, mentre il meccanismo dei listini è cambiato molte volte ed è stato infine l’oggetto del voto di martedì.

Con le varie modifiche si è passati dallo Stabilicum al Bignami, e poi al Bignami bis (Galeazzo Bignami è il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera); infine sono state apportate ulteriori correzioni al Bignami bis su alcuni dettagli.

Ma di nuovo, un accordo che sembrava ormai definito è stato rimesso in discussione. Meloni ha infatti preteso che si tentasse di inserire nel testo già concordato le cosiddette “preferenze”, cioè il sistema per cui l’elettore può indicare direttamente il candidato o la candidata a lui più gradita da eleggere in parlamento: quindi il contrario dei listini “bloccati”. Ma era una modifica sostanziale, che avrebbe scombussolato un po’ tutto il testo, e su cui era nota la contrarietà di Forza Italia e di Lega.

Da tempo in Fratelli d’Italia c’era la convinzione che sarebbe andata a finire così: loro avrebbero presentato un proprio emendamento a favore delle preferenze, gli alleati non lo avrebbero votato e la proposta sarebbe decaduta; ma in questo modo tutti alla fine avrebbero salvato la faccia. Meloni avrebbe potuto dire di averci provato davvero; Salvini e Tajani avrebbero comunque evitato di accettare una modifica a loro sgradita. Del resto, nessuno avrebbe potuto davvero accusare nessuno: il regolamento della Camera prevede che sulle materie elettorali si voti a scrutinio segreto, e dunque il voto di ciascun parlamentare non può essere noto.

Ma anche questo accordo s’è rivelato fallace. Anzitutto perché Fratelli d’Italia ha insistito talmente tanto sulle preferenze da caricare il voto di un grosso valore politico: una divisione della maggioranza sarebbe stata dunque difficilmente liquidabile come un banale disaccordo estemporaneo su un singolo aspetto della riforma. E poi perché l’espediente per “salvare la faccia a tutti” era così sfacciato che Roberto Vannacci, il leader di Futuro Nazionale che fa opposizione al governo da destra, aveva iniziato a denunciarlo come un inganno agli elettori.

A quel punto la presidente del Consiglio ha adottato un’altra strategia: introdurre le preferenze in un modo molto fittizio, così da provare a rendere accettabile questa proposta anche ai parlamentari di Forza Italia e della Lega, e magari anche a qualcuno delle opposizioni. E dunque lo scenario, nel giro di qualche giorno, è cambiato significativamente: non era più una mossa di facciata, ma un reale tentativo da parte di Fratelli d’Italia di introdurre le preferenze, sia pure in modo un po’ surrettizio.

Da fine giugno si sono tenute almeno cinque riunioni del gruppo di esperti dei partiti di maggioranza. E l’andamento delle discussioni era sempre un po’ lo stesso: quelli di FdI proponevano compromessi sempre più contorti per introdurre le preferenze in maniera attenuata, e leghisti e forzisti ribadivano la propria indisponibilità. Era insomma chiaro che Salvini e Tajani non erano d’accordo.

Galeazzo Bignami (quello col cellulare in mano), capogruppo di FdI alla Camera, e Giovanni Donzelli, principale ispiratore della riforma elettorale, dello stesso partito, alla Camera, martedì 14 luglio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Lunedì mattina, infine, Fratelli d’Italia ha depositato ugualmente un proprio emendamento, col capogruppo Bignami come primo firmatario e senza le adesioni di Lega e Forza Italia. Anche formalmente, quindi, la divisione era già netta. Meloni ha però tentato di convincere gli alleati in un altro modo: facendo depositare a Giovanni Donzelli, deputato e uno dei maggiori dirigenti del partito, anche un altro emendamento che introduceva ulteriori correttivi, e ulteriori distorsioni, al modello delle preferenze “attenuate”.

L’emendamento di Donzelli creava un meccanismo un po’ cervellotico pur di trovare un compromesso, ma in effetti era riuscito a tranquillizzare alcuni dei parlamentari di Lega e Forza Italia.

I leader del centrosinistra protestano contro la legge elettorale in piazza Montecitorio, a Roma, il 14 luglio 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Molte parlamentari hanno poi sollevato un altro problema politico: un po’ per sciatteria, un po’ per volere politico, nelle progressive riscritture dei vari emendamenti la maggioranza ha eliminato alcune significative norme che garantivano l’alternanza di genere nelle liste, ponendo una seria incognita sulle presenze di candidate donne. Questo ha generato grossi malumori tra le deputate di tutti i partiti, anche di quelli della maggioranza.

Percependo che la situazione stava precipitando, Meloni ha tentato infine un estremo azzardo: ha deciso di politicizzare il voto su quell’emendamento. Lo ha fatto dapprima rivendicando la necessità di approvarlo con un post su Facebook. E poi imponendo alla ministra per le Riforme costituzionali, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di esporsi direttamente, dichiarando che il governo esprimeva un parere favorevole su quell’emendamento. Per di più, informalmente, i dirigenti di Fratelli d’Italia hanno fatto circolare voci minacciose: minacciavano che in caso di sconfitta ci sarebbero state delle rappresaglie politiche, che Meloni avrebbe perfino potuto dimettersi, così da propiziare la fine della legislatura.

Sia i correttivi sia le minacce hanno indotto alcuni dei dubbiosi a tornare sui propri passi, e a votare a favore dell’emendamento. Ma non è bastato. Alla fine l’emendamento voluto da Meloni è stato respinto con 188 voti contrari. È quasi impossibile stabilire con esattezza quanti siano stati e in che partiti stessero i franchi tiratori, cioè i rappresentanti politici che votano in modo diverso da quello ufficialmente stabilito dal proprio schieramento. Qualcosa però si può dedurre con buona approssimazione.

Il resoconto delle votazioni effettuate martedì alla Camera (dal sito della Camera)

Martedì, quando si è iniziato a votare su altri aspetti e altri emendamenti della legge elettorale, le opposizioni potevano contare nel complesso su 143 voti, che in alcuni momenti sono saliti fino a 148 (la variazione è fisiologica e dipende dal fatto che non stanno sempre tutti in aula o non va sempre tutto liscio: c’è gente che va in bagno, gente che sbaglia a votare). L’emendamento finale è stato bocciato con 188 voti: vuol dire, grosso modo, almeno 40 franchi tiratori. Ma è realistico ipotizzare che qualche deputato delle opposizioni abbia votato a favore: molto probabilmente lo hanno fatto i 7 deputati di Italia Viva, che avevano ricevuto questa indicazione dal loro leader Matteo Renzi. Quasi certamente lo ha fatto anche una manciata di esponenti del PD.

Si arriva dunque agevolmente a 50 franchi tiratori, più o meno, distribuiti in gran parte tra Lega e Forza Italia, e in misura minore anche in Fratelli d’Italia.

L’analisi della legge elettorale è proseguita regolarmente, dopo qualche ora di trambusto, sia pur tra grosse polemiche. L’intenzione di Meloni è approvare ugualmente lo Stabilicum, sia pure senza le preferenze, provando così a ridimensionare l’incidente politico.