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  • Martedì 14 luglio 2026

La lingua sarda si può ancora salvare

Se ne parla nel nuovo numero di The Passenger, che smonta l'idea da cartolina che abbiamo della Sardegna

Un bambino svolge alcuni esercizi durante una lezione di lingua sarda in una scuola vicino a Cagliari. (Alessandro Toscano per The Passenger)
Un bambino svolge alcuni esercizi durante una lezione di lingua sarda in una scuola vicino a Cagliari. (Alessandro Toscano per The Passenger)
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La minoranza linguistica sarda è la più numerosa tra le 12 riconosciute in Italia: ne fa parte poco più di un milione di persone, quasi tutte bilingui. Eppure, fino a non molto tempo fa il sardo sembrava sul punto di scomparire: per molto tempo nonni e genitori non l’hanno insegnato ai figli, convinti che parlare bene l’italiano avrebbe garantito loro un futuro migliore. È una storia che accomuna i luoghi in cui c’è stata una dominazione: la lingua imposta diventa quella ufficiale mentre quella locale finisce per essere considerata dagli stessi parlanti un segno di inferiorità, da usare solo in famiglia e tra amici.

Oggi le cose sono cambiate e i tempi in cui i giovani erano scoraggiati dal parlare il sardo sono lontani: dal 2018 è stato riconosciuto come lingua ufficiale, varie leggi ne hanno promosso l’insegnamento, ci sono programmi radio e tv interamente in sardo, laboratori per bambini, e ragazzini che lo usano sui social. Come e perché sia successo lo racconta la scrittrice Paola Soriga nel nuovo numero di The Passenger, la rivista-libro di Iperborea sui luoghi del mondo, dedicato alla Sardegna.

Il volume racconta una Sardegna lontana dall’immagine da cartolina che molti di noi hanno in testa: le proteste contro le installazioni militari e la turistificazione, il proliferare dei festival letterari, lo spopolamento delle regioni interne, la diffusione dell’anemia mediterranea e, appunto, il recupero della lingua: di seguito potete leggere un estratto dell’articolo.

Il Poligono sperimentale e di addestramento interforze di Salto di Quirra, vicino al centro abitato di Perdasdefogu. (Alessandro Toscano per The Passenger)

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Una lingua con cui vivere
di Paola Soriga

Il cane mi guarda e aspetta che finisca di fare colazione. Trattiene l’entusiasmo a cui si lascerà andare tra pochi minuti, quando infilerò il giubbotto e prenderò il guinzaglio per portarlo a fare la sua passeggiata, come spesso faccio quando sono a casa dei miei genitori. È una domenica mattina di fine dicembre grigia e fredda, ma senza vento. Mentre camminiamo per le strade laterali del paese ascolto un episodio di un podcast che seguo, fatto da giornalisti che raccontano l’America Latina, si chiama Radio ambulante.

L’episodio che ascolto mentre il cane odora gli angoli delle strade racconta la storia di Sandrine, nata e cresciuta ad Haiti da madre colombiana e padre haitiano. In casa di Sandrine si parlava in spagnolo e a scuola in francese. Il creolo haitiano, la lingua dell’isola, le era proibito: non poteva parlarlo con i compagni di classe, né con la governante e neppure con suo nonno. Una lingua inutile, il creolo, la lingua dei poveri, la lingua della strada, proibita anche nella scuola. Suo padre era convinto che se Sandrine avesse imparato a parlare il creolo non avrebbe mai imparato un francese corretto. Quando la situazione nell’isola peggiora, nel 2004, dopo il colpo di stato, la famiglia si trasferisce in Colombia. Lei intanto cresce, studia, vuole fare la giornalista. Vuole tornare ad Haiti, raccontarla. Lo vuole fare nella sua lingua. Quando, nel 2024, manda il suo primo servizio del telegiornale in cui parla in creolo a suo padre, quel padre che non le permetteva di parlare quella lingua, lui si commuove. Lo condivide anche con gli altri parenti e la reazione è la stessa: commozione, gioia e anche stupore.

Quando il podcast finisce il cane non ha ancora voglia di tornare a casa. Pianta le zampe anteriori a terra e spinge il corpo verso il parco degli ulivi. Lo accontento e continuiamo a camminare. Io non smetto di pensare alla storia che ho appena ascoltato e mi ricordo della reazione della mia famiglia quando, nel 2023, ho fatto un programma a Radio Rai Sardegna sui romanzi sardi del Novecento, un programma tutto in sardo. Molti di loro hanno reagito come i parenti di Sandrine: commozione, complimenti, stupore.

Sono storie che si ripetono, che si assomigliano, pur nelle peculiarità dei singoli luoghi, in ogni terra in cui c’è stata una dominazione, una lingua imposta che è diventata quella ufficiale e un’altra lingua, quella che c’era prima, che è stata relegata agli ambiti familiari e amicali. In ogni terra in cui i parlanti, condizionati dall’ambiente, decidono che per i loro figli il riscatto sociale può avvenire solo attraverso l’apprendimento della lingua ufficiale, anche a discapito di quella che parlano loro, che hanno parlato i loro genitori, i genitori dei loro genitori.

Inizia a piovere piano e non ho bisogno di convincere il cane che è il momento di rientrare a casa. Quando arriviamo vuole per prima cosa andare a salutare mio padre e mia madre, poi si infila dentro al caminetto, si sdraia pericolosamente vicino ai ceppi. Io prendo la macchina e vado in città. Il mio paese, Uta, è un paese di pianura nella parte meridionale del Campidano, a una ventina di chilometri da Cagliari.

Per arrivarci passo da quella che chiamiamo la «pedemontana» e poi la strada delle saline. Non è la strada più breve o più veloce, ma ha una bellezza che incanta ogni volta. Mi lascio alle spalle le case basse, il campanile, gli orti; davanti a me, lontano e quieto, il monte.

Turisti tra le vie del centro storico di Alghero (Alessandro Toscano per The Passenger)

A Uta, nel 1959, nasceva mia zia Betti, ultima di nove figli. Il più grande era nato nel 1942. I miei nonni erano contadini e così anche i più grandi dei miei zii e delle mie zie, almeno fino a che mio nonno Giosuè è morto, proprio mentre lavorava nell’orto, ed è stato deciso di venderlo. Tutti loro hanno sempre parlato il sardo, dentro e fuori casa. Sono nati e cresciuti, hanno lavorato, fatto amicizia, amato, si sono divertiti, hanno pianto, pregato e riso, in sardo, nella sua varietà campidanese.

A scuola, i più grandi ci sono andati meno, i più piccoli di più, hanno imparato e parlato l’italiano, che diventava sempre più presente, sempre più importante. Sempre più affascinante, anche. Mia madre racconta che a farla innamorare di mio padre era stato anche il fatto che parlasse così bene l’italiano.

Per la maggior parte dei loro coetanei era ancora valido quello che raccontava a proposito della sua generazione lo scrittore Frantzìscu Masala, che era nato nel 1916, nelle pagine introduttive al suo romanzo Il parroco di Arasolè (Il maestrale, 2001):

«Sono nato in un villaggio di contadini e di pastori, in Goceano e Logudoro, nella Sardegna settentrionale e, durante la mia infanzia, ho sentito parlare e ho parlato solo in lingua sarda: in prima elementare, il maestro, un uomo severo sempre vestito di nero, ci proibì, a me e ai miei coetanei, di parlare nell’unica lingua che conoscevamo e ci obbligò a parlare in lingua italiana, la «lingua della Patria», ci disse. Fu così che, da vivaci e intelligenti che eravamo, diventammo, tutti, tonti e tristi».

Eppure, quando è nata zia Betti, è stato deciso che a lei si doveva parlare in italiano, la lingua che i più grandi avevano imparato con fatica: per lei sarebbe stato diverso. E tutti loro, quando sono nati i loro figli e le loro figlie, hanno iniziato a rivolgersi a noi, i nipoti, in italiano. Hanno continuato a parlare in sardo tra di loro, con i loro coetanei in paese, ma a noi hanno parlato in italiano. La lingua del presente, la lingua del futuro. La lingua che ci avrebbe dato opportunità e speranze, che avrebbe permesso l’inclusione sociale, che ci avrebbe proiettati verso il mondo nuovo. Come il francese per il padre di Sandrine.

Hanno fatto esattamente quello che temeva, molti anni prima, Antonio Gramsci.

«Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correntemente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. […] Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro». (Lettera alla sorella Teresina, 26 marzo 1927)

Le sorelle e i fratelli di Gramsci, più ancora i loro nipoti, dappertutto nell’isola, seppure in misure diverse, hanno fatto questo con i loro bambini: hanno impedito che parlassero liberamente in sardo, che succhiassero tutto il sardismo che volevano.

L’hanno fatto, si capisce, perché così gli sembrava giusto. L’hanno fatto perché convinti di dare a noi figli e nipoti una possibilità che loro non avevano avuto: imparare da subito, e dunque meglio, la lingua «vera», quella «utile», la lingua che ci sarebbe servita per farci strada nel mondo, una strada, magari, migliore della loro, con meno fatica, con più soddisfazioni. Non pensavano di tarpare le ali della nostra fantasia e non sapevano che stavano ripetendo un meccanismo in atto anche altrove, anche in luoghi lontanissimi, circondati da altri mari.

(Pubblicato in accordo con Iperborea)